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 2011  settembre 15 Giovedì calendario

Tremlett David

• Sticker (Gran Bretagna) 13 febbraio 1945. Artista • «Ridare i muri ai pittori [...] grande artista inglese, ha ricoperto di forme geometriche stese con le mani la stazione Rione Alto della Metropolitana di Napoli e l’antica Zecca di via santa Marta a Milano, la cappella dei carcerati a Palazzo Re Enzo a Bologna e con Sol Le Witt la pieve di La Morra, sulle Langhe, tra le vigne del barolo [...] ha affrescato alla maniera dei pittori rinascimentali il forte di Bard, in Valle d’Aosta, un’ora di autostrada da Milano, (di cui non resterà, purtroppo, che la documentazione come spesso accade per i suoi interventi) e la parete di una villa palladiana, Villa Pisani Bonetti, a Bagnolo [...] è soprattutto un nomade della contemporaneità, il viaggio per lui è alla base della vita e dell’arte, “è una sfida, un segno di indipendenza”. Nel 1971 ha girato il mondo con una piccola cassetta di pastelli, taccuini da disegno, macchina fotografica e del suo cammino verso l’Australia in autostop ha fatto un’opera d’arte oggi alla fondazione Henry Moore di Leeds: “Non avevo idea di quanto fosse lontano l’Australia, tanto ero ingenuo. Una gallerista di Londra mi finanziava: cento sterline per otto mesi a piedi. Allora non c’erano voli diretti. Io dovevo spedire cartoline dei luoghi in cui passavo come facevano altri della mia generazione[...]”. In realtà quel viaggio non è solo arte. Tremlett vuole ritrovare i genitori partiti per l’Australia sei anni prima e di cui non ha più notizie. “Mio padre aveva studiato geologia, ma faceva il contadino nella sua fattoria nel Nord della Cornovaglia, dove sono nato. A 55 anni era stanco di quella vita e con mia madre, di dieci anni più giovane, decisero di andarsene. Aspettavano solo che io trovassi la mia strada e cercavano di convincermi ad arruolarmi in marina. Mio fratello, invece, ancora adolescente s’era già imbarcato per l’Australia. Mi sono ritrovato costretto all’indipendenza, ma era un’occasione di crescita non di dolore: volevo essere libero a tutti i costi. Una volta adulto, dopo la morte di mio padre, per molto tempo ho trascorso da mia madre una settimana all’anno: le sedevo accanto sul divano e insieme guardavamo la tv senza parlare. Ho sempre provato rispetto per loro, ma non il senso della famiglia che avete voi italiani”. David racconta il suo primo periodo a Londra nello studio-garage, dove aggiustava vecchi taxi. Il grasso per gli ingranaggi lo usa ancora oggi nei suoi wall-drawing (disegni sul muro) più audaci, con l’impronta dei polpastrelli a dare ritmo a quel materiale grezzo, plasmato come fosse oro. “Ero naïf. Volevo essere considerato un artista e mi mettevo in mostra. Se avessi ascoltato mio padre o i professori della Falmouth Art School, non sarei qua. Invece in poco tempo e con sole borse di studio arrivai alla Royal College of Art. Ma non volevo essere uno studente. Trovai uno studio a sud di Londra, dove vivevano Hamish Fulton e la coppia Gilbert&George, che comprava le mie opere per sostenermi. Furono loro i testimoni di nozze al mio primo matrimonio e fu divertente quando firmarono in due davanti al sindaco come fossero un’unica persona. Sapevamo d’essere diversi. Nella vita e nell’arte. Con loro e con Fulton andavamo fino a Düsseldorf per vedere le opere di Joseph Beuys, un innovatore. L’arte per noi non era solo fare oggetti”. Seguiranno altri viaggi in Africa, in Sud America, in Alaska, a contatto con le popolazioni locali, i colori, le forme e i suoni della loro lingua. Tremlett ha lasciato tutto quanto possiede nel baule di una macchina parcheggiata davanti a casa di amici. Al suo rientro, carico di fogli e fotografie, trova il direttore del dipartimento pittura del MoMA che lo cerca per una mostra: “Allora vivevo nel cottage di un maneggio, dove mi occupavo dei cavalli. L’avevo arredato con mobili di fortuna trovati in una discarica. In seguito la Waddington Gallery mi finanziò uno studio, e Marilena Bonomo mi invitò in Italia. Da lei c’erano tutti gli artisti internazionali, Le Witt, Mel Bochner, Alighiero Boetti. Non mi aspettavo di trovare un paesaggio così suggestivo nel Sud dell’Italia: finalmente arrivavo in un posto caldo e affettuoso. Poi incontrai Massimo Valsecchi, un’amicizia che dura nel tempo. Lui mi ha insegnato cos’è la qualità e come ottenerne molta con poco. Un’arte. Nel 1976 via Santa Marta nel cuore antico di Milano, dove c’è la sua galleria, era una strada autentica, dolce e vecchia. Da un lato l’hotel con le prostitute attempate, dall’altro la Trattoria milanese. Lì dipinsi lo spazio dove gli Sforza un tempo coniavano monete. Gli ocra e i marroni sono ormai consumati e Massimo li guarda invecchiare come fossero una bottiglia di buon vino”. A Milano Tremlett è legato anche per un fatto di cronaca che è divenuto storia. Era il ’93, l’anno della bomba al Pac, dove lui aveva una mostra. “Una parte del grande wall-drawing andò distrutto nell’esplosione. Maurizio Cattelan prese i resti, li mise in un sacco e li espose a Londra nella Galleria di Laure Genillard, la mia seconda moglie”. “Lullaby” è il titolo dell’opera di Cattelan che ora è al MAXXI di Roma. “Ma Maurizio, Jeff Koons, Damien Hirst oggi sono soprattutto bravi self promoter — dice David Tremlett —. Ora la gente non ha idea dell’arte e della sua storia, nemmeno i collezionisti. L’arte è troppo vicina alla moda, espressione di un mondo ricco e autoreferenziale. Non c’è più sfida intellettuale o filosofica” [...]» (Rachele Ferrario, “Corriere della Sera” 29/8/2010) • Vedi anche Guido Curto, “La Stampa” 17/5/2010.