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 2011  settembre 16 Venerdì calendario

Si tratta di una somma per me contenuta che destino volentieri a una persona in difficoltà che manifesta l’intenzione di volersi riscattare con un nuovo impegno imprenditoriale»

Si tratta di una somma per me contenuta che destino volentieri a una persona in difficoltà che manifesta l’intenzione di volersi riscattare con un nuovo impegno imprenditoriale». Così un Berlusconi generoso spiegava ai suoi due legali perplessi, Nicolò Ghedini e Giorgio Perroni, perché consegnò nelle mani di Walter Lavitola mezzo milione di euro in contanti da girare a Gianpaolo Tarantini. Lo racconta lo stesso Berlusconi nelle cinque pagine di memoriale depositate martedì a Napoli in sostituzione dell’audizione richiesta dalla procura. In quelle poche pagine il premier fornisce la sua versione dei fatti, negando di essere mai stato ricattato dal duo Lavitola-Tarantini come invece sostengono i magistrati napoletani sulla base delle intercettazioni telefoniche nelle quali Lavitola invita Tarantini a tenere Berlusconi «con le spalle al muro» - «in ginocchio» «sulla corda» - «sotto pressione» per spillargli quattrini. Se così è stato, Berlusconi non sembra essersene accorto. Il premier racconta di aver conosciuto Tarantini alcuni anni fa come imprenditore di successo. «Da più parti - scrive il premier - ho avuto su di lui positive indicazioni». Walter Lavitola, invece, il premier lo conosce per la sua attività di giornalista e direttore di giornale. Tarantini, però, ben presto perderà la sua aurea di brillante imprenditore. Dopo il suo arresto, dice il premier, «Tarantini e la moglie mi scrissero accorate lettere inviate alla mia segreteria a Roma. Protestava la sua estraneità alle accuse, si scusava per il disagio che mi stava creando e si lamentava del trattamento mediatico e giudiziario che gli era riservato e mi fece capire di essere in grandi difficoltà economiche». Anche Lavitola conosce Tarantini. Anzi, per il premier sono diventati buoni amici nell’estate del 2010. Tarantini scrive di non essere soddisfatto dell’operato del suo legale, D’Ascola, e Berlusconi segnala, attraverso l’amico Lavitola, il nome dell’avvocato Perroni. A questo punto, secondo il racconto del premier, Tarantini e la moglie gli chiedono dei soldi per finanziare la loro azienda ed evitare il fallimento. Richiesta ribadita da Lavitola che presenta al premier la situazione di una famiglia disastrata con «il rischio che il Tarantini mettesse in atto episodi di autolesionismo». Berlusconi decide di aiutare la famiglia con 10.000 euro al mese: «5000 per Tarantini e 5000 per la moglie». A fare da tramite è sempre Lavitola. Anche in primavera quando spiega a Berlusconi che Tarantini ha intenzione di rimettersi in affari ma ha bisogno di un finanziamento iniziale. «In quel periodo ebbi modo di incontrare Tarantini e la moglie alla presenza di Lavitola», racconta il premier. L’incontro sarebbe avvenuto ad Arcore. «Successivamente continua Berlusconi - Lavitola ebbe modo di ribadirmi la richiesta in due incontri avvenuti a Palazzo Grazioli a Roma». Il premier, alla fine, si convince. «Lavitola mi disse che avrebbe depositato lui direttamente i fondi in una banca in Sudamerica dove erano già depositati i suoi fondi personali e che avrebbe preferito ricevere la somma da me in contanti». Berlusconi non si preoccupa delle modalità, cosa che faranno invece in seguito i suoi legali. «Gli ho consegnato tale somma in molteplici tranches dalla primavera di quest’anno fino all’inizio dell’estate, personalmente, sempre in Roma. Non sono in grado di ricordare il numero delle tranches». Gli avvocati del premier vengono a sapere la cosa tra giugno e luglio. È lo stesso premier a raccontarlo: «M’incontrai ad Arcore con l’avvocato Ghedini e con l’avvocato Perroni per discutere di questioni relative ai procedimenti in corso a Milano. Nel corso della conversazione comunicai all’avvocato Perroni, che era anche difensore di Tarantini e che mi aveva comunicato il fallimento della sua società, che avevo messo a disposizione del suo assistito una somma di denaro perché potesse avviare una nuova attività imprenditoriale». I due legali sono perplessi. Sanno che quel denaro potrebbe essere interpretato in altra maniera. «L’avvocato Perroni manifestò il suo stupore, disse di non saperne assolutamente nulla e prospettando a suo dire l’inopportunità di tale decisione. Anche l’avvocato Ghedini si stupì e manifestò la sua perplessità». I due legali non sembrano fidarsi molto di Lavitola. Tanto da far controllare all’avvocato Perroni se Tarantini abbia mai ricevuto la somma. Tarantini dirà di no. Successivamente, racconta Berlusconi, ci fu un incontro con Lavitola, Tarantini e la moglie: Lavitola confermò di aver messo la somma in una banca in Uruguay e che era a disposizione di Tarantini. Per i magistrati napoletani quella somma «contenuta» è invece il frutto dell’estorsione ai danni del premier.