Donald Sassoon, Domenica-Il Sole 24 Ore 11/9/2011, 11 settembre 2011
IMPLOSIONE DI UN IMPERO
Nell’Antico regime e la rivoluzione, Alexis de Tocqueville, che di rivoluzioni se ne intendeva, spiegava lucidamente il dilemma del riformismo: le rivoluzioni si verificano non quando sta andando tutto a rotoli, ma al contrario quando le cose vanno migliorando. Coloro che fino a poco tempo prima sopportavano leggi oppressive senza protestare, ora cominciano a percepire, per quanto vagamente, la nascita di un nuovo ordine sociale. Il loro silenzio era il risultato della paura e di ciò che la paura comporta: l’abitudine alla prudenza e il sentimento che niente cambierà mai. Poi accade l’inaspettato. Sono gli stessi governanti ad annunciare che è venuto il momento delle riforme, segno inequivocabile che tutti sapevano che qualcosa di marcio c’era. Adesso si può dire a voce alta quello che prima poteva essere soltanto pensato. Le lingue degli oppressi sono sciolte, le teste alzate. Capiscono di non essere soli, che altri – alcuni dei quali al potere – la pensavano come loro. Le loro speranze vengono incoraggiate, il cambiamento è possibile, s’intravede la possibilità di un nuovo mondo. Diventano impazienti. I cambiamenti devono arrivare subito, senza indugi. Qualcuno chiede l’impossibile, qualcun altro si rivolta con una rabbia e una furia inaspettate contro il regime che aveva appena intrapreso il processo di riforma. Ed è a questo punto che le cose si mettono male per i riformisti. Una piccola crepa nella diga fa crollare la struttura ancora in fase di riparazione: «Il regime che una rivoluzione distrugge quasi sempre vale di più di quello che l’aveva immediatamente preceduto, e l’esperienza insegna che il momento più pericoloso per un cattivo Governo è in genere quello in cui esso comincia a riformarsi. Il male che si tollerava pazientemente come inevitabile diventa insopportabile dal momento in cui si concepisce l’idea di liberarsene». (Alexis de Tocqueville, L’antico regime e la rivoluzione, Libro III, traduzione di C. Vivanti, Einaudi, pagg. 268, ndt).
Gorbaciov conosceva questo passo? Di sicuro conosceva i processi che vi sono descritti, processi che non fecero crollare solo il Comunismo ma l’Unione Sovietica, e non solo l’Unione Sovietica ma anche il vecchio impero degli zar.
Un ordine sociale può finire soltanto in due modi: il primo è quando viene distrutto dai suoi nemici – quello che sta accadendo ora in Libia. Lo schema è ovvio (e più semplice da spiegare). C’è uno scontro, in genere violento. Una parte vince, l’altra perde. Il futuro è incerto, ma non si può tornare indietro. Il nuovo ordine non è ancora emerso ma il vecchio sta morendo e, come scriveva Gramsci: «In questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». (Quaderni dal carcere, Quaderno 3, Volume I, Edizione critica dell’Istituto Gramsci, a cura di V. Gerratana, Einaudi, ,pagg. 312, ndt).
