Giorgio Dell’Arti, La Stampa 14/9/2011, 14 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 186 - DELUSIONE VILLAFRANCA
Dunque, riassumendo: gli austriaci s’erano rifugiati nel Quadrilatero, i francopiemontesi avevano la Lombardia, il granduca di Toscana era scappato e un governo dominato da Ricasoli aveva offerto la dittatura a Vittorio Emanuele...
Napoleone aveva consigliato di nominare un commissario anche a Firenze e, dopo aver mandato e fatto tornare Plon-Plon, ci si stava orientando per il principe di Carignano...
Bologna è in mano a Minghetti...
La rivoluzione a Bologna era scoppiata tra l’11 e il 12 giugno, dopo Magenta e la partenza degli austriaci. C’era stata una dimostrazione e il cardinale Milesi era fuggito. Modena s’era sollevata il giorno dopo. Francesco V era scappato rubando ori, argenti e portando con sé i detenuti politici. Tra il 12 e il 22 si ribellarono Ravenna, Forlì, Ferrara e via via le altre città. Luisa Maria se n’era andata da Parma fin dal giorno 9. Cavour mandò Pallieri a Parma, Massimo d’Azeglio a Bologna e Farini a Modena. C’erano state le solite offerte di dittatura a Vittorio Emanuele II che il conte aveva dovuto respingere.
Perché?
Intanto, i francesi. Ma anche il consesso internazionale delle potenze. Si stava facendo tutto al di fuori del loro controllo e della loro approvazione. In ogni caso: il 20 giugno vi fu una controffensiva papale, gli svizzeri entrarono a Perugia e fecero massacri. Domarono anche rivolte che erano scoppiate nelle Marche e nel resto dell’Umbria. Facendo punto a quel giorno si vede che la Lombardia era conquistata e un altro pezzo d’Italia fino a Cattolica (ma senza il Veneto) era a disposizione del Regno Sardo. Da quel momento scattò la seconda parte del piano di Cavour, che consisteva nel far stilare alle popolazioni dell’Italia centrale documenti e petizioni in cui si chiedeva l’annessione al Piemonte. Ma proprio allora Napoleone III decise per la fine della guerra.
Agli austriaci conveniva? Non erano al sicuro nel Quadrilatero? Non potevano restar lì ad aspettare i prussiani?
Beh, l’aiuto prussiano gli avrebbe fatto perdere la supremazia sugli stati tedeschi. Era concreto il pericolo di un’insurrezione ungherese e magari polacca (Cavour s’era inteso con Kossuth, invece non voleva storie con Klapka e i polacchi per non irritare i russi). Dalle città, dalle campagne saliva un diffuso malcontento. Il numero dei disertori, in un’armata composta da tante nazionalità diverse, era in crescita costante. E dopo la sconfitta di Solferino la Borsa era risalita, mentre dall’inizio dell’anno i titoli austriaci erano venduti a raffica, al punto che la Nationalbank s’era trovata senza numerario, aveva dovuto sospendere i pagamenti e, insomma, a Francoforte la rendita austriaca era crollata dagli 81 fiorini di gennaio ai 38 di aprile. E poi l’imperatrice Elisabetta (Sissi) implorava la pace. Francesco Giuseppe, quindi, accettò subito la tregua. L’8 luglio i due imperatori si incontrarono a Villafranca (Verona) e sottoscrissero un armistizio. Le ostilità erano sospese fino al 15 agosto.
Cavour?
Cavour fu informato per telegrafo, e solo due giorni dopo. Mostrò il dispaccio a Nigra. «Che ne dice?». «È la pace, Eccellenza». «Lo crede veramente?». «Sì, Eccellenza». «Allora partiamo per il campo». Fecero il viaggio su una timonella, la prima carrozza che erano riusciti a procurarsi. Il quartier generale del re stava a Monzambano. Per tutto il tragitto Cavour non disse una parola. Da quando era scoppiata la guerra aveva la sensazione di non contar più niente. L’avevano messo a rifornir l’esercito di vettovaglie, non gli davano neanche le notizie.
Davvero credeva che il conflitto sarebbe continuato?
A Plombières Napoleone s’era impegnato a creare uno Stato dalle Alpi all’Adriatico. Non c’era ragione, dal punto di vista di Cavour, di fermarsi. Era già d’accordo con Kossuth per la sollevazione d’Ungheria. Aveva capito, questo sì, che il re in quei giorni aveva trescato con Rattazzi per farlo fuori. Rattazzi stava appiccicato a Vittorio Emanuele, che prima di partire per il campo (e quindi degli eventi di Romagna) aveva scritto al papa sollecitandogli l’assoluzione: che gli togliesse la scomunica, lui avrebbe sposato la Rosina e regolarizzato quel rapporto scandaloso e poi avrebbe riveduto la legislazione ecclesiastica in senso favorevole alla Chiesa. Era chiaro che, nella sua mente, Cavour aveva i giorni contati.
Che successe quando il conte e Nigra arrivarono a Monzambano?
Cavour era paonazzo. Non salutò nessuno. «Dov’è il re?». «A Villa Melchiorri, Eccellenza...». Si precipitarono a Villa Melchiorri. Il conte entrò nella stanza come una palla di cannone. «Lei, Maestà...». «Cavour...». «Lei doveva rifiutarsi di firmare l’armistizio, Lei si è disonorato, questa è una vergogna...». Aveva il cappello, se lo strappò dalla testa e lo scaraventò in terra, gli occhi fuori dalle orbite. Urlò: «Lei doveva ritirarsi oltre il Ticino, rifiutare il possesso della Lombardia...». «Cavour, vada via per favore». Lo portarono via prima che accadesse qualcosa d’irreparabile.
Servì a qualcosa?
Scenata inutile. Il giorno dopo Napoleone mandò Plon-Plon da Francesco Giuseppe per concordare i preliminari di pace. Ci misero un giorno solo, tanta era la fretta di Bonaparte di uscire da quell’avventura.