Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 14/09/2011, 14 settembre 2011
FOSCOLO, COLLODI, SABA. COSI’ GLI SCRITTORI INCORAGGIARONO L’ITALIA
Quale contributo hanno dato gli scrittori, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, al sentimento unitario? Attorno a questa domanda ruota la mostra, che si inaugurerà domani all’Università di Pavia, di materiali (in parte inediti) detenuti dal Fondo Manoscritti fondato da Maria Corti: autografi di opere, lettere, diari, prime edizioni, fotografie, disegni. La curatrice Maria Antonietta Grignani parla, nella presentazione, di «un percorso che riguarda le varie posizioni politiche e civili, i modi in cui gli intellettuali hanno sostenuto le proprie convinzioni e i propri ideali, dalle premesse poste da Ugo Foscolo e dai suoi interlocutori di spicco, fino ad arrivare a oggi (...)». Il rapporto tra intellettuali e storia civile è segnato da fedeltà, tradimenti, svolte, ripensamenti, speranze e delusioni. Foscolo. «Il sacrificio della patria nostra è consumato: tutto è perduto», scrive nell’Ortis alludendo a Campoformio. Se i suoi versi e le sue lettere «fremono amor di patria», il Commentario alla guerra di Marengo (1806) testimonia l’impegno militare di quello che diverrà un mito prerisorgimentale evocato anche da Garibaldi. L’Italia unita nei suoi albori è rappresentata non solo da Collodi, «il Manzoni dei ragazzi», come lo definì Croce, ma anche da un blocco di autografi di Emilio De Marchi, che già intravede la crisi pur rivendicando i valori positivi del Risorgimento. E poi dal filo che lega Pinocchio ai suoi estimatori novecenteschi, da Franco Antonicelli a Giorgio Manganelli. Sui fronti di guerra compaiono il patriota triestino Scipio Slataper, l’ingegner Gadda e un Ottone Rosai poco conosciuto con la prosa Dentro la guerra (1934), oltre a tante stesure e prime edizioni ungarettiane (compreso il Porto sepolto presentato da Mussolini). E in questa affollata sezione non mancano i nomi di Umberto Saba e di Andrea Zanzotto, al quale i luoghi della carneficina avrebbero ispirato i versi di Guerra 1915-18. «Fascisti e no» è un altro segmento. Fascisti illusi e poi delusi, come il «selvaggio» Mino Maccari in lotta contro la tradizione panciafichista e pantofolaia. Il suo amico Romano Bilenchi raccolse in Vita di Pisto (1931) le testimonianze di un vecchio garibaldino che invitava il nipote a indossare il berretto rosso insieme alla Camicia Nera. Sempre qui, una lettera di Indro Montanelli inviata nel luglio 1935 al «carissimo Babbo» dal fronte africano esalta la guerra di Etiopia come «una bella vacanza»: «niente di più sonoro e di più pittoresco». Proprio mentre Ennio Flaiano compilava un quadernino di appunti che poi avrebbe dato luogo a Tempo di uccidere. Poco dopo, nel ’37 Vittorini, in un quaderno consegnato a Bilenchi, nutriva ancora la speranza di recuperare la componente antiborghese del regime. E si va avanti con le poesie civili di Salvatore Quasimodo e di Alfonso Gatto; con i Piccoli maestri di Luigi Meneghello e con la vibrante esortazione di quest’ultimo ai giovani italiani: «pensate con la vostra testa. Non datela via a nessuno...»; con un quaderno di disegni di Montale e con una lettera in cui chiede allo squadrista Marcello Gallian di essere aiutato a recuperare la direzione del Vieusseux; con la letteratura industriale del «Menabò» e di Ottiero Ottieri (in un diario del ’55 c’è il nucleo che ispirerà Donnarumma all’assalto), con i Ragazzi di vita pasoliniani, con gli appunti preparatori del Danubio di Claudio Magris. Su tutte le carte, lo sguardo sorridente e fiero di Maria Corti, straordinaria madrina e ospite delle ombre del Fondo. La mostra documentaria «Raccontare l’Italia» sarà inaugurata all’Università di Pavia (Aula Disegno) domani alle 11 con interventi di Angiolino Stella (rettore), Maria Antonietta Grignani, Gian Luigi Beccaria, Beppe Severgnini e Emilio Giannelli, autore del disegno che illustra la mostra e la copertina del catalogo (Interlinea). Apertura fino al 4 novembre.
Paolo Di Stefano