Claudia Provvedini, Corriere della Sera 15/9/2011, 15 settembre 2011
«FACEVO L’EDUCATORE PER DISABILI. COSI’ MI SONO SCOPERTO ARTISTA»
Da mezzo secolo Robert Wilson rivoluziona le coordinate spazio e tempo a teatro e nell’arte. Il 4 ottobre compirà 70 anni.
Ricorda la sua prima performance?
«Affittai un intero piano a Manhattan al 147 di Spring Street, oggi Soho. Quello spazio vuoto, tutto per me, fu il motore della mia vita. Mi dava una libertà ignota fino ad allora. Dipingevo e danzavo, da solo. Avevo 24 anni».
Per i suoi 7 decenni — 7 numero preferito — invece lo festeggiano in tanti, in Brasile, a Berlino, New York (il 4 al BAM la sua Opera da tre soldi), Parigi. Milano batte tutti: lunedì 19, pranzo offerto dalla mecenate Giancarla Berti a Palazzo Crespi, «prima» alla Scala del Ritorno di Ulisse in patria di Monteverdi, cena esclusiva.
In una casa vuota decise cosa avrebbe fatto nella vita?
«Credo di sì. Cresciuto in una casetta a Waco, nel Texas dei cowboys, me ne andai a 17 anni per seguire corsi all’Università, ricordo dormitori, piccoli appartamenti. Anni 60, New York: studio architettura e pittura. Ancora piccole stanze, bagno in comune. Poi...».
Inizia la sua avventura di artista rivoluzionario?
«Lavoravo con rotoloni di carta da 10-20 metri, li riempivo di disegni e pitture. Mi muovevo come se danzassi. Un po’ alla volta presi confidenza col mio corpo. Cominciò così».
Per mantenersi, che lavoro faceva?
«L’educatore, scuole pubbliche e private per disabili. Straordinario avere a che fare con gente di ogni classe — dal magnate alla casalinga — che mai si sarebbero mescolate».
E come li trasformò nel suo primo pubblico?
«Aprii le porte di casa, li invitai tutti. Dall’interazione degli spettatori più diversi furono stimolati i miei primi lavori e mostre, uno sforzo comune».
Nella foto di Mapplethorpe anni 70 per «Einstein on the Beach» con Glass, lei è coreografo: primo amore la danza?
«Mi ha sempre affascinato, mai studiata. Tanto odiavo gli show di Broadway, mi annoiavano i drammi psicologici, non sopportavo l’opera al Metropolitan con grottesca carrellata di emozioni ’800... quanto ammiravo la forma classica della danza, le coreografie astratte di Balanchine, le creazioni di Merce Cunningham e John Cage».
Li considera i suoi maestri?
«Come Pollock, Bill de Kooning, Cézanne, Barnett Newman in pittura; il leader spirituale Luther King; Daniel Stern psicologo alla Columbia University e 2 ragazzi disabili».
Raymond Andrews, sordo, ispirò «Deafman Glance»; Chris Knowles, autistico, «A Letter for Queen Victoria».
«I miei primi spettacoli erano costruiti su disegni e sogni fatti da quell’adolescente sordo, o che non diceva una parola. Dal silenzio nascevano i movimenti... Ancora oggi nelle regie parto dai movimenti poi metto la musica, infine le parole, così come parto dalla luce per creare lo spazio. Luce e movimento per primi. Se percepiamo il nostro moto interiore, i gesti seguono, come i suoni dal silenzio».
Quando ha «scoperto» la luce?
«L’ho sempre collegata allo spazio. Da bambino odiavo la lampada a soffitto in camera mia. La avvolsi in una stoffa per soffocare il raggio. Senza luce non c’è spazio. Per prima cosa faccio sempre la prova luci».
Alcuni suoi lavori non sono finiti, altri cambiano nel tempo. Cerca la forma perfetta o non è mai soddisfatto?
«Un’opera non è mai finita. Al New York Times che criticava le nuove coreografie, Balanchine disse: "Datemi tempo. Ne farò dei capolavori". A un vecchio disegno aggiungo una linea, a un’opera in repertorio faccio cambiamenti. Il mio lavoro, idee, corpi, fanno parte dello stesso processo di evoluzione. Il mutamento è la sola costante della vita».
Le sue collezioni: dal totem africano al vetro di Murano...
«Mi interessano tutte le culture. Presente e passato. Ho coltivato l’arte tribale e asiatica, di recente le culture indigene: come proteggerle? Senza cultura non c’è memoria».
Un artista mondiale come lei, cosa pensa del mondo, oggi?
«Le mie opinioni cambiano. Oggi mi concentro sul futuro. Che ne sarà delle librerie? Saranno centri d’ispirazione, l’uomo avrà sempre bisogno di riunirsi, lo vedo al mio Watermill Center. Basta matematica, volumi ponderosi... tutto in un chip da impiantare nel cervello. Ma intuizione e immaginazione resteranno».
Se dovesse indicare una figura di leader mondiale...
«Politica e religione ci dividono, arte e spiritualità ci uniscono».
Claudia Provvedini