Nicola Lombardozzi, Affari & Finanza 12/9/2011, 12 settembre 2011
LA PACE FREDDA PASSA PER IL PETROLIO ARTICO
Dimenticate Amundsen, il generale Nobile, la Tenda Rossa e altre romanticherie. Quello che sta per accadere tra i ghiacci sempre più fragili del Polo Nord è una corsa all’oro che sconvolge antichi equilibri geopolitici e accende nuove paure sul futuro dell’intero ecosistema. La Pace Fredda, stipulata solennemente la settimana scorsa dal premier russo Vladimir Putin e dai vertici del colosso texano Exxon, ha segnato l’inizio di una nuova era che prevede lo sfruttamento il più intensivo possibile di un tesoro nascosto di petrolio, gas naturale, giacimenti ancora inesplorati di metalli preziosi. "Un accordo che può valere fino a 500 miliardi di dollari", ha detto trionfante il leader russo consapevole di aver centrato in un colpo solo una serie di obiettivi storici del suo Paese. Intanto quello di avere un ruolo dominante nel controllo delle rotte e dei fondali del circolo polare artico, rivendicato e difeso per anni con la sua flotta di sommergibili nucleari. Poi quello, strategico, di diversificare l’attività dell’industria energetica russa grazie ad acquisizioni di risorse all’estero. In cambio dell’affare, la Exxon concederà infatti alla compagnia di Stato russa Rosneft, una sostanziosa partecipazione in diversi giacimenti del Texas e altri impianti off shore in Messico e Canada.
L’interesse della Exxon è facile da comprendere. Basta guardare le stime del tesoro sommerso che aspetta di essere estratto. Nella sola area a sovranità russa del circolo Polare Artico, secondo uno studio dell’United States Geological Survey ci sarebbero fra i 90 e i 100 miliardi di barili di petrolio e 47mila miliardi di metri cubi di gas. Oltre a un quantitativo ancora da verificare di gas liquefatto. L’Artico custodirebbe il 13% del petrolio finora rilevato nel mondo e il 30% del metano esistente sulla Terra. Un bottino che fa gola da anni a compagnie e governi ma che era sempre stato ritenuto tabù, considerati i costi elevatissimi e le temperature proibitive. A venire incontro alle ambizioni dei petrolieri ci pensa il petrolio stesso: l’aumento delle temperature dovuto al consumo di idrocarburi che rilasciano anidride carbonica sta schiudendo gli inviolabili forzieri di ghiaccio e rendendo più agevoli le vie per il trasporto. Quest’estate artica ha prodotto il record di scioglimento dei ghiacci liberando vaste aree di mare al transito delle navi con temperature di 4 gradi superiori alle medie. Il Passaggio a Nord Ovest che segnò l’epopea dell’esplorazione dell’Artico è apparso in agosto sgombro di ghiaccio e perfettamente navigabile: non era mai accaduto. Sono notizie che scatenano le preoccupazioni delle organizzazioni ecologiste e minacciano flora e fauna, ma è un ottimo segnale per i ricercatori dei colossi petroliferi che vedono ridursi spese e difficoltà.
La Exxon è specialista nelle estrazioni difficili e si sobbarcherà la parte iniziale del lavoro, l’individuazione dei punti d’estrazione. L’operazione comincerà nel mare di Kara tra l’isola di Sevenaya Zemlya e l’arcipelago di Francesco Giuseppe, 191 isolotti gelati e disabitati che devono il nome ai due patriottici esploratori austriaci che li scoprirono nel 1873. L’investimento è di 3,2 miliardi di dollari: preventivo che si è ridotto notevolmente negli ultimi anni, da quando il Mare di Kara, un tempo impraticabile per gli iceberg e le lastre di ghiaccio, è diventato facile da attraversare. La Exxon fornirà strumenti e know how per aiutare la Rosneft a gestire altri giacimenti particolarmente problematici al largo della Siberia. Con l’aria da esperto rafforzata dopo essersi esibito ai comandi di un sottomarino nell’Artico, Putin ha detto ai soci americani: "Ho visto una vostra piattaforma al largo del Canada reggere l’urto di un iceberg da un milione di tonnellate: mi avete impressionato".
Se gli americani svolgeranno la parte esplorativa, i russi entreranno in campo per la fase estrattiva. Intanto metteranno alla prova le loro capacità al largo del mare di Barents nel campo di Prirazlomnoye dove sta per cominciare un’operazione di una società di Gazprom. Prima che il mare si congeli sarà rimorchiata sul posto una megapiattaforma in grado di lavorare tutto l’anno in qualunque condizione di tempo e di stoccare il petrolio estratto in appositi serbatoi giganti. Toccherà poi a due petroliere rompighiaccio, costruite e progettate in Russia, sfidare l’inverno e trasportare il petrolio in acque più calde presso la penisola di Kola, per versarlo in un’altra megacisterna dove si riforniranno le petroliere commerciali. Operazione geniale ma pericolosa se si pensa al numero di travasi di greggio da compiere in ambienti estremi dove la temperatura scende a 50 sotto zero. Wwf e Greenpeace hanno cercato di bloccare il progetto: ignorati, come spesso accade quando provano a contrastare i colossi russi. Le loro ragioni però fanno pensare: le operazioni si svolgeranno a pochi chilometri da riserve naturali preziosissime e a oltre mille chilometri dalle più vicine infrastrutture utili per fronteggiare un incidente.
Anche gli esperti meno sensibili alla salvaguardia dell’ambiente ammettono che i rischi di operazioni simili in mari così difficili sono enormi. Se il semplice pulviscolo atmosferico, carico di inquinamento, causa lo scioglimento dei ghiacci, cosa potrebbe provocare uno sversamento di petrolio? Ma il tema della sicurezza non è stato nemmeno sfiorato nella conferenza stampa che annunciava l’accordo. La resa di Obama, che ha autorizzato le trivellazioni in Alaska, ha incoraggiato i rappresentanti della Exxon a ignorare le paure degli ecologisti.