Giorgio Dell’Arti, La Stampa 15/9/2011, 15 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 187 - SCENATA CON IL RE
Quali erano le clausole di questa tregua?
L’Austria avrebbe ceduto la Lombardia alla Francia, che l’avrebbe girata al Piemonte...
Strana procedura.
Francesco Giuseppe non avrebbe mai ammesso di essere stato sconfitto da una potenza di second’ordine come il Piemonte.
Su che altro si intesero?
Si sarebbe formata una confederazione italiana, guidata dal papa e di cui l’Austria, grazie al Veneto, avrebbe fatto parte. Cavour sarebbe stato allontanato dal governo.
Questo faceva parte delle intese?
Proprio così.
Cioè, l’imperatore dei francesi e quello degli austriaci decidevano che Cavour non poteva fare il presidente del Consiglio a Torino?
Ci sono altri aspetti di quella trattativa da mettere in rilievo. Intanto Vittorio Emanuele II, accontentandosi della Lombardia, dava ragione a Mazzini: tutto quel sangue era servito solo a ingrandire il Regno di Sardegna. Niente a che vedere con la creazione di un’Italia unita. Secondo punto: la confederazione italiana. Ci pensi: Napoleone III ammetteva che Regno di Sardegna e Austria sedessero insieme in una confederazione. Ma se l’immagina? E il Piemonte aveva guidato fino a quel momento il movimento nazionale sulla premessa che la bestia da abbattere stava a Vienna.
Il re avrà fatto qualche resistenza.
Obiettò soprattutto che le fortezze (Mantova e Peschiera) sarebbero rimaste austriache. L’accordo finale ammetteva implicitamente che Parma sarebbe andata al Piemonte, ma a Modena e in Toscana era previsto il ritorno dei vecchi sovrani. Il re era anche contrario alla confederazione, vedeva con chiarezza che l’idea di sedere fianco a fianco con Francesco Giuseppe...
Quindi?
Napoleone suggerì di firmare con la formula « je ratifie en tout ce qui me concerne », cioè «accetto solo per la parte che mi riguarda». Un modo per rimettere eventualmente in discussione tutto e non compromettere troppo la corona. Inoltre, non avendo Napoleone rispettato gli accordi di Plombières, neanche Vittorio si sentiva tenuto a cedere Nizza e Savoia. Diedero i documenti da copiare a Nigra. Al ritorno fecero il viaggio insieme. Arrivarono a villa Melchiorri che era mezzanotte. E trovarono Cavour. Tremava dalla testa ai piedi. Entrarono nel salone. Il re moriva di caldo e prese a spogliarsi. Restò in maniche di camicia, si sedette a capo tavola, poggiò i gomiti, mise la faccia sui pugni. Guardò Cavour che attendeva fremente. Guardò Nigra che s’era schiacciato contro la parete in fondo, la cartella con i documenti sotto il braccio. Finalmente disse: «Allora, Nigra, glielo dia». Nigra si spostò velocemente verso il tavolo, aprì la cartellina, frugò. Si sentivano frusciare i fogli. Ne estrasse uno, lo porse al conte, disse con tutta la dolcezza che gli riuscì: «Ecco, Eccellenza...». Cavour glielo strappò di mano. Prese a leggere. Quando arrivò al fatto della confederazione italiana presieduta dal papa, lanciò un urlo. Il documento volò sul tavolo. «Lei non vorrà firmare questo, vero? Lei non vorrà rotolare nel fango fino a questo punto, eh?». Vittorio Emanuele non spostò un muscolo. «Lei si è lasciato trascinare da quel buffone, da quel mezzo uomo che i francesi si son messi in trono, lei è succubo, lei sta tradendo secoli di casa Savoia...». «Cavour...». «Maestà...» si afferrò i capelli, avrebbe voluto sradicarsi dal suolo, singhiozzava «maestà, perché questo? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché? Perché tirarsi indietro proprio ora, perché tradire tutto, perché distruggere tutto…». «Veda, Cavour, anch’io soffro e avevo pur tentato di persuaderlo a continuare...». «È iniquo, è iniquo, questo è iniquo, iniquo». «L’imperatore è irremovibile, non si riesce...». «Ma che imperatore? Che dice? Quale imperatore? La merde ...». Battè il piede per terra. «Cavour, la smetta...». «Merda. Merda. Sento uno schifo profondo, un disgusto, non ho impegnato il mio onore perché lei venisse a sporcarlo...». «Cavour, io sono il Re...». «Re? Quale re? Lei è re di niente, che re è lei?». «IO SONO IL RE. A me guardano gli italiani...». « Chiel là l’è il re? Chiel l’è un foutriquè! ». Il re s’era sollevato pian piano appoggiando le mani sul tavolo, come se fosse pronto a fare a pugni. S’era controllato fino a quel momento. Cavour lo guardò con un disprezzo profondo, squadrandolo dalla testa ai piedi. «Lei accetti quella porcheria e si cerchi un altro primo ministro». « Nigra » disse il re senza togliergli lo sguardo di dosso « ca lo mena a dourmi ». Il giorno dopo cercò di incontrare Napoleone III, ma questi si rifiutò di riceverlo. Seppe che a Desenzano il re, Bonaparte e Plon-Plon pranzavano insieme. Allora chiamò una carrozza, salì con Nigra. Ma quando fu su gli venne sete, scese di nuovo e andò a cercare un bicchier d’acqua. Nigra vide Carlo Arrivabene, corrispondente del «Daily News» e lo chiamò. «Può scrivere che Cavour non è più ministro della Corona e che il re darà l’incarico a Rattazzi...». Arrivabene prendeva appunti. Intanto si radunò una piccola folla. Aveva riconosciuto il presidente del Consiglio. Il conte tornò, salì a bordo, la carrozza si mosse. La folla cominciò a gridare: «Viva Cavour! Viva Cavour!».