STEFANO BARTEZZAGHI , la Repubblica 15/9/2011, 15 settembre 2011
UN LESSICO COSÌ FISCALE
Quando ne parla – pare di ricordare che una volta sia capitato addirittura dal palco della festa della Guardia di Finanza – Silvio Berlusconi non si limita a dire: «Sopra il trentatré per cento, evadere le imposte è un diritto». Questa sarebbe semplicemente un´opinione, aperta alle schermaglie dell´obiezione e della controargomentazione. Ma Berlusconi non è dialettico, il suo eloquio segue la logica di Humpty-Dumpty («Quando io uso una parola questa significa esattamente quello che decido io, né più né meno», Alice attraverso lo specchio). Non afferma: pone. È a questo che si deve l´aggiunta di un aggettivo, per il quale ciò che consiglia e quasi obbliga ogni uomo assennato a evadere le imposte sarebbe il "diritto naturale". "Diritto" si rivolge alle menti, e le confonde. "Naturale" si rivolge agli organi di senso, e li delizia: è il simbolo e sintomo dell´inconfutabile.
Nessuno scienziato o filosofo cognitivista ha ancora scoperto quali sono le aree del cervello che si attivano quando aumentano le tasse, né la Genesi riporta che Dio abbia detto alla donna «Partorirai nel dolore» e all´uomo «Lavorerai con fatica, trarrai con sudore i frutti dalla Terra e pagherai sul tuo reddito un´aliquota non superiore al 33%». Ma farlo notare è futile, al confronto della costruzione di un´ontologia alternativa, il realismo magico dischiuso, come il Sesamo di Ali Babà, dalla paroletta fatale, la formula dell´incanto: l´aggettivo, appunto, "naturale".
Si consideri il lessico fiscale: obblighi, carico, imposta (dal verbo "imporre", porre sopra), sovrimposta (porre sopra a quanto è posto sopra), denuncia, onere, gravame, aggravio, inasprimento, pressione, tartassare, fino alla gergale stangata (nell´omonimo film era una truffa). Proprio Humpty-Dumpty diceva ad Alice: «Il mio nome sta a significare la mia forma»: e non consideriamo neppure gli echi subliminalmente iettatori di "fattura" e "scontrino". Quello che emerge con chiarezza dalla zona centrale del lessico fiscale è il peso dello Stato, lo Stato che con la scusa che asfalta le strade e tiene aperti gli ospedali, impone soma e basto ai suoi cittadini, ognuno dei quali, ogni giorno, scendendo dal letto si aggancia un rimorchio che non può pesare più di un terzo della persona che lo deve trascinare, altrimenti costei stramazza. È, come dire, naturale.
Senza abbracciare il nominalismo più scatenato e voodoo, quello per cui l´unica speranza di cambiare le cose sta nel mutarne i nomi, occorrerebbe pur riflettere sulle connotazioni di pesantezza che rendono anche simbolicamente odioso l´obbligo civile (quello sì ovvio, se non "naturale") di pagare (eque) imposte. Tommaso Padoa Schioppa ci provò, ma in modo ingenuamente diretto. Se l´evasione è vissuta come una lieta opportunità è perché è punita poco e male, ma anche perché si chiama evasione, e non putacaso frode.
Quanto più dolci, confortanti e light sono infatti parole come elusione, agevolazione, deduzione, esenzione, scarico, detrazione... È la versione fiscalista della leggerezza calviniana (calvinista non si direbbe). Culmina nel nome dell´evasione, con tutti i suoi ovvi connotati anche letterari o canzonettistici (Innocenti evasioni) di allontanamento, uscita dalle gabbie (fiscali, nei redditometri), fuori dagli schemi (tassare significa "classificare"), aggirando, eludendo, sopra ogni condono persino tombale, oltre ogni compromesso, senza neppure proteggersi con lo scudo, via, ancora più in alto, sulle aliquote della libertà.