Sergio Perosa, Corriere della Sera 14/09/2011, 14 settembre 2011
ANONIMO OPPURE NO NON SARA’ MAI UNA FRODE
In vita di Shakespeare si sa ben poco di lui: qualche dato anagrafico, qualche lite giudiziaria, uno strano testamento. Il suo nome è dato ad un attore che diventa azionista della compagnia (finita sotto il patrocinio del Re), fa carriera e bei soldi, che investe in beni immobiliari nel paesello natio, dove si ritira prima dei cinquant’anni. A suo nome vengono pubblicati due dozzine di drammi, due poemetti, ma non i Sonetti. Un uomo quasi anonimo. Eppure, sette anni dopo la morte, amici, letterati e colleghi pubblicano un’edizione in-folio di 35 suoi drammi. Non era accaduto a nessun altro; nessun dubbio che esistesse come tale; e avrebbero azzardato a farlo se fosse stato un Lord? Il Sei e il Settecento ignorano o svalutano Shakespeare: Re Lear è ridotto a commedia, le commedie a farse e vaudeville, le tragedie a esercizi di retorica. Sono i romantici a farne il prototipo del poeta spontaneo e naturale, di origine popolare, capace di attingere a vertici di poesia anche senza cultura e senza regole. L’800 vittoriano ne fa il Bardo nazionale, epitome della grandezza della nazione: inconcepibile l’Impero senza di lui, lui senza l’Impero. Ma lì nasce il dubbio: come può uno come lui, senza greco e con poco latino, con scarsa filosofia e forse religione, esser stato all’altezza di così eccelse creazioni? Doveva esser stato qualcun altro, un letterato, un nobile, un Lord. Henry James, che pur lo ammirava, non si capacita che «lo zotico di Stratford», «il giovane rustico» inurbato, abbia potuto scrivere così, ed è tentato da quella che lui stesso chiama la Bêtise, la stupidaggine, che cioè a scrivere le sue opere sia stato Sir Francis Bacon: una teoria nata e diffusa in America. Solo che se dubita che a scrivere quei capolavori sia stato un uomo di così poco conto, «operante sotto sordido stress professionale», ancor meno può credere che sia stato il fin troppo colto e paludato Sir Francis. Tali sortite, diciamolo, hanno un fondo supercilioso e razzista: come può l’umile levarsi a tanto? Così i pretendenti a prendere il suo posto si moltiplicano, con maggiore o minore plausibilità: ce n’è una sfilza, ma sempre nobili e Lord.. Potrebbe esser stato lo stesso re o la regina. Il film Shakespeare in Love rendeva amabile il personaggio fra assurdità storiche e sociali: pensare che la regina Elisabetta andasse a vederlo in incognito a teatro è come credere che Obama vada in incognito in gradinata a vedere la partita Vicenza-Cittadella. Sotto vesti nobiliari Anonymous: ce lo renderà ancor più amabile o detestabile? Vorrei anch’io che di Shakespeare si sapesse di più: ma qualsiasi cosa scoprissimo di lui, muterebbe la nostra percezione delle modalità di composizione - non la grandiosità della sua visione drammatica, lo stuolo di magnifici personaggi, l’empito, la musica e la poesia del suo linguaggio. Non sarà mai una frode.
Sergio Perosa