Monica Ricci Sargentini, Corriere della Sera 14/09/2011, 14 settembre 2011
UN’ISOLA ARTIFICIALE NELL’OCEANO PER SALVARSI DALL’ULTIMA MAREA
Gli abitanti delle isole Kiribati nell’Oceano Pacifico sono rassegnati. Da anni guardano il mare salire inesorabilmente. Molti villaggi sono già stati evacuati e l’arcipelago con i suoi 33 atolli rischia di essere la prima nazione a scomparire a causa dell’effetto serra. Due anni fa le acque hanno minacciato anche il palazzo presidenziale e il capo dello Stato Anote Tong è stato costretto a spostare la sede più a monte. E negli ultimi mesi le falde acquifere sono state contaminate dall’acqua marina, interi raccolti sono andati distrutti.
Per salvare i suoi 105 mila cittadini Tong, a questo punto, è disposto a tutto. Anche ad andare a vivere su un’isola artificiale: «Ho visto alcuni progetti — ha detto la scorsa settimana al Forum delle isole del Pacifico ad Auckland in Nuova Zelanda —, sembrano un po’ fantascientifici ma ogni idea deve essere presa in considerazione. Se stai per essere sommerso con la tua famiglia dall’acqua e ti offrono la possibilità di salire su una gigantesca piattaforma fluttuante tu cosa fai? Ci sali? Io penso di sì». Con due miliardi di dollari sarebbe possibile trasferire migliaia persone su un atollo galleggiante, magari in grado di produrre autonomamente energia elettrica e acqua potabile. Un costo non proibitivo se si pensa che l’alternativa è erigere dei frangiflutti per un miliardo di dollari che sarebbero comunque un palliativo e non la vera soluzione.
Qualche giorno fa a Sud Tarawa, la capitale di Kiribati formata da una serie di isolette unite da una serie di ponti, si è presentato il segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon: «Chi dice che il cambiamento climatico è una cosa di là da venire dovrebbe visitare questo posto. Così potrebbero toccare con mano che sta già lambendo i nostri piedi, letteralmente, a Kiribati e altrove».
Il presidente Tong ad Auckland ha fatto ancora una volta appello alla comunità internazionale perché garantisca fondi alle nazioni in pericolo tra cui Tuvalu, le Seychelles, le Marshall e molte altre. «Nonostante le promesse — ha detto — finora non abbiamo ricevuto molto, soprattutto dalle nazioni ricche. Il mondo deve fare qualcosa di concreto per ridurre le emissioni di carbonio perché noi non possiamo più adattarci». Anche Ban Ki-moon ha detto che la visita a Kiribati ha rafforzato la sua idea che «ci sia qualcosa di veramente sbagliato nel nostro attuale modello di sviluppo economico». Per la commissaria europea al Clima Connie Hedegaard: «Il cambiamento è già in atto e sta destabilizzando alcune aree del mondo». L’Ue, ha sottolineato Hedegaard, ha già messo a disposizione 7 miliardi di euro per specifici progetti ambientali.
Le isole Kiribati, un tempo una colonia britannica, sono sottili e non hanno territorio a sufficienza per ospitare riserve d’acqua. La maggioranza della popolazione non dispone di cisterne o altri metodi per immagazzinare l’acqua piovana. Di conseguenza può contare esclusivamente sulla falda acquifera che, però, con il tempo si è ridotta notevolmente ed è stata compromessa da infiltrazioni marine. Il conto alla rovescia ormai è partito. «Il nostro Paese scomparirà?», si chiede Tong. «Mai e poi mai», si risponde da solo. La salvezza è l’isola tecno che ancora non c’è.
Monica Ricci Sargentini