Giorgio Dell’Arti, La Stampa 16/9/2011, 16 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 188 - IL SOVRANO LIBERATO
Quest’ira di Cavour...
Sera fatto devastare dall’ira tante volte, però mai fino a quel punto. Venne a trovarlo il conte Pasolini. Era ancora in preda al furore. «Napoleone aveva caldo! Era stanco, capisci?». Afferrò un calamaio, lo scaraventò contro il muro. Davanti a Kossuth si mise a gridare. «Prenderò Mazzini con una mano e Solaro della Margarita con l’altra e staremo a vedere. Sì, voglio proprio vedere!». Si tirava dei pugni in petto. «Faremo la rivoluzione, eh, Kossuth? Io e lei, eh?». Kossuth diceva di sì. Fuggì, non voleva più vedere nessuno. Leri, poi al di là delle Alpi. Scrisse a Bianca, le annunciò che era vecchio. « Mi ritrovo sul lago sfinito e sfiduciato [...] Sento un tale spossamento che mi rende avvertito essere pur troppo per me cominciata la vecchiaia: vecchiaia prematura, cagionata da dolori morali d’impareggiabile amarezza ». Aveva girovagato per la Savoia. Bonneville, Chamonix, Taninges... Finalmente era capitato nell’unico posto possibile, Presinge, da Augusto De La Rive. Augusto lasciò che si sfogasse, c’era anche il figlio William. Lo calmarono. Erano poi i laghi della giovinezza, quando erano tutti vivi. Passò ancora un mese. Gli venne la voglia di ricominciare. «Ma sì, in fondo è stato meglio così. Avevo contro tutta la diplomazia del mondo. Senza di me sarà più facile mandare a monte Villafranca». Scrisse a Castelli: « Saluti Rattazzi. L’assicuri del mio concorso in tutto e per tutto ». Alla fine d’agosto rientrò a Torino. Si mise a disposizione del governo, per qualunque cosa.
Parliamo di quest’ira di Cavour.
Gli impedì di vedere subito che l’Austria aveva subìto la più grave sconfitta della sua storia. Srbik, il grande storico delle cose tedesche, data da Villafranca l’inizio della dissoluzione dell’Impero austro-ungarico. Persa la Lombardia, cacciati gli austriacanti sovrani di Toscana, Modena e Parma, persa anche l’Emilia, tenuta in soggezione dagli austriaci fin dal 1831, Francesco Giuseppe non contava più niente in Italia, dove era stato chiaramente sostituito da Napoleone. L’imperatore pensava ancora che la perdita della Lombardia fosse provvisoria e che al prossimo rivolgimento quella regione tanto ricca sarebbe tornata a Vienna. Entro pochi anni, invece, avrebbe perso anche il Veneto. E la Lombardia era il più grande acquisto che i Savoia avessero fatto in tutta la loro storia.
Dunque, sconfitta totale per gli austriaci. Sconfitta però anche per Cavour, e vittoria invece del re.
Le dimissioni di Cavour furono un passaggio capitale. Andandosene (e sbattendo la porta), il conte aveva salvato il suo rapporto col movimento nazionale. In coerenza assoluta con le premesse della vigilia, come erano registrate negli atti del Senato: « La lotta che stava per impegnarsi era una lotta a morte coll’Austria, la guerra non poteva arrestarsi tanto che gli austriaci non avessero affatto sgombro il territorio italiano, e ripassato assolutamente le Alpi [...] se da noi si vinceva, il Ministero non sarebbe più comparso davanti a un parlamento subalpino, ma sibbene davanti a un parlamento italiano; egli, Cavour, o sarebbe uscito vincitore dalla lotta o sarebbe ito in America ». Nella stessa occasione, a chi auspicava che « se non si giungeva all’intero scopo, sarebbesi potuto fermare qualche termine medio, Cavour rispose che questo termine medio non sarebbe mai acconsentito da lui tanto che rimanesse al Ministero; che l’Austria doveva affatto ritirarsi dall’Italia ». Cavour, dimettendosi adesso, affermava di non aver nulla a che fare con la confederazione italiana in cui si pretendeva che piemontesi e austriaci sedessero uno a fianco all’altro, che non aveva nulla a che fare con le piccinerie di Vittorio Emanuele II, pronto a rinunciare a Plombières pur di incamerare la Lombardia. Le dimissioni permetteranno a Cavour di tenere un forte rapporto col movimento nazionale. Questo, e l’indebolimento austriaco, renderanno possibile la liberazione dell’Italia centrale e, con l’audacia di Garibaldi, l’impresa dei Mille.
Dobbiamo dunque dare un giudizio negativo su Vittorio Emanuele.
Ma neanche, guardi. In quelle condizioni era difficile negoziare una pace diversa. La confederazione italiana con gli austriaci dentro era - parliamoci chiaro - un’utopia. E che la guerra potesse continuare, con l’Austria in quelle condizioni, il popolo francese contrario e le altre tre potenze allarmatissime e pronte a intervenire con un congresso, era un’illusione. Piuttosto, all’interno, il re si sentiva forte come non mai: s’era liberato di Cavour e non doveva rispondere al Parlamento grazie ai pieni poteri che gli erano stati conferiti prima della guerra. Il re non solo non aveva preventivamente informato Cavour dell’armistizio, ma neanche Rattazzi, il suo amico. Qual era il senso di queste sgarberie? Ma è chiaro: il re stava finalmente facendo di testa sua, s’era liberato di Cavour, stava finalmente dimostrando che era lui a comandare. Si sentiva un « écolier en vacances » (Reiset). La Tour d’Auvergne: «È così felice di non avere più Cavour tra i piedi...». Scrisse alla figlia Clotilde: « da quando mi manca Cavour che fu piuttosto birbante con me [...] feci un ministero piuttosto leggero onde tutti vedessero che sono io che facevo la cosa ...».