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 2011  settembre 14 Mercoledì calendario

I cinesi puntano ai big dell’industria Non ai nostri Bot (2 articoli) - E’ l’unica potenza economica capace di esportare forza lavoro, capitali e prodotti, ma fa notizia solo perché si spera che un suo intervento risollevi le sorti dei pencolanti debiti sovrani

I cinesi puntano ai big dell’industria Non ai nostri Bot (2 articoli) - E’ l’unica potenza economica capace di esportare forza lavoro, capitali e prodotti, ma fa notizia solo perché si spera che un suo intervento risollevi le sorti dei pencolanti debiti sovrani. E’ bastato che filtrasse il dettaglio, una delegazione cinese in visita da Tremonti, e immediatamente ne è nata una «notizia»: la Cina sosterrà il debito pubblico italiano. Un wishfull thinking che per qualche ora ha pure fatto tirare un sospiro di sollievo ai mercati. Il ministero del Tesoro, per giunta, ieri ha confermato quell’indiscrezione del «Financial Times», che non era propriamente uno scoop: che una delegazione del Cic fosse in visita a Roma il 6 settembre era stato regolarmente comunicato in tempo reale da una nota della Farnesina, e il ministro Frattini è - «perlomeno», dicono i suoi collaboratori - al quarto incontro con Lou Jiwei, presidente del Cic. Per stare solo agli appuntamenti italiani, visto che Frattini come anche Tremonti, quando si reca in Cina, ed è accaduto più volte dal 2008 in avanti - aveva avuto una lunga riunione con l’intero board di quell’organismo che detiene asset per 410 miliardi di dollari, durante il suo ultimo viaggio a Pechino, a metà luglio. E non sarà un caso dunque che l’indiscrezione abbia fornito un bel sostegno a Piazza Affari, e anche a Wall Street, dove la giornata ieri è improvvisamente virata in positivo, recuperando un bell’un per cento, a testimonianza concreta della piena interdipendenza (e volatilità) dei mercati. La delegazione della Cic si è trattenuta a Roma un’intera giornata, ha varcato il portone di Via XX Settembre ma anche quello di Palazzo Koch, trovando ad attenderla quello che i bookmaker e non solo danno ormai come il prossimo governatore della Banca d’Italia, Fabrizio Saccomanni (che fu il «ministro degli Esteri» dell’istituto centrale a guida Ciampi). E poi, appunto, oltre ad Altero Matteoli, Giulio Tremonti affiancato dal direttore generale Vittorio Grilli, anche lui reduce da un road-show tra Pechino e Shanghai, nonché autore del prospetto sull’economia italiana che viene distribuito in questi incontri, e Franco Frattini. E questo anche perché alla Farnesina è installato, dal 2008, il Comitato Strategico per i Fondi Sovrani, un organismo Esteri-Tesoro che ha l’incarico di spingere le nazioni danarose ad investire in Italia. Con Frattini, Jiwei e i suoi collaboratori hanno discusso però non di debito pubblico ma investimenti. Ai cinesi sono stati illustrati alcuni possibili settori d’intervento, turismo, privatizzazioni (Eni e Enel comprese), infrastrutture ed energie alternative, indicate peraltro dall’ultimo Comitato Centrale come un obiettivo strategico. «Sono interessati al ponte sullo Stretto di Messina», che certo di capitali freschi avrebbe proprio bisogno, ha confermato il sottosegretario all’Economia Antonio Gentile. E così, in serata sia il sito del Ft che quello del «Wall Street Journal», hanno fatto retromarcia: improbabile, che i cinesi rilevino quote del debito pubblico italiano. Non una riga invece sul fatto che il 6 settembre quella delegazione con gli occhi a mandorla arrivasse a Roma come tappa finale di un tour che comprendeva anche Madrid, Berlino e Londra. Una missione di ricognizione nell’area di crisi, quella dell’euro. E l’impressione che i cinesi hanno tratto, racconta una fonte che ha assistito ad alcuni di quegli incontri, è che i governi siano totalmente consapevoli della gravità reale della crisi, ma non così le opinioni pubbliche. Anzi, a sentire i cinesi, i governi europei, a cominciare da quello italiano, fanno