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 2011  settembre 15 Giovedì calendario

MI AMI? SOFFOCHIAMO INSIEME

Circa tre anni fa, mi fu offerto di gestire un blog erotico. Accettai, ma non prima d’aver dato un’occhiata ai tanti siti Internet che trattavano di sesso. Mi sono imbattuta in una dozzina di siti soft core dove spopolavano le foto di donne nude e i consigli per far godere il partner. Dopo una mezz’ora ero già morta di noia. Insomma: dov’era la fantasia? Chiamatela “deformazione professionale”, se volete, ma chi scrive libri erotici non può credere che il sesso si limiti a questo. Perciò attraverso il blog ho cominciato a parlare anche di fetish, bondage, e sadomaso, con un tono schietto e senza censura. Il risultato è stato un boom di visite senza precedenti, segno che anche in Italia esiste una forte comunità Bdsm. Sono tanti gli uomini e le donne che praticano sesso alternativo. Alcuni li ho incontrati, e sono rimasta piacevolmente sorpresa dalla consapevolezza con la quale andavano esplorando il lato nascosto della sessualità.
C’È BISOGNO di riflettere su questa parola: consapevolezza. Nel bondage in particolare, va intesa come sinonimo di sicurezza, perché solo la consapevolezza dei propri desideri e dei propri limiti conduce al piacere. Ma i fatti di Roma che hanno portato alla tragica morte di una giovane ragazza hanno rimesso in discussione proprio la questione “sicurezza”. Il bondage non è meno sicuro del bungee jumping o di altri sport estremi, purché non si commettano imprudenze. Soter Mulé, l’ingegnere romano esperto di shibari, non aveva un coltello a portata di mano per tagliare le corde al primo accenno di pericolo – possibile nel breathplay – e questo è stato un errore fatale, che mai sarebbe dovuto accadere. Sbagliato invece addossare la responsabilità di questo errore anche a chi il bondage lo pratica con rispetto per la sicurezza degli altri. Il bondage, soprattutto nella sua variante shibari, una pratica antichissima che risale addirittura all’epoca dei samurai, tanto da venire utilizzata per immobilizzare i prigionieri mediante delle funi. Oggi si usano catene, manette, polsiere in velcro o in seta finissima, e il piacere che deriva dal sentirsi totalmente in balia di un’altra persona è tale da rendere superfluo anche il rapporto sessuale.
Di conseguenza, s’intuisce che il bondage non è un gioco erotico mortale, come ha detto qualcuno. E tantomeno un divertimento da pervertiti. Tuttavia, parlarne in questi termini fa tendenza. Ma come definire l’eros estremo se non come un’altra faccia dell’amore? Quando ho scritto Fetish Sex ho deciso di raccontare l’altra faccia dell’amore attraverso otto storie di sesso estremo. Una di queste, raccontava la disavventura di un giovane diviso tra il desiderio di vedersi legato e immobilizzato, e la paura di confessare alla fidanzata questa fantasia. Il timore di venire additato come un malato o un pervertito, alla fine lo spingerà a chiudersi in casa per legarsi in solitudine, senza riuscire a liberarsi. Già dalla prima presentazione in libreria, ho potuto constatare che il racconto, nonostante il lieto fine, lasciava nei presenti un vago senso di inquietudine misto a eccitazione. Così a fine serata c’era sempre qualcuno che si fermava a parlare con me perché voleva sapere di più sull’argomento. Voleva sapere qual era il modo giusto per legare una persona, o per farsi legare. Soprattutto voleva conoscere i rischi e le conseguenze di un tale gioco. Questi curiosi non assomigliavano agli orchi cattivi delle fiabe, al contrario erano persone dall’aspetto comune, di quelle che potreste incontrare tutti i giorni in ascensore o sull’autobus. Non pervertiti, ma persone normalissime. Ricordo, tra gli altri, un giovane studente universitario dai capelli ricci e biondi come un cherubino, un paio di infermiere dalla risata contagiosa che mi assillavano con domande su manette e bavagli, e tantissime coppie sposate che cercavano di mantenere vivo il rapporto attraverso nodi fatti ad arte.
GENTE DI OGNI PAESE e di tutte le età, uomini e donne accomunati dal medesimo bisogno di qualcosa che non si contrappone all’amore, ma viaggia sopra un binario parallelo. Si tratta di esploratori. Proprio come la signora che l’anno scorso si piazzò di fronte a me durante un reading, seduta in prima fila. Sui cinquanta, ben vestita, con i capelli freschi di messa in piega, insomma la classica “sciùra perbene” che si occupa di annaffiare le piante ai vicini che sono in ferie. In grembo aveva una specie di taccuino dove prendeva appunti. Ogni tanto annotava qualcosa, poi tornava sui suoi passi e tirava una linea su quanto aveva scritto in precedenza, per ricominciare tutto daccapo. Una parola. Una linea. Un’altra parola. Un’altra linea. Andò avanti così per tutta la sera, tanto che alla fine volevo sapere cosa aveva scritto su quei fogli. Soprattutto volevo sapere cosa aveva cancellato e perché. Le mie parole l’avevano offesa? I miei racconti avevano urtato la sua sensibilità? Dovevo conoscerla, parlare con lei e chiederle del taccuino. Esattamente ciò che ho fatto al termine del reading. Così ho avuto modo di constatare che la signora non si era limitata a prendere appunti, ma accanto a ogni nota aveva scritto il nome di un uomo, l’amico che secondo lei poteva essere più disponibile a fare certi giochi. Salvo cambiare idea poco dopo e tirare una bella linea su quel nome. Niente di grave comunque, perché a giudicare dagli scarabocchi sulla pagina, la signora doveva avere tanti amici. Che non sono dei pervertiti, ma certamente sono numerosi.