Giorgio Dell’Arti, La Stampa 17/9/2011, 17 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 189 - UN MILIARDO PER IL VENETO
om’era fatto questo governo senza Cavour?
La Marmora alla presidenza del Consiglio, Dabormida agli Esteri e Rattazzi all’Interno. Quando, alla fine d’agosto, Cavour tornò a Torino e si mise a disposizione, la difficoltà consisteva nel fatto che i quattro stati dell’Italia centrale avevano votato l’annessione al Piemonte e adesso il re non sapeva come fare: accettare non poteva, per via di Napoleone e di Villafranca. E respingere nemmeno, perché avrebbe deluso quei popoli. Mostrarono a Cavour la risposta che avevano preparato: Vittorio Emanuele «accoglieva» i voti, senza accettarli, e prometteva che si sarebbe fatto interprete dei desideri di quei paesi presso le grandi potenze. Il conte approvò. «Anche Napoleone ha detto che va bene», gli dissero. Tuttavia, il gioco nell’Italia centrale poteva essere ben più audace. Si trattava in definitiva di impedire che tornassero i duchi e i granduchi, in modo da creare un gigantesco fatto compiuto. Ne parlò con Hudson. «Bisognerebbe eleggere un reggente. Sì, le assemblee, le stesse che hanno offerto l’annessione a Vittorio Emanuele, dopo la risposta ambigua del re eleggono un reggente che le governi. Devono far questo senza informare Torino, deve trattarsi di una mossa a sorpresa. Anche il reggente: non deve regnare in nome di Vittorio Emanuele, per non creare complicazioni internazionali...». A Hudson piaceva. «Chi potrebbe essere?». «Eugenio di Carignano. In questo modo prepariamo o l’annessione al Piemonte o la costituzione di uno stato autonomo sotto un Savoia che poi si federerà col Regno di Sardegna».
Non si esagerava con la doppia politica? Le potenze non s’accorgevano di questi mezzi trucchi?
Ci sono situazioni in cui la forma è tutto. Come impedire ai popoli di esprimersi? Essi vogliono consegnarsi al Piemonte: non diremo di sì, ma non è neanche ammissibile dire di no. E poi gli inglesi erano d’accordo.
E Malmesbury?
Non c’era più. All’inizio di giugno era caduto il gabinetto Derby ed era tornato Palmerston con le signore innamorate di Emanuele d’Azeglio e i protestanti di lord Shaftesbury. Palmerston aveva subito detto che voleva un Regno dell’Alta Italia forte e capace di equilibrare Francia e Austria. Secondo lui, gli austriaci dovevano lasciare del tutto la penisola. Si lamentò perché Napoleone aveva messo fine al conflitto.
Una delegazione sarà venuta a Torino per portare a Vittorio Emanuele la richiesta di annessione.
Sì, ai primi di settembre arrivarono i toscani. Poi fu la volta di ParmaModena (venne Giuseppe Verdi, Hudson lo accompagnò a Leri). Infine toccò ai romagnoli. La visita dei romagnoli fu la più delicata. Per evitare festeggiamenti e complicazioni diplomatiche con Roma, il re li ricevette a Monza. Ma non servì, il papa scomunicò lo stesso.
Ci fu una festa? Si diede pubblicità alla cosa? Non era imprudente?
Quando arrivarono i toscani (3 settembre), Torino fece una festa enorme, con luminarie, pavesi, folla. Vennero Ugolino della Gherardesca, Rinaldo Ruschi, Matteucci, ovviamente Ricasoli. Ascoltarono la risposta del re, che «accoglieva» e non «accettava», e ne furono delusi. Andarono da Cavour. Il conte prima di riceverli fece illuminare il busto che gli avevano regalato dopo il congresso di Parigi, quello con la scritta « colui che la difese a viso aperto ». Vide che erano giù di corda. «Signori, io non sono ministro e sono un po’ imprudente. Vi dico di scegliere l’interpretazione più larga, e di agire in conseguenza». Se ne andarono soddisfatti. Poi, preso da parte Ricasoli, gli spiegò il progetto Carignano. «Bisogna farlo senza dir niente a nessuno! Neanche il governo piemontese deve essere informato! Quando sarà fatto le diable s’en tirera! ». Ricasoli non voleva, duro com’era, rigido. «No, conte. Questa è la via per chiuderci all’annessione. Non lo farò mai!». Bisognò faticare per persuaderlo. Ma, persuaso Ricasoli, si scoprì che il maggiore oppositore al progetto Carignano era lo stesso re.
Come mai?
A metà settembre, un giorno prima dell’arrivo di Verdi, il re aveva chiamato Hudson. «Lei ritiene» aveva cominciato «che sarebbe possibile scambiare quelle province dell’Appennino con il Veneto? No, dica: l’Inghilterra mi appoggerebbe?». Hudson era allibito. A Vittorio Emanuele non piacevano Bologna e Firenze, e voleva barattarle con Venezia. Il re aveva continuato. «Ascolti il mio piano. Ci son due banche a Vienna che m’hanno già fatto sapere che si può fare. Allora: compro da Francesco Giuseppe il Veneto per un miliardo, in Toscana viene Ferdinando IV, Parma e Piacenza passano al Piemonte, la Luisa Maria va a Modena, cedo a Napoleone Nizza e Savoia. Che ne dice?». «Dovrò andare a Londra a chiedere istruzioni. Per la Savoia prevedo difficoltà». «Perché?». «La Svizzera non vuole i francesi in casa. Inghilterra e Prussia si oppongono al rafforzamento di Napoleone. Guardi che neanche Walewski è d’accordo. L’estate scorsa ne parlava con lord Cowley e ripudiò l’idea». «Insomma, lei mi manda a monte il progetto». «Mi faccia andare a Londra». S’era messo a ridere. «Sa qual è il guaio, Maestà?». «Quale?». «Non ha ministri». «E Urbano?». « C’est un petit avocat et rien de plus ». Il re aveva sospirato. « C’est vrai ». «Se eleggono Carignano, dovrà mandarlo nell’Italia centrale, no? No?»