MARCO ALBINO FERRARI, La Stampa 14/9/2011, 14 settembre 2011
Meno ghiaccio, più frane: le Alpi cambiano profilo - Domenica 11 settembre splende il sole sul Massiccio del Bianco
Meno ghiaccio, più frane: le Alpi cambiano profilo - Domenica 11 settembre splende il sole sul Massiccio del Bianco. Fa un caldo insolito. L’isoterma, la quota dello zero termico, sfiora i 4500 metri, dove le nevi non dovrebbero sciogliersi mai. Ore 10,30: rocce, morene, ghiacciai sono ormai saturi di calore quando un boato improvviso scuote la montagna. Dal versante Ovest dei Drus, sopra Chamonix, si stacca una massa rocciosa dalle proporzioni gigantesche. Franano migliaia di metri cubi di granito alzando una cortina di polvere bianca che oscura l’intero ghiacciaio e cala giù, 1500 metri più in basso, inghiottendo la stazione del trenino a cremagliera di Montenvers. Ci vorranno ore perché il cielo torni limpido e si riesca ad accertare che di vittime non ce ne sono. Ben altri gli esiti della frana di mercoledì 31 agosto, sul Monte Pelmo, Dolomiti bellunesi. Alle 5,17 a quota 2900 si staccano 2500 metri cubi di roccia che precipitano su Alberto Bonafede e Aldo Giustina accorsi per portare in salvo una cordata di alpinisti tedeschi. I due sono travolti e strappati dalla parete. Poche settimane prima, duemila metri cubi di roccia precipitano dallo Sciliar, non lontano da Bolzano. Non colpiscono nessuno, ma obbligano la chiusura delle vie ferrate alla Cima Santner, imponendo agli escursionisti di tenersi alla larga dalla parete dolomitica. Sono queste le più eclatanti e tragiche frane che quest’estate hanno fatto tremare l’arco alpino. Ci si chiede: sono eventi eccezionali? C’è un nesso tra questi fenomeni? È l’innalzamento della temperatura media la causa diretta? I geologi sono cauti. Certo, le isoterme a quote tanto elevate alterano la solidità del ghiaccio che funge da collante tra stratificazioni e detriti rocciosi: sciogliendosi, il ghiaccio libera la montagna dalla sua morsa e i detriti sospesi si preparano a scatenare nuove frane. Il permafrost presente alle alte quote funziona come un cemento che si può liquefare con conseguenze disastrose. Discorso diverso è per le Dolomiti. Sui massicci orientali della catena, posti a quote più basse, il permafrost è presente solo in parte, e lo sgretolamento delle pareti è provocato da cause congenite nella particolare roccia sedimentaria, ed esaltate dal flusso lento delle evoluzioni geologiche. La porosità dei corpi dolomitici - dicono i geologi - permette all’acqua di agire erodendo dall’interno la montagna. In superficie scorre poca acqua. Nelle viscere, invece, stillano gocce, si infiltrano vene che erodono, scavano. La montagna dolomitica si muove e si altera, finché trova nuove stabilità annullando di colpo i precedenti equilibri. Così, di crollo in crollo. L’arretramento dei ghiacciai sta causando un mutamento profondo degli ambienti dell’alta montagna. E con il mutare dell’alta montagna, muta l’alpinismo. Se fino agli Anni 60 le grandi pareti Nord delle Alpi Occidentali come quelle delle Verte, della Grivola, del Monviso venivano salite in piena estate assestando migliaia di colpi di piccozza per «gradinare» il ghiaccio, e dagli Anni 70 erano affrontate con due piccozze nella nuova tecnica frontale della «piolettraction», oggi quelle stesse pareti diventano quasi impraticabili perché eccessivamente pericolose: troppe scariche di pietre, troppo esiguo lo strato di ghiaccio. Si preferisce allora avvicinarsi alle grandi Nord verso fine inverno e in primavera, quando il mantello glaciale torna quello che era nelle estati di poche decine di anni fa. La montagna spoglia di ghiaccio attenua il suo effetto di inebriante splendore, e va a incrinare l’iconografia di matrice romantica sedimentata nella nostra mente. La montagna muta, si sgretola e ci mette di fronte alla disorientante consapevolezza che ogni cosa, anche quei profili montuosi che ci rassicuravano perché eternati nella loro fissità, vive in un flusso in perenne movimento. Ed è quel movimento lentissimo ogni tanto percettibile in un sussulto a sgretolare le nostre certezze, che granitiche non possono più essere. Il flusso infinito dell’evoluzione terrestre, descritto dai geologi scozzesi di metà ‘700 con il concetto di tempo profondo, colloca l’uomo in un universo senza riferimenti, senza sicurezze. Così le montagne che Dino Buzzati giudicava attraenti perché immobili ci ricordano - franando, spogliandosi dal ghiaccio - la nostra stessa vacuità.