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 2011  settembre 16 Venerdì calendario

La fabbrica dei pentiti. Così, un po’ per denuncia, molto per ironia, negli ultimi anni il pensiero garantista (ma specialmente quello dei penalisti interessati alla difesa dei boss mafiosi) ha definito la «detenzione speciale» destinata a coppole e terroristi

La fabbrica dei pentiti. Così, un po’ per denuncia, molto per ironia, negli ultimi anni il pensiero garantista (ma specialmente quello dei penalisti interessati alla difesa dei boss mafiosi) ha definito la «detenzione speciale» destinata a coppole e terroristi. Ecco, il famigerato «41 bis», il carcere duro che ha tenuto banco nel dibattito «mafia/antimafia». Fabbrica dei pentiti perché ha indotto - proprio per la durezza delle regole imposte ai detenuti - più di qualche boss alla collaborazione. Un deterrente non a caso paragonato alla triste nomea di Guantanamo. Ma il 41 bis, ormai entrato nel lessico e nell’immaginario di ogni giorno, è stato anche al centro di una «trattativa infinita» tra Stato e mafia, iniziata sostanzialmente nel ‘92 con le stragi di Capaci e via D’Amelio, allorché Cosa nostra arrivò addirittura a indossare i panni inusuali del terrorismo politico per cercare di attenuare, se non eliminare, le devastanti conseguenze del carcere duro. Ora questo lungo periodo della nostra storia recente è raccontato in un libro scritto da Sebastiano Ardita, il magistrato di origine catanese che dal 2002 dirige l’Ufficio detenuti del Dipartimento dell’Amministrazione penitenziaria. Nel titolo del volume, edito da Sperling & Kupfer, la trama della storia: Ricatto allo Stato. Il 41 bis, le stragi mafiose, la trattativa fra Cosa nostra e le istituzioni . Un diario minuzioso della nascita e del lungo ondeggiare, tra difficoltà, complicità, negligenze e tentativi di disarticolare la fabbrica dei pentiti, della norma che più di ogni altra ha infastidito la mafia. Il racconto si apre con la cattura di Bernardo Provenzano e la conseguente «necessità» di isolare un capo ancora in grado di impartire ordini e consigli. D’altra parte era questa la filosofia che aveva ispirato Giovanni Falcone quando, poco prima di saltare in aria, pensò che bisognava impedire ai mafiosi di continuare a comunicare col proprio popolo anche dalla cella di un carcere. Bisognava, dunque, tenere gli occhi aperti e garantire la corretta applicazione del 41 bis. La scelta di Ardita e del suo staff cadde sul carcere di Terni e su un repartino lungo trenta passi che assicurava l’effettivo isolamento del detenuto eccellente. Spettò al magistrato «impostare» il rapporto con «don Binnu» che si apprestava all’inedito ruolo di capo in carcere, dopo 43 anni di latitanza. L’incontro sembra tratto da un film, col giudice-carceriere impegnato a far rispettare la legge senza cedimenti al sentimento di vendetta per i troppi lutti subiti dalla società civile e il padrino frastornato, ma vigile e pacatamente minaccioso. E al magistrato che gli chiede notizie sul suo stato di salute - i giornali erano pieni dei particolari sulla prostata di Provenzano risponde secco: «Le operazioni subite, se ci sono, si vedono nel corpo». Un modo per non ammettere nulla di quanto emerso dalle cronache, ma anche per avvertire che qualche acciacco esisteva. Il boss, sorpreso a leggere le carte dei suoi processi, non rinuncia a recitare la consolidata parte della sfinge e ostenta meraviglia per quanto scrivono i giudici sul suo conto: «Leggendo le carte ho imparato cose che non sapevo, che non potevo immaginare». Un capolavoro di ipocrisia mafiosa, agghindata dal tradizionale bigottismo religioso. Binnu lamenta il sequestro dell’inseparabile Bibbia e Ardita fa in modo che ne abbia un’altra, perché la sua la devono studiare gli esperti per cercare eventuali codici di comunicazione con l’esterno. Ma non rinuncia, il magistrato, alla stoccata, quando gli consiglia di leggere il Vangelo, dato che «il linguaggio duro dell’Antico Testamento può portare a equivocare su alcuni concetti». Alla fine, puntuale, il messaggio di Provenzano: «Prego