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 2011  settembre 14 Mercoledì calendario

Il treno di Gheddafi: forse è in Algeria - L’inconfondibile rumore di un treno nel sottofon­do di un messaggio audio di Muammar Gheddafi, re­so noto da Il Giornale , apre nuove piste sul destino del Colonnello

Il treno di Gheddafi: forse è in Algeria - L’inconfondibile rumore di un treno nel sottofon­do di un messaggio audio di Muammar Gheddafi, re­so noto da Il Giornale , apre nuove piste sul destino del Colonnello. Forse, ma è solo un’ipotesi, sarebbe fuggito attraverso l’Algeria dotata di una buona rete ferroviaria. In Libia non circolano treni dal 1965. Il messaggio con il rumore sospetto porta la data del 24 agosto. Il Colonnello lo ha registrato mentre Tripoli cadeva nelle mani dei ribelli sostenendo di essere nella capitale. Se il rumore del treno non è una mani­pola­zione il ricercato numero era fuori dai confini na­zionali. In una nazione vicina, perchè fino a pochi giorni prima la Casa Bianca aveva confermato la pre­senza di Gheddafi in Libia. Dei Paesi confinanti, il Ciad ed il Niger non hanno di fatto linee ferroviarie. I treni viaggiano solo in Sudan ed Algeria. Il governo sudanese, però, non amava molto il Colonnello e ha già riconosciuto i ribelli, a differenza dell’Algeria. Gli algerini hanno dato ospitalità alla moglie e alla figlia di Gheddafi. Non solo: Sebha è una delle ultime roccaforti, in mezzo al deserto, dove era stato segna­lato il Colonnello. A sud ovest dalla città c’è il wadi Maghidet, che si espande dalla Libia alla catena mon­­tagnosa del Tessili, in Algeria. Una comoda pista por­­ta oltre confine, dove si può raggiungere la rete ferro­viaria e viaggiare indisturbati. «Potrebbe aver preso un treno solo per lui, o in incognito per spostarsi in Algeria. Oppure essere stato vicino alla ferrovia, men­tre registrava il messaggio, per poi decidere di rag­giungere in sicurezza il Niger. Il percorso diretto dal­la Libia risultava più pericoloso perchè i ribelli han­no preso il controllo di alcune zone di confine» spie­ga al Giornale il contatto libico che per primo si è ac­corto del rumore sospetto nel messaggio di Ghedda­fi. In Niger c’è già Saadi, il terzogenito del Colonnel­lo, che sostiene di essere «in missione umanitaria» per i profughi delle tribù libiche fuggite nel Paese afri­cano temendo la rappresaglia dei ribelli. Lunedì, nel­la capitale del Niger, sono arrivati tre generali dell’ex regime libico. Fra questi spicca Al Rifi Ali al Sharif, ca­po dell’aviazione, uno degli esecutori più spietati de­gli ordini di Gheddafi. «Diversi leader chiave del regime hanno abbando­­nato il Paese, ma non sappiamo se Gheddafi abbia la­sciato la Libia », ha ribadito ieri Roland Lavoie, colon­nello della Nato. Il Raìs ha assoldato diversi contractor, anche ingle­si, esperti di comunicazione, intelligence e informa­tica. «Non è escluso che abbia volutamente inserito nel suo messaggio audio il rumore di un treno per de­pistare­ spiega una fonte dell’Alleanza- .Con l’obiet­tivo di far allentare la caccia in Libia ». Un altro milita­re, invece, sostiene che «è come la storia di Osama bin Laden a Tora Bora. Doveva essere nascosto nelle caverne ed invece aveva già trovato rifugio nel vicino Pakistan». Il Colonnello è un personaggio altrettanto ingom­brante, anche se solo 21 paesi africani su 54 hanno ri­conosciuto il governo dei ribelli. Può contare su allea­ti di ferro come Robert Mugabe nello Zimbabwe, ma pure su investimenti che gli permetterebbero un esi­lio dorato in Togo, Guinea Bissau e altri Paesi del Con­tinente Nero. Nel frattempo sui ribelli libici piombano le accuse di «crimini di guerra» di Amnesty international, che chiede di fermare «arresti arbitrari e rappresaglie» contro gli uomini di Gheddafi. «I combattenti dell’op­posizione hanno rapito e torturato gli ex membri del­le forze di sicurezza», denuncia l’organizzazione. Nella città «martire» di Misurata i ribelli avrebbero passato per le armi 85 mercenari, che combattevano per Gheddafi. Secondo la stampa di Belgrado e Zaga­bria, 12 erano serbi, 11 ucraini, 9 croati, oltre ad una decina di colombiani. Una volta catturati venivano giustiziati con un colpo alla nuca. Abdelaziz Madini, comandante dei ribelli, ha dichiarato: «Quelli che so­no stati uccisi non erano soldati, ma gente venuta in Libia ad ammazzare per soldi».