Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  settembre 14 Mercoledì calendario

Vent’anni di forzature al codice pur di processare Berlusconi - Nella guerra che va avanti dal ’94 le procure italia­ne hanno utilizzato contro il premier un intero arse­nale

Vent’anni di forzature al codice pur di processare Berlusconi - Nella guerra che va avanti dal ’94 le procure italia­ne hanno utilizzato contro il premier un intero arse­nale. Armi perfettamente legali, sia chiaro. Infatti s­o­no state impiegate sul filo della legge, perché le nor­me possono essere manipolate come fanno le dita con la fisarmonica, fino a ottenere nuove armonie. È tutto corretto, anche se alla fine qualcosa non qua­dra. Si può sostenere, con la stampella di mille argo­mentazioni, che la competenza per quel fascicolo è di quella città e non di un’altra. Così Napoli si tiene stretto il fascicolo Berlusconi-Saccà ipotizzando chissà quale corruzione,poi la realtà s’impone:l’in­dagine trasloca a Roma e finisce in archivio. Per la vi­cenda Sme, invece, i pm di Milano hanno spiegato per dieci anni che quel processo doveva essere cele­brato in terra ambrosiana. E così è stato. Poi dopo due lustri si è scoperto che avevano ragione le difese degli imputati: quelle carte dovevano essere valuta­te e studiate a Perugia. Troppo tardi. D’altra parte sulla competenza ci sono regole rigide, ma alla fine i diversi criteri s’incrociano lasciando ai magistrati un potere discrezionale che non si può misurare. E la procura di rito ambrosiano le ha provate tutte per gestire quelle carte. Risultato: quei faldoni sono di­ventati carta straccia. Inutilizzabili per via della pre­scrizione. È paradossale, perché nel procedimento-stralcio che riguardava il premier, Ilda Boccassini aveva cer­cato di premere sull’acceleratore, utilizzando una corsia preferenziale che non si usa nemmeno con i delinquenti destinati all’ergastolo;il pm aveva infat­ti chiesto al tribunale di fissare le udienze «anche il sabato ed eventualmente la domenica». I cancellie­ri e i giudici schierati a palazzo di giustizia il giorno di festa sono una novità assoluta. Non si erano mai vi­sti, nemmeno con il binocolo. Certo, l’intento può essere lodevole per far uscire dal pantano dell’arre­trato fascicoli delicatissimi che non possono aspet­tare. Tutto perfetto, anzi raccomandabile, ma tutto irrealizzabile, come in un fiction di fantascienza. E infatti nessuno si è mai sognato di proporre una mos­sa del genere. Finché la Boccassini ha provato a velo­cizzare i passaggi del processo al premier. Ma alla fi­ne ha dovuto rinunciare al progetto che le era così ca­ro. Certo il Cavaliere è un cliente difficile: ha sempre mil­le impegni e­non è facile trovare spazio per gli interro­gatori e i dibattimenti che si stendono sul calendario riempiendolo di udienze, perizie, audizioni. Così nell’aula del processo Mills,è il pm Fabio De Pasqua­le a cercare la via per sfoltire gli impegni del premier. Berlusconi ha spiegato di non potere essere presen­te causa consiglio dei ministri. Pareva una porta in­valicabile, perché una riunione del governo è, o do­vrebbe essere, un impedimento più che legittimo. Ma De Pasquale, nel sollevare il quesito poi girato al­la Corte costituzionale, ha obiettato che c’è consi­glio e consiglio. In quello «incriminato» si doveva di­scutere di «provvedimenti di non particolare rile­vanza e urgenza», come «la diffusione del turismo sportivo tramite il golf e problemi linguistici in Alto Adige». Insomma, il pm, sfruttando i margini di una norma ballerina,ha messo il naso nell’agenda del premier. Tutto lecito, tutto carburante per accendere la mic­cia delle polemiche e per riempire pagine e pagine di giornale. Con il Cavaliere funziona così da dicias­sette anni e dall’avvis­o di garanzia recapitato a Napo­li nel corso di un summit mondiale contro la crimina­lità: le norme vengono sagomate e lucidate tutte per lui. Per lui e solo per lui i pm arrivano a dare la loro disponibilità assoluta, sacrificando anche la sacrali­tà della domenica. Per lui e solo per lui si trova il mo­do di correre sul più imbarazzante dei dibattimenti: le accuse del Rubygate precipitano nell’imbuto del rito immediato. Ed è un autorevole magistrato di ri­to ambrosiano, Fabio Roia, ex componente del Csm, a sottolineare la singolarità di questo percorso giudiziario: «Il caso classico per cui si procede con queste modalità è quello del corriere internazionale di cocaina fermato a Malpensa con un carico di ovu­li. Oppure, un’altra situazionetipo è quelladel rapi­natore bloccato ancora con la pistola in mano. Direi che per la mia esperienza due strade portano nor­malmente all’immediato: la confessione o la flagran­za del reato». Dunque, il Cavaliere come il corriere internazionale di cocaina o il bandito bloccato die­tro il vetro blindato d un istituto di credito. O come gli affiliati alla ’ndrangheta, arrestati proprio su ri­chiesta della Boccassini e processati a tambur bat­tente con le manette ai polsi. Si possono paragonare queste situazioni con quella del Cavaliere? Per la ma­gistratura milanese non ci sono controindicazioni, come per certi farmaci che possono essere utilizzati con i bambini e pure con gli anziani. Curioso: la Pro­cura di Milano aveva provato a scagliare la freccia dell’immediato anche con il crac senza precedenti della Parmalat, ma il gip, quella volta aveva bocciato su tutta la linea un disegno ritenuto temerario e ave­va costretto la procura a rallentare la sua corsa. Que­sta volta i giudici non hanno avuto esitazioni. La leg­ge dà una chance e i pm se la prendono. Con il Cava­liere si può fare. E si fa.