Fabio Scacciavillani, il Fatto Quotidiano 14/9/2011, 14 settembre 2011
PERCHÉ LOU JIWEI PIACE TANTO AL TESORO
Lou Jiwei, il capo del Fondo sovrano cinese China Investment Corporation che ha incontrato Giulio Tremonti il 6 settembre, è una delle personalità più corteggiate nel mondo finanziario globale. Intrattiene l’interlocutore con la sua capacità di spaziare sui temi chiave dell’economia globale e stupisce per la padronanza con cui discute dei debiti pubblici o di grandi operazioni di private equity attorniato da un team giovane formatosi nelle università e nelle banche americane. Da ingegnere informatico passato poi agli studi econometrici (cui ha unito la passione politica) ha una visione dai contorni nitidi e non mostra soverchio interesse per teorie balzane partorite da contabili con ubbie da mâitre a penser. Per cui è probabile che non abbia letto certi passaggi nel capitolo di “Rischi Fatali”, intitolato appunto “Cina versus Italia” in cui in cui il ministro del Tesoro Giulio Tremonti si lanciava in strali di stampo vetero protezionista (“La guerra commerciale tra Cina e Italia non è solo minacciata. È già’ cominciata”). Del resto non si gestiscono centinaia di miliardi di dollari in qualità di presidente di uno dei fondi sovrani più potenti del mondo, la China Investment Corporation (CIC), senza un occhio benevolo verso la pletora di questuanti che sgomitano e si affannano intorno e un distacco verso polemiche politiche di sapore valligiano.
Lou Jiwei è uno di quei tecnocrati che stanno guidando il grande balzo in avanti (stavolta quello vero) con una visione strategica che all’Europa dei leader dimezzati fa difetto da almeno un decennio. La sua presenza a Roma è giustificata dalla mazzata che la bancarotta dell’Italia assesterebbe all’euro e alla economia mondiale. La Cina ha tratto benefici epocali dalla globalizzazione economica e finanziaria: un’implosione della zona euro significherebbe un disastro per le sue esportazioni e una falla nel sistema monetario internazionale. Il dollaro non può più sostenere il ruolo di valuta per gli scambi internazionali che ha assunto quando l’economia americana era metà di quella mondiale e molti grandi paesi dall’Unione Sovietica, all’India alla Cina partecipavano in misura trascurabilie al commercio internazionale.
Oggi il peso dell’America nell’economia mondiale è meno di un quarto e in continuo declino, quindi continuare a fornire la liquidità internazionale si sta rivelando un peso insostenibile. E con lo yuan ancora soggetto a controlli valutari, se l’euro dovesse sparire e si tornasse alle modeste carature delle monete nazionali, uno dei cardini dell’assetto multipolare cederebbe, aprendo la strada a uno scenario di instabilità dagli effetti imprevedibili.
Per di più ci si scorda in Europa, ma non a Pechino, che l’euro rappresenta il completamento del mercato unico europeo. Il ritorno agli anni ‘70 e alle svalutazioni competitive innescherebbe delle tentazioni protezionistiche che al momento sono latenti e solo per miracolo non hanno guadagnato credito come risposta populista alla gravità della crisi. Ma è una tregua precaria.
Quindi Lou Jiwei non è a Roma attirato dai saldi di fine regime su Bot, Cct e azioni bancarie. La sua missione ha una motivazione strategica di primaria importanza per la Cina. L’Italia rischia di essere l’innesco di una nuova deflagrazione della crisi che i cinesi vogliono disinnescare. In un certo senso lo scacchiere italiano rappresenta la prima grande occasione per la nuova potenza economica di agire non solo in funzione di rapporti bilaterali o dei propri interessi commerciali, ma nel contesto di una responsabilità da leader mondiale che opera per assicurare la stabilità del sistema globale.
Ciò significa che il supporto cinese non è estemporaneo e potrebbe essere provvidenziale visto che la Bce sta esaurendo le munizioni, ma non verrà concesso a scatola chiusa, né a interlocutori inaffidabili. I cinesi operano su un orizzonte temporale che abbraccia decenni, per cui difficilmente si troveranno a proprio agio con personaggi che vivono alla giornata, misure economiche rivedute ogni tre ore e un ministro del Tesoro esperto in espedienti.