Alberto Negri, Il Sole 24 Ore 14/9/2011, 14 settembre 2011
IL CAIRO INCORONA ERDOGAN LEADER
Alle masse arabe che lo hanno accolto al Cairo con un bagno di folla il premier turco Erdogan deve apparire come una sorta di Nasser aggiornato e rivisto alla musulmana, un leader di successo che al terzomondismo vecchio stile ha sostituito la crescita del Pil e gli investimenti stranieri, il tutto condito con un po’ di Corano, democrazia e una politica anti-sionista che manda in sollucchero il popolo ma anche l’affluente neo-borghesia islamica. «Riconoscere lo stato palestinese - ha detto ieri alla Lega Araba - non è un’opzione ma un obbligo». Niente male per un Paese che da oltre 50 anni è membro della Nato.
Non c’è dubbio che Erdogan, dopo l’espulsione dell’ambasciatore israeliano e le tensioni crescenti con Tel Aviv, sia spinto da un attivismo spregiudicato ma ha pure bruciato gli altri sul tempo: è il primo leader straniero a mettere piede al Cairo dopo la rivoluzione di Piazza Tahrir (per proseguire poi in Libia e Tunisia), evitando però la puntata a Gaza, dove è considerato un eroe, per non imbarazzare ancora di più il Governo egiziano in piena crisi con Israele.
Sbalzati dalle rivolte attempati e sclerotici raìs, l’atletico ex calciatore Erdogan, che ha prontamente sostenuto le ribellioni senza muovere un soldato, intende incassare i dividendi della primavera araba. La Turchia appare così come il nuovo amico dell’Egitto mentre ai tempi di Mubarak veniva guardata con sospetto e diffidenza. Per non parlare dell’ostilità con cui Nasser aveva accolto negli anni Cinquanta gli accordi segreti tra Ankara e Tel Aviv: il leader dei Liberi ufficiali, idolo allora delle masse arabe, definì l’intera Turchia «persona non grata».
La "nuova" Turchia è un Paese assai diverso, liberato dai meccanismi militari ed economici che l’avevano ingabbiata durante la Guerra fredda. La fine dei blocchi è stata accompagnata da una profonda mutazione interna segnata dall’ascesa della borghesia anatolica che ha emarginato le tradizionali élite laiche e kemaliste. Quasi un paradosso: più si avvicinava ai modelli economici e politici europei e più la Turchia si allontanava dalla sfera di influenza occidentale. Certo non del tutto, perché se vuole gli aerei e i droni per bombardare i curdi del Pkk deve rivolgersi ancora agli americani. Ma una cosa è sicura: agli occhi dei turchi sono sempre meno evidenti le ragioni di un ingresso nell’Unione che appare comunque controverso e osteggiato.
Questa Turchia, proiettata verso il Medio Oriente, l’Asia e l’Africa, cerca una sorta di exit strategy internazionale al processo di adesione alla Ue. E non è detto che per l’Europa, sia un’evoluzione negativa: con la sua ferrea politica economica l’Unione punta a restringere il cerchio dei membri, non ad allargarlo. I turchi lo hanno capito alla perfezione e lo zar dell’economia Ali Babacan, vice di Erdogan, sta attuando con il taglio dei tassi manovre espansive in contrasto con quelle di Francoforte, nel timore anche di importare recessione dall’Europa che resta per Ankara il più importante mercato di esportazione.
La missione di Erdogan è fortemente collegata a esigenze politiche: trovare un’alternativa all’alleanza con Israele e mandare un messaggio al mondo arabo proponendosi come una sorta di modello di coesistenza tra Islam, laicità e democrazia. Ma è anche legata alle istanze economiche di una classe imprenditoriale che cerca sempre nuovi mercati: quatto ministri e un esercito di duecento businessmen seguono il premier in questo tour nordafricano. Egitto e Turchia hanno un giro d’affari di 3 miliardi di dollari l’anno e le aziende turche impiegano circa 50mila lavoratori egiziani. In Libia, secondo mercato di grandi lavori dopo la Russia, Ankara conta di riavviare commesse per 15-20 miliardi di dollari.
Il soft power, la penetrazione economica e commerciale, con i prestiti agevolati e le zone di libero scambio, accompagnata dalle comuni radici musulmane e da un secolare passato ottomano, è la vera arma strategica dei turchi sulla sponda Sud. Il nuovo raìs sa come muovere i cuori ma anche i denari.