Aldo Grasso, Corriere della Sera 16/9/2011, 16 settembre 2011
La mia lotta contro la cattiva fiction italiana sarà dura e implacabile, allegra e solitaria. Ma non capiscono questi che mandando in onda serie come «Anna e i cinque» si danneggia irreparabilmente la credibilità di un settore che avrebbe invece bisogno di nuova linfa, di intelligenza e di scrittura? Questo è un discorso che non riguarda questo o quel produttore, questo o quell’autore, questo o quel regista: è un problema che riguarda l’industria televisiva italiana nel suo insieme
La mia lotta contro la cattiva fiction italiana sarà dura e implacabile, allegra e solitaria. Ma non capiscono questi che mandando in onda serie come «Anna e i cinque» si danneggia irreparabilmente la credibilità di un settore che avrebbe invece bisogno di nuova linfa, di intelligenza e di scrittura? Questo è un discorso che non riguarda questo o quel produttore, questo o quell’autore, questo o quel regista: è un problema che riguarda l’industria televisiva italiana nel suo insieme. In questo modo si danno colpi mortali a quei pochi coraggiosi produttori che cercano di investire nel settore per sprovincializzarlo e restituirgli un po’ di dignità anche all’estero. Inutile poi spendere soldi pubblici per organizzare il «RomaFictionFest» per dire che noi siamo i più fighi. «Anna e i cinque», derivata dalla serie «Ana y los siete», è un fantastico compendio di come non si debba recitare (stupisce trovare fra il cast Sabrina Ferilli e Riccardo Garrone), di come non si debbano scrivere le sceneggiature (con rammarico leggo i nomi di Tania Dimartino e di Stefania Bertola) e soprattutto di come non si debba fare una regia (Franco Amurri). In questo senso è un prodotto didattico di alto valore. Sono fiction che raccattano un po’ di pubblico sul momento, ma poi non fanno library (catalogo), non fanno tendenza, non fanno sistema (Canale 5, mercoledì, ore 21.20). Sospesa tra il fotoromanzo e la soap, la serie è una raccolta dei peggior luoghi comuni della paraletteratura, è la storia di una ex spogliarellista che diventa tata, che diventa signora, conquistando gli affetti di cinque orfani e con donne cattive che cercano di infrangere il suo sogno con un patatone di principe azzurro. Si prova imbarazzo persino a raccontare la trama. Forse «Anna e i cinque» piacerà ad alcune ministre dell’attuale governo, non tanto per l’accenno insistito alla favola di Cenerentola quanto per un enfatico elogio della scuola pubblica e per il corso accelerato alla gestione della povertà, al tempo della Manovra.