L’altro modo, e di gran lunga il più sconcertante, è quando un regime viene fatto cadere dal suo interno. In questo caso lo schema è assai più complicato. In genere è una lotta a tre con alleanze che cambiano di continuo. Ci sono i riformisti, quelli che vogliono riformare il sistema perché intendono mantenerlo (Gorbaciov), e ci sono i radicali che dicono di voler riformare il sistema ma in realtà lo vogliono distruggere (l’intellighenzia dissidente). E ci sono i reazionari che non vogliono cambiare nulla perché sanno che il sistema non può essere riformato. Vent’anni fa, nell’agosto del 1991, si compì l’atto finale della lotta fra queste tre forze e il cambio di alleanze fu così frenetico che nessuna conquistò mai il pieno controllo. Gorbaciov aveva cominciato come il classico gattopardo: voleva preservare quello che chiamava "Comunismo" ma voleva dargli un volto umano, voleva dargli quello che non aveva mai avuto: la trasparenza (glasnost) in modo che potesse essere ricostruito (perestrojka). Altri riformisti, in altri Paesi, intrapresero strade diverse. Nel dicembre 1978, sotto Deng Xiaoping, i cinesi cominciarono la loro perestrojka, ma senza glasnost o democrazia, e si avviarono verso quella che chiamarono "un’economia di mercato socialista", una mossa riuscita, almeno fino a oggi. Ma Gorbaciov più che un tecnocrate era un democratico, e anche capace: nel 1991 l’Urss aveva già abbandonato molte delle caratteristiche considerate fino a quel momento intrinseche al sistema comunista. Ci furono dibattiti pubblici, le elezioni vennero contestate (dissidenti noti in tutto il mondo, come Andrej Sakharov furono eletti alla legislatura), i libri messi all’indice non erano più proibiti (i romanzi di Solgenitsin e persino La fattoria degli animali di George Orwell), nel 1989 furono autorizzati gli scioperi, le cooperative diventarono, almeno di fatto, aziende private. Nessuna di queste misure trasformò il Paese in un’economia di mercato funzionante o in una democrazia, ma non era più una società monolitica comunista.E poi, alla fine del 1989 non c’era già più un sistema globale di Stati comunisti: com’era prevedibile, il sistema aveva cominciato a sgretolarsi fin dalla sua creazione nel 1945, monolitico non lo era mai stato davvero. Mosca aveva perso il controllo della Jugoslavia, poi della Cina e dell’Albania, e poi della Romania. Ma il processo subì un’accelerazione: vennero introdotte riforme impensabili nell’Ungheria del 1956 o nella Praga del 1968; negli anni Ottanta, l’Ungheria era già un’economia di quasi mercato; in Polonia, nel giugno 1989, mesi prima della caduta del Muro di Berlino, Solidarnosc vinse praticamente tutti i seggi in Parlamento, con libere elezioni.
Eppure, persino nell’agosto 1991, quando il Comunismo stava tramontando, l’Urss esisteva ancora. Non era uno "Stato fallito" contrariamente a quanto avevano decretato molti opinionisti occidentali. I reazionari (fra i quali conservatori intelligenti come Egor Ligachev) non avevano tutti i torti quando brontolavano che la perestrojka e la glasnost non erano necessarie. Il Comunismo avrebbe potuto continuare, se non per sempre, almeno per un po’. Niente crolla da solo. In un certo senso, gli anni di Breznev avevano funzionato bene dal punto di vista della leadership: non era successo granché, i burocrati si erano arricchiti, la politica di distensione era stata intensificata, il potere militare sovietico aumentato e i dissidenti arginati. La situazione era grama ma non terribile come era stato sotto Stalin. A volte il grigiore funziona.
Ed è proprio perché nel 1985 la situazione era tollerabile che, quando prese il posto dell’ultimo dei successori di Lenin, Gorbaciov pensò di poter controllare il processo di transizione. L’intellighenzia liberale lo sosteneva come la maggioranza del Politburo, e i reazionari erano deboli. La calma con la quale Gorbaciov permise (addirittura incoraggiò) la fine del controllo sovietico in Europa dell’Est, fu il segnale che Mosca non sarebbe ricorsa a una repressione aperta, all’interno e all’esterno dei confini dell’Unione Sovietica (cosa che la Cia non comprese nemmeno alla fine del 1988). Il Centro aveva ceduto il suo monopolio di potere. La decentralizzazione intrapresa da Gorbaciov creò altri centri di potere nelle diverse repubbliche dell’Urss, fino ad allora sotto lo stretto controllo di Mosca. Ma i riformisti dovrebbero sapere che per portare avanti un processo di riforma, il potere va concentrato ancora di più e non demandato. La decentralizzazione fornì a Boris Eltsin (il riformista che diventò radicale per opportunismo) una piattaforma sulla quale dichiarare l’indipendenza della Russia dall’Urss (seguita, con scarso entusiasmo, dalle altre Repubbliche sovietiche). Il golpe maldestro e mal organizzato dei reazionari gli fornì l’opportunità di cui aveva bisogno. Il dramma che ne conseguì fu del tutto inaspettato. A distanza di anni qualcuno parlerebbe di quella che Henri Bergson definiva "l’illusione retrospettiva" secondo la quale era tutto inevitabile. In realtà nessuno aveva previsto che la dissoluzione del Comunismo sarebbe stata opera dei comunisti e non di Reagan o del Papa o della distensione o delle Guerre Stellari o dei dissidenti. E la fine dell’Urss non fu provocata dal nazionalismo centrifugo delle Repubbliche sovietiche periferiche, ma dalla stessa Russia, il cuore dell’Impero dei Romanov e dei loro successori bolscevichi.
(Traduzione di Francesca Novajra)