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 2011  settembre 15 Giovedì calendario

NELLA CAPITALE DEGLI SCAMBI I FURBETTI ERANO GIA’ LI’

Denaro e Bellezza, a Firenze, in un viluppo diabolico tra arte & economia. Non a caso il Denaro, nel titolo, viene prima di tutto, e domina, a Firenze, città che per secoli, con il suo fiorino (che qui riverbera subito nell’oro della Madonna della Zecca) mantiene un primato mondiale, prim’ancora bancario che mercantile. Capitale emblematica di scambi e profitti, anche stilistici, perché non a caso proprio qui s’inventa un primato, poi pervasivo (quello della Rinascenza, del ritorno al classico e della trionfante prospettiva) che esiste proprio grazie al lusso e alla generosità status symbol di mecenati, non più ecclesiastici, ma mercanti. Che nel loro sfarzo laico o devoto, la Chiesa condanna, ma non può esorcizzare. Tranne che con le affrescate Danze di Morte: Biblia deterrente per tutti.

Perché, per quanto compromessa, la Chiesa non può permettersi di dimenticare che già imprestare soldi, e poi chiedere un interesse, è peccato d’usura, carne d’Inferno, da fustigare. Nell’angoscioso strappo d’affresco dantesco di Orcagna, un diavolo con temibili fattezze alla Bosch fustiga tutti con borse piene d’oro, sterco dannato: Papi, cardinali, peccatori. Si salvano solo (assenti all’appello della dannante pittura) i committenti, cioè i Francescani e gli ordini che ideeranno presto i Monti di Pietà, per aggirare l’usura. Perché nel breve intervallo di tempo, che passa tra il prestito e il rimborso con interesse, s’introduce la coda del diavolo. Eppure anche la Chiesa, per pagare le sue beneficenze, i suoi sfarzi, le sue committenze sontuose, ha bisogno di far circolare denaro, e allora i Dottori Sottili, alla San Tommaso, devono ingegnarsi, gesuiticamente, per almanaccare strane bilance ipocrite allegoriche, mentre i Savonarola posson continuare a infuocare il mondo, anche quello dell’arte.

Nei «roghi delle vanità», che il monaco ribelle istituisce nella stessa piazza in cui sarà arso, non solo le donne contigate, che piacevano a Dante, depongono gli scollacciati gioielli da tardive Maddalene, ma anche grandi pittori, come Lorenzo di Credi o Fra Bartolomeo (che smette l’attività peccaminosa del dipingere) vengono a gettare esaltati anni di studio e di perizia, le «cose vane, lascive o disoneste», che sono le loro opere. E intanto l’economia per assolversi inventa escamotage etici, per esempio le lettere di credito, mentre Botticelli via via macera la sua eleganza, preda d’una crisi morale, che si fa stile.

Non si pensi a una mostra facile, tematica, con qualche moneta in un quadro e qualche avaro, con mani rapaci. Ludovica Sebregondi, da un’ottica cattolica, e Tim Parks, da quella luterana, firmano, in didascalia, due percorsi complementari, per leggere come il tema del denaro, del lusso, del senso del peccato, si converta in pittura. Attenzione: non Denaro «è» Bellezza, come qualcuno scherza. Però la mostra, in filigrana, è impressionantemente attuale; e senti alle spalle il respiro di tanti Tremonti dell’epoca, e tassi di scambio, e Pil di fiorini in pericolo, e banche che chiudono (non a New York, ma nella Bruges medicea) e tuonari apocalittici di Savonarola-Pirani, o di San Bernardini-Cordero. Con tonanti editoriali-predicazione, contro il lusso e la corruzione, in mezzo ai soliti furbetti del quartierino, che son già lì.