Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2011  settembre 11 Domenica calendario

EPICA VICENDA DI BELLE STATUINE

«Le eredità non sono mai banali», si legge all’inizio di questo magnifico libro di Edmund de Waal, Un’eredità di avorio e ambra. Perché le eredità sono sempre fatte di cose, di cose concrete. Dunque – siano piccole o grandi, misere o sontuose – contengono storie. E «le storie stesse sono in qualche modo cose concrete. Storie e oggetti hanno qualcosa in comune, una patina». Lo sa bene de Waal che di mestiere fa il ceramista, che ha l’arte del tatto: le storie migliori somigliano a sassi di fiume, il loro bello sta nella levigatura.

D’altra parte, la storia dell’eredità – materiale e immateriale – degli ebrei d’Europa distrutti dal nazismo è stata talmente detta e ridetta da correre ormai il rischio di riuscire stucchevole per tutti, discendenti delle vittime o dei carnefici o degli spettatori. Peggio che stucchevole: pervasiva, colpevolizzante, inutile. «Solo perché possiedi qualcosa, non sei obbligato a tramandarla. Privarsi delle cose, a volte, può restituire spazio vitale». Ebraica o non ebraica, «la malinconia è una sorta di vaghezza automatica, una clausola liberatoria, una soffocante mancanza di lucidità». Basta, insomma, con l’«elegia della perdita in salsa mitteleuropea».

Edmund De Waal non ha voluto scrivere la nostalgica saga della famiglia da cui discende, gli Ephrussi: ebrei di Odessa che a partire da metà Ottocento fecero fortuna con il commercio del grano, e che a fine secolo disponevano di un impero finanziario centrato su Vienna e su Parigi ma esteso al l’Europa intera, prima di cadere in rovina per l’effetto congiunto della Grande Guerra e della persecuzione hitleriana. Né de Waal ha voluto trasformarsi in un «triste detective della storia dell’arte», ricostruendo come siano stati trafugati l’uno o l’altro pezzo delle collezioni che i diversi rami della famiglia Ephrussi avevano messo insieme: a cominciare da decine di capolavori degli impressionisti appesi oggi alle pareti del Metropolitan di New York, del parigino Musée d’Orsay, della National Gallery di Londra.

Anziché la storia di tutto quello che gli Ephrussi hanno perduto, de Waal ha voluto scrivere la storia dell’unica cosa che gli Ephrussi sono riusciti a conservare: una preziosa collezione di netsuke, le minuscole sculture in avorio e ambra o in legno di bosso con le quali gli uomini giapponesi – quando ancora indossavano il kimono, cioè fino all’Ottocento – rimediavano alla mancanza di tasche, impiegandole per fissare alla cintura del kimono stesso un astuccio per le monete o per la pipa e il tabacco.

La consistenza dei netsuke, quale meraviglioso antidoto all’inconsistenza della nostalgia! Rappresenti una lepre o un nudo di donna con polipo, un servitore addormentato o un sacerdote a cavallo, un accalappiatopi o due amanti durante l’amplesso, ogni singolo netsuke «è una piccola, spietata esplosione di esattezza, e merita di essere trattato con il medesimo rigore». È il rigore (spiega de Waal) che si riserva ai testimoni: anche mettendoli alle strette, interrogandoli senza tregua su tutto quanto hanno visto o sentito. Così – facendo parlare i netsuke – il ceramista di Londra ci guida successivamente in tre mondi, la Parigi del tardo Ottocento, la Vienna del primo terzo del Novecento, la Tokyo del secondo dopoguerra.

De Waal muove da Parigi perché fu lì, alla fine degli anni 1870, che la collezione delle sculturine settecentesche venne acquistata dal cugino del suo bisnonno, il critico d’arte e mecenate Charles Ephrussi: comprata in blocco, 264 pezzi, presso un mercante specializzato in quell’ultimo grido della moda, le giapponeserie. E de Waal indugia su Parigi perché la vetrina di netsuke allestita da Charles nella sua casa della rue de Monceau ne ha viste davvero tante, ha mille cose da raccontare. Compreso il (provvisorio) giapponismo di un personaggio letterario che su Charles Ephrussi risulta modellato non poco, Charles Swann: sì, proprio quello della Recherche di Proust.