Dio che mi faccia sopportare tutto quello che è giusto sopportare, da questo momento sono nelle mani di Dio e degli uomini che hanno il potere». Pronta la replica: «Lei è nelle mani della Legge e sarà fatto di tutto perché venga rispettata». Il lungo prologo aiuta a capire le difficoltà insite nell’inserimento di Provenzano nel circuito carcerario e nel regime speciale del 41 bis. Anche perché il resto del racconto descrive tutto un mondo che si muove attorno alla «sistemazione» del boss. Una sistemazione che avrebbe dovuto consentire al boss un contatto con gli altri capi della Cupola per decidere sull’atteggiamento da prendere nei confronti della proposta di dissociazione. C’è qualcuno che non vuole Provenzano a Terni, ben isolato. E così parte una controffensiva di false notizie (agitate da gole profonde, giornali, servizi, avvocati, investigatori) che tendono a creare le condizioni per il trasferimento del detenuto. Prima la polpetta avvelenata secondo cui il figlio di Riina, anch’egli allora detenuto a Terni, si era lamentato per la vicinanza «di quello sbirro». Notizia falsa. Poi l’allarme per una torta recapitata in carcere il giorno del compleanno del boss. Ovviamente tutto inesistente: la torta altro non era che una tortina regolarmente acquistata allo spaccio del carcere. Ma tutto doveva contribuire a far sì che Provenzano venisse trasferito. Perché? Il libro non offre risposte apodittiche, ma mette insieme i fatti. E i fatti sono che, in quel momento, era in atto un gran movimento sotterraneo per favorire la proposta di alcuni boss mafiosi detenuti che proponevano una sorta di dissociazione dolce: cioè resa, ma senza collaborazione. È lunga e variegata la strada dei tentativi messi in atto per aiutare la mafia a risolvere il problema dei carcerati con una sorta di pacificazione generale. Tentativi per fortuna abortiti, ma ben raccontati nel libro. La «trattativa» verbalizzata da Massimo Ciancimino e non smentita dalla sua pessima condotta successiva, e poi i tentativi legislativi e parlamentari e ancora i 140 decreti non prorogati dal ministro Conso, il fallito attentato allo stadio Olimpico di Roma del gennaio 2004, alla vigilia della scadenza di altre proroghe, l’editto dal carcere di Leoluca Bagarella - cognato di Totò Riina - che accusa gli avvocati del Sud di aver abbandonato la causa dei propri assistiti dopo essersi «sistemati» negli «alti scranni del Parlamento». Tutto puntualmente enfatizzato da lettere anonime, pacchi bomba, minacce rivolte agli operatori delle carceri di massima sicurezza. E quotidianamente monitorato dalle talpe alleate della mafia, come nel caso dell’istruttoria sul 41 bis che riguardava uno dei Piromalli. Persino da Los Angeles, nell’ottobre del 2007, arriva una bordata contro il 41 bis, quando un giudice statunitense nega l’estradizione di un mafioso a suo tempo arrestato da Falcone per impedire che venga sottoposto alla tortura del 41 bis in Italia. Oggi il carcere duro è stato «stabilizzato» e «con la riforma - scrive Sebastiano Ardita - è stato varato un 41 bis intelligente e i risultati si sono visti. Tant’è che quello antimafia - in una stagione di conflitti sulla giustizia - può considerarsi l’unico settore nel quale l’attività del ministro ha ottenuto l’approvazione dei magistrati». Ma l’obiettivo che Ardita persegue in tutto il libro è cercare di dimostrare che si può affermare l’autorità dello Stato senza ricorso alla tortura e rispettando i diritti dell’uomo-detenuto. Com’è avvenuto nell’ottobre del 2003 quando il rigore del 41 bis non ha impedito di salvare la vita di Totò Riina colpito da infarto nel carcere di Ascoli. Lo stesso boss, dopo il risveglio, guardava con occhi increduli gli agenti penitenziari che lo avevano soccorso. Erano gli stessi che applicavano le norme del carcere duro e Riina quasi non poteva credere che non l’avessero lasciato morire senza cure, magari nascondendosi dietro la rigidità dei protocolli. Eguale sorte potrebbe toccare a Provenzano dopo l’episodio di ischemia che ha portato ieri il suo avvocato a invocare la revoca del 41 bis.