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 2011  settembre 13 Martedì calendario

PAROLE, SIGARI E PIGIAMI: BENVENUTI SUL RING DELLA SCRITTURA

Volendo, le cosiddette Scuole di Scrittura Creativa potrebbero chiudere i battenti e diventare scuole per corrispondenza: basterebbe consigliare agli iscritti, desiderosi di sapere come si mette in piedi un racconto o un romanzo, di leggersi i tre volumi finora usciti della Paris Review, nei quali, in lunghe interviste molto ben fatte, parecchi scrittori famosi del Novecento rivelano i propri segreti, qualche piccolo trucco, le proprie idiosincrasie e le proprie predilezioni.
Nell’ultimo volume (Fandango, pp. 489, € 22) impareranno, ad esempio, da Georges Simenon, che il segreto vero è tagliare: «Taglio, taglio, taglio». Per Simenon, convinto che «scrivere non è una professione ma una vocazione all’infelicità», prima di iniziare un romanzo è importante consultare gli elenchi telefonici per dare i nomi ai personaggi e le piantine dettagliate delle città in cui le vicende si svolgeranno, in modo da non commettere errori (del resto, anche Nabokov consigliava ai suoi studenti americani di studiare bene la disposizione delle cuccette nel treno Mosca-San Pietroburgo, prima di affrontare Anna Karenina). Scrittore vero (ma molti ancora domandano: «Tu hai già tutta la trama in testa e ti fai una scaletta?»), Simenon di quello che accadrà non sa nulla. Individua una atmosfera: i fatti nascono da lì. «Io — dichiara — sono un artigiano; ho bisogno di lavorare con le mani. Vorrei poter scolpire il mio romanzo da un pezzo di legno. I miei personaggi vorrei che fossero più pesanti, più tridimensionali». Il sogno è quello di dare alle parole lo stesso peso che Cézanne dava a una mela.
Pure per Karen Blixen (Isak Dinesen) raggiunta e interrogata in splendidi luoghi di Roma quali piazza Navona in inverno o la Casina Valadier, l’atmosfera precede tutto: «Vede — dice —, io comincio con il sapore del racconto. Poi trovo i personaggi». Una sua risposta importante (da porre come argomento di meditazione per gli appassionati dell’attualità), riguarda l’ambientazione delle storie nel tempo: «Il presente non è mai definito, nessuno ha tempo di contemplarlo in tranquillità».
A seguire, in una stanza del lussuoso Hyde Park Hotel di Londra, prima di affidarsi alle domande dell’intervistatore, una sera d’aprile del 1962, Evelyn Waugh si mette in pigiama, accende un grosso sigaro e s’infila a letto. Il nucleo centrale della intervista sta in questa fondamentale dichiarazione: «Io non concepisco la scrittura come un’ indagine del personaggio, ma come un esercizio nell’uso della lingua... certe persone pensano per immagini, altre per idee. Io penso interamente per parole». Predilezioni di Waugh: Hemingway, Woodehouse, Antony Powell, Fitzgerald per la prima parte di Tenera è la notte. Idiosincrasie: Faulkner, «insopportabilmente brutto». Ultimissima domanda: «Ritiene giusto essere definito un reazionario?». Risposta: «Un artista deve essere un reazionario. Deve opporsi al tenore dell’epoca e non conformarsi».
Di tutt’altro tenore è l’incipit della intervista di Raymond Carver, dopo Fitzgerald il più bravo scrittore americano di racconti, nel quale Carver racconta la miseria della sua famiglia e degli inizi, la scrittura come occasione per uscire dalla miseria, l’alcol: ruvido, timido e commovente. Se Simenon taglia, lui la pagina la prende ad accettate: fino a ridurla all’osso. La prima stesura è veloce; poi le versioni successive possono anche essere venti o trenta. Pur precisando che «nessuna delle storie che scrivo è successa davvero», Carver pensa che i suoi personaggi siano reali, esistano: «Ritengo che i miei personaggi, per la maggior parte, vorrebbero che le loro azioni contassero qualcosa. Ma allo stesso tempo hanno la consapevolezza che così non è». Loro sanno che «vengono fuori» dalla regola di Cechov: mai scrivere di persone straordinarie che compiono atti straordinari e memorabili.
Con Mailer — è splendida la sua intervista — sembra di stare in un ring. Tutto è muscolare, tutto è lotta: col demonio (che esiste e ha creato mostri come Hitler e Stalin — più Hitler che Stalin); con Dio (che esiste ed è creatore e giustifica la nostra esistenza che altrimenti non avrebbe senso); con la politica americana (ecco un altro conservatore: sono un conservatore di sinistra); con la scrittura, ovviamente: che è solo sofferenza, malessere, vita monacale — è bene metterselo bene in mente.
Giorgio Montefoschi