Dalla loro vetrina in legno nero e lucido come lacca, i netsuke contemplarono imperterriti l’accumularsi sulle pareti dello studiolo di Ephrussi, negli anni Ottanta del l’Ottocento, di asparagi dipinti da Manet, cavalli dipinti da Degas, bagnanti dipinti da Monet, canottieri dipinti da Renoir... Ma assistettero anche, nel decennio successivo, all’incrinarsi della reputazione sociale di Charles (divenuto prima il direttore, poi il proprietario della «Gazette des Beaux-Arts») sotto i colpi di un antisemitismo sempre più diffuso, ossessivo, viscerale. Giunta l’ora del caso Dreyfus, un antico protégé di Ephrussi com’era stato Renoir non avrebbe esitato a rompere pubblicamente con il mecenate e con la sua "arte giudaica".

Provvisorio come il giapponismo dello Swann proustiano, il giapponismo di Charles Ephrussi si esaurì durante gli anni Novanta dell’Ottocento. Così, al cambio di secolo i 264 netsuke, pur restando in famiglia, cambiarono paese e proprietario: regalo di nozze di Charles a un cugino viennese, Viktor. Era questi l’erede dell’impero Ephrussi in Europa centrale, ma piuttosto che di antichità orientali (o di strategie finanziarie, come pure avrebbe dovuto) si appassionava di storia romana. Nel fastoso Palais Ephrussi sul Ring, la vetrina dei netsuke venne dunque confinata allo spogliatoio di sua moglie, la bella quanto infedele Emmy Schey von Koromla.

Dallo spogliatoio del Palais, le sculturine giapponesi contemplarono per decenni il vestirsi e lo svestirsi di Emmy a beneficio dell’uno o dell’altro suo amante. I netsuke erano diventati – nel frattempo – il giocattolo preferito dei bambini Ephrussi, fra i quali Elisabeth, la nonna di Edmund de Waal. Le toilettes di Emmy erano gli unici momenti della giornata che i figli potessero trascorrere insieme alla madre anziché con governanti o precettori, e la vetrinetta stava proprio lì, nello spogliatoio, con le 264 figurine che i bambini avevano il diritto di tirar fuori, e che valevano da esotici mutanti per raccontarsi innumerevoli storie. La Storia con la esse maiuscola penetrò nel Palais con la catastrofe della Prima guerra mondiale, ma si fece irrimediabilmente distruttiva negli anni Trenta, quando l’Austria Felix divenne una provincia del Terzo Reich. Nel 1938, con i figli Ephrussi dispersi ormai per il mondo, i netsuke assistettero al dramma finale dei genitori: Viktor ed Emmy ribattezzati a forza Israel e Sara, il Palais depredato e "arianizzato", le collezioni d’arte inventariate con cura e offerte alla scelta di un ex pittore d’acquarelli, il cancelliere Adolf Hitler. Soltanto si salvò dalla razzia la raccolta delle sculturine che la fedele Anna, governante "ariana", nascose (letteralmente) nel suo materasso; e che avrebbero riguadagnato il Giappone – la Tokyo in rovine del post-1945 – fra i bagagli del prozio di Edmund, Iggie Ephrussi: ebreo viennese naturalizzato americano per sbarcare in Normandia da G.I. e liberare l’Europa, poi giapponese d’adozione fino alla sua morte nel 1994. È dall’amatissimo zio Iggie che l’autore di Un’eredità di avorio e ambra – perfezionatosi a Tokyo quale artista della ceramica – ha ricevuto in lascito la collezione di netsuke. Ed è dallo zio Iggie che de Waal ha imparato l’arte di fabbricare storie simili ai sassi di fiume (e ai netsuke stessi): materiche eppure levigate, plasmate dal tempo e dallo spazio. Un po’ come le splendide opere dell’Edmund de Waal ceramista intitolate Cargo: gruppi di vasi in transito fra culture. Altrettanti pegni di una concezione non patrimoniale, ma transitiva, dell’eredità Ephrussi ch’egli porta sulle spalle.