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 2011  settembre 14 Mercoledì calendario

“Genio e follia: c’è del vero in quel mito” - Che vi sia un nesso tra follia e genialità è una delle nozioni più radicate

“Genio e follia: c’è del vero in quel mito” - Che vi sia un nesso tra follia e genialità è una delle nozioni più radicate. Byron di sé e dei colleghi poeti diceva: «Alcuni sono affetti da gaiezza, altri da melanconia, ma tutti siamo più o meno toccati». Ma quanto «toccati» si deve essere per esprimere genialità? Esiste davvero qualcosa che corrisponda alla «bella follia», una credenza del passato che si manifesta in espressioni come «genio e sregolatezza»? «Studi sistematici, non più le semplici osservazioni aneddotiche, ci permettono di rispondere con un gran numero di dati, assolutamente convincenti. Disponiamo di molte più prove scientifiche per dimostrare il legame tra malattie mentali, soprattutto la sindrome maniaco depressiva, o disturbo bipolare, e la creatività», risponde Kay Redfield Jamison, psichiatria alla Johns Hopkins University School of Medicine, oltre che saggista. Suo il libro «Toccato dal fuoco», un’indagine sul rapporto fra genialità e depressione, dove mostra come la malattia ricorra nelle famiglie artistiche in svariati campi, dalla scrittura, alla musica, alla pittura. Jamison è considerata uno dei massimi esperti di disturbo bipolare, patologia di cui soffre lei stessa e di cui ha raccontato in «Una mente inquieta». I suoi studi si basano soprattutto su testimonianze autobiografiche, derivate in gran parte da epistolari, sull’analisi statistica degli alberi genealogici, ma utilizza anche gli strumenti della genetica, delle neuroscienze e dei sistemi diagnostici: «Di certo più attendibili di un tempo». Più di quando Karl Jaspers scrisse nel 1922 «Genio e follia: creatività e malattie mentale». «Il furore creativo di Van Gogh non lo definirei, come fece Jaspers, espressione elevata della schizofrenia: credo - dice - che la diagnosi oggi sarebbe depressione maniacale». Il talento preesiste alla malattia? «La forza creativa è lì. Anche se la pazzia è conosciuta come il contrario della ragione, la produzione artistica è razionale e deve prevedere dei poteri costruttivi. L’ambiente è determinante. Dalle nostre indagini sulle vicende familiari e psichiatriche di tanti artisti (Byron, Melville, Hemingway, William e Henry James, Tennyson, Coleridge, Virginia Wolf e altri) si sono individuati i presupposti biologici della loro psicopatologia - racconta la studiosa -. E la maggior parte aveva mostrato segni di instalibilità emotiva ancor prima di manifestare la vena creativa. Nelle loro famiglie erano presenti in alta percentuale disturbi dell’umore e tendenze suicide. I progressi della biologia hanno fornito tecniche per ricerche sofisticate sui possibili geni coinvolti: che gli stati maniaco-depressivi tendano a manifestarsi in certe famiglie lo si sa da tempo, ma ora le conoscenze raccolte lo provano». Forse è proprio da questa tensione e dalla riconciliazione fra stati emotivi estremi che sgorga il processo creativo. «Io cerco di capire quale sia il rapporto tra umori e immaginazione e la natura di questi umori: il loro variare, le loro caratteristiche opposte e il ruolo nell’accendere il pensiero, nel mutare le percezioni, nel creare il caos e nell’imporre un ordine e nel rendere possibile la trasformazione», sostiene Jamison. Ma come mai tra le malattie che si mantengono sul filo della «bella follia» predomina la sindrome maniaco-depressiva? «È la più umana, la più complicata psicologicamente, la più umorale. I suoi ritmi ne fanno un disturbo di carattere fortemente ciclico e sono simili a quelli del mondo naturale, come l’alternarsi delle stagioni, e a quelli di morte e rigenerazione, spesso descritti in pittura, poesia e musica». Eppure, anche se oggi si parla di «epidemia» di malattie mentali, si direbbe che le persone di talento con la capacità di emergere siano di meno. Tanto da fare pensare che l’immagine magica del genio sia prerogativa del passato. «In realtà è un paradosso solo apparente. L’uomo non ha smesso di esprimere la sua genialità. Sono cambiati gli standard di valutazione e il contesto. Quando la bilancia diventa multidimensionale - conclude Jamison - le abilità umane facilmente sfuggono al peso».