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 2011  settembre 16 Venerdì calendario

Rossana Podestà è sull’auto che riporta il corpo del suo uomo verso le montagne della Valtellina

Rossana Podestà è sull’auto che riporta il corpo del suo uomo verso le montagne della Valtellina. Il dolore non le ha tolto la voglia di ricordare, anzi. Così racconta l’amore con Walter Bonatti, alternando i sorrisi e le lacrime. «Era cominciata malissimo. Avevamo appuntamento davanti all’Ara Coeli, in piazza Venezia, a Roma. Era il 2 giugno del 1981. Salgo la scalinata e comincio ad andare su e giù davanti alla chiesa. Mezz’ora. Un’ora. Niente. Faceva caldo, ero tutta sudata, tra l’altro all’epoca il posto era frequentato malissimo, gli uomini mi guardavano con insistenza... A un tratto mi viene il dubbio che Walter abbia sbagliato scalinata. Provo a vedere davanti al Vittoriano. E lo vedo lottare con un carro attrezzi, circondato dai sei vigili che vogliono portargli via la macchina. Lui era un uomo di montagna, non amava la città, non ci si ritrovava. Aveva parcheggiato nel posto riservato al presidente della Repubblica, che sarebbe venuto a portare la corona d’alloro all’altare della patria, e i vigili giustamente erano intervenuti. Ma Walter voleva difendere con le unghie quella postazione, che era l’unico modo per trovarmi, il solo contatto che lo univa a me... Ero furente. Gli dissi: "Ma che esploratore sei, che ti perdi in piazza Venezia?". Poi abbiamo cominciato a parlare. Mi sono calmata. Abbiamo scoperto di essere nati quasi lo stesso giorno: io il 20 giugno, lui il 22. Ed è iniziato uno splendido percorso insieme, durato trent’anni e concluso solo adesso, dalla sua malattia. Una storia meravigliosa». «Ci eravamo dati appuntamento senza neppure conoscerci. Era andata così. A una conferenza stampa mi avevano chiesto con chi sarei voluta ritrovarmi su un’isola deserta. Risposi: Bonatti. Walter viveva un momento difficile, aveva lasciato Epoca, farne il nome non era scontato. Ma io avevo sempre avuto il suo mito. Mi affascinava lo spirito delle sue imprese, la sua filosofia eroica. Bonatti voleva sconfiggere l’impossibile, non distruggerlo. Non avrebbe mai intrapreso una scalata con le tecnologie moderne, così come non si sarebbe mai avventurato in una landa selvaggia con un fucile. Mi piaceva il modo in cui sfidava la natura, sempre portandole rispetto. Poi l’ho conosciuto. Ho scoperto la sua testa, il suo cuore. Ci siamo innamorati. E ho realizzato il mio sogno: fare la piccola sherpa di Bonatti, portargli le macchine fotografiche, tenere il suo passo senza mai lamentarmi, neppure quando stavo male. In trent’anni non gli ho mai creato un problema, non ha mai dovuto rinunciare a nulla per colpa mia...». «Nessuna sottomissione. Condivisione delle cose amate. E lui era capace di grandi amori. Non era un uomo da mezze misure: detestava o amava, con la stessa intensità. Ci capivamo subito. Un’intesa assoluta, un’affinità preziosa tra due persone all’apparenza così diverse, una donna che era stata un’attrice e un uomo che era stato un alpinista. Potevamo passare una notte intera a guardare le stelle. Ci piacevano le piante, i fiori. Volevamo ritrovare lo sguardo dell’uomo primitivo, cercavamo i luoghi dove potevamo sentirci come i nostri progenitori, in armonia con le cose, stupefatti di fronte alla forza della natura. Mi insegnò anche a salire in montagna. Prima la Grigna, dove aveva imparato lui. Poi le Dolomiti, il Bianco. I suoi luoghi. Certo non potevo seguirlo sulle vie più impervie, ma ero legata alla stessa corda di Bonatti, e questo mi dava un’emozione fortissima». «Non ci siamo mai sposati. Per scelta. Sia io sia lui uscivamo da un matrimonio. Ci siamo detti: non dobbiamo essere legati da nessun obbligo, resteremo insieme finché ci ameremo. Non ci siamo mai lasciati. Ci siamo amati moltissimo, sino alla fine, e mi sarebbe piaciuto tanto restare ancora con lui. Ricordo l’ultimo viaggio, quando Walter certo era già malato, nel Gilf el Kebir, il deserto egiziano ai confini di Libia e Sudan. Dune incontaminate, con una guida locale, 3.800 chilometri in venti giorni: un’esperienza straordinaria. Siamo stati insieme in posti che avevo letto solo sulle cartine del Risiko, in Dancalia, in Kamchatka, in Alaska, tra gli eschimesi e tra i pigmei, con le tigri e gli animali più strani. Avrei tante cose da raccontare. Ma forse è meglio che restino soltanto nostre». «Del K2 non parlava quasi mai. Era il suo incubo. Che sofferenza ricordargli quella storia. Non perché si dovesse difendere, ma perché era rimasto molto ferito, quando era ancora un ragazzo: aveva compiuto 24 anni ai piedi della parete. Ha subito cose tremende, da uomini in cui aveva riposto la sua fiducia. L’hanno tradito in modo profondo. Ha rischiato di morire, la notte in cui cercava la tenda dei compagni e si trovò di fronte una seraccata insormontabile, e loro l’avevano scelta apposta, per non farsi trovare. Sentiva le loro voci, però, e quando non ha più sentito nessuno ebbe la tentazione di lasciarsi morire. Mai un uomo aveva passato una notte a ottomila metri, all’addiaccio, senza bere né mangiare, senza neppure una tenda per coprirsi. Mahdi, al suo fianco, era impazzito. "Io non ho voluto morire", mi ripeteva. Non credo che un altro avrebbe potuto resistere. Walter ce l’ha fatta. E ora questo male al pancreas me l’ha portato via in pochi giorni. Ha avuto otto nipoti, i miei, senza avere mai figli. Mi portava in posti scomodissimi, tre mesi e mezzo in Patagonia con lo zaino in spalle, ma mi ha resa così felice. Ero pazza di gioia al suo fianco. Adesso mi manca moltissimo». Aldo Cazzullo