troppo poco per informare i cittadini della gravità della situazione. Non troppo tranquillizzante, perché per la mentalità cinese è un modo cortese per dire: compreremo i titoli del debito pubblico italiano quando il governo italiano dirà chiaramente ai cittadini qual è la portata e quali sono i rischi di questa crisi. ANTONELLA RAMPINO *** Dalla Volvo all’affitto del Pireo Pechino investe col contagocce - Sulla carta, la Cina ha i soldi per comprare mezzo mondo; e sarebbe anche bene che se lo comprasse, in modo da consentire ai Paesi avanzati di ridurre il debito che li frena. In pratica, gli riesce difficile. Tanto per cominciare la Cic, China Investment Corporation, protagonista degli incontri al Tesoro, ha in gestione solo circa un ottavo dei circa 3200 miliardi di dollari delle riserve valutarie di Pechino, e non sembra avere grandi disponibilità liquide al momento; inoltre è stata criticata all’interno del paese per non aver molto azzeccato le sue scelte. Di soldi cinesi ne vedremo girare molti, nei prossimi anni. Finora circolano soprattutto le chiacchiere. Le voci di queste ore ricordano molto quelle di sei mesi fa in Spagna, in occasione di una visita analoga. Sembrava che i capitali cinesi dovessero arrivare in soccorso delle Cajas, le Casse di risparmio iberiche messe a terra dal crollo dei prezzi immobiliari; non se ne è saputo più nulla. D’altra parte non si capisce perché le Cajas avrebbero dovuto interessargli. La Cic cerca o partecipazioni strategiche per la Cina (materie prime, tecnologie) o alti guadagni su investimenti a più breve termine. Si potrebbe osservare che al momento paiono un buon affare le grandi banche italiane, quotate della Borsa una frazione del proprio patrimonio. Ci servirebbe lo stesso a riguadagnare fiducia, pur se l’incasso non andrebbe allo Stato. Ma già una volta la Cic si è scottata le dita in questo campo, con l’acquisto dell’8% di Morgan Stanley prima del crack Lehman, che al momento continua ad essere una operazione in perdita. Lo shopping più ardito in Europa per ora l’hanno fatto singole aziende cinesi: con l’acquisto della Volvo in Svezia o l’affitto a lungo termine di una fetta importante del porto greco del Pireo, con il 20% della multinazionale spagnola degli alberghi NH, il controllo di una azienda chimica norvegese, dell’italiana Cifa (costruzioni metalliche), di una farmaceutica olandese, di una alimentare francese; e, ancora, con piccole quote di minoranza nella spagnola Telefónica o nella banca britannica Barclays. In molti Paesi emergenti, specie Africa e in America latina, i capitalisti della Cina nominalmente comunista si sono mostrati spesso più spietati dei capitalisti dell’Occidente. In Europa, per ora, sembra di no. Gli ostacoli sono altri: soprattutto la diffidenza che suscita uno Stato autoritario (quali favori politici potrebbero essere chiesti in cambio?), e la scarsa esperienza internazionale dei dirigenti delle sue aziende. Non aiuta che gli investimenti cinesi si concentrino su ciò che può rafforzare l’impero commerciale di Pechino, ovvero l’energia e i trasporti marittimi. A questo punto della storia, un Paese democratico e ad economia di mercato avrebbe fatto già un uso assai più ampio delle enormi ricchezze oggi tesaurizzate soprattutto in titoli pubblici di altri Paesi. Nei giudizi degli esperti, dei 3.200 miliardi delle attuali riserve valutarie al regime di Pechino basterebbe mantenerne come tali 500 miliardi di dollari, mille volendo essere più che prudenti; in aggiunta agli investimenti già compiuti dalla Cic, altri duemila miliardi potrebbero essere spesi per allargare la potenza economica cinese nel mondo. Duemila miliardi: quando ne basterebbero un centinaio per comprare tutte le aziende pubbliche che lo Stato italiano potrebbe vendere, dall’Eni in giù, nel caso si deliberasse una privatizzazione totale. Un giorno lontano, forse, al posto del cane a sei zampe vedremo un drago a sei zampe. Ma a breve termine, no. STEFANO LEPRI