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 2011  settembre 13 Martedì calendario

Così la Germania hitleriana ha resistito alla sua apocalisse - Dall’agosto del 1944 al­l’aprile del 1945 l’esercito tedesco la­s­ciò sul campo 2,7 mi­lioni di morti, una media di 300mi­la al mese

Così la Germania hitleriana ha resistito alla sua apocalisse - Dall’agosto del 1944 al­l’aprile del 1945 l’esercito tedesco la­s­ciò sul campo 2,7 mi­lioni di morti, una media di 300mi­la al mese. Nello stesso periodo i bombardamenti alleati trasfor­marono le città di Germania in un cimitero di fuoco. Il raid più noto, a Dresda, nel febbraio del 1945, fe­ce 25mila morti in poche ore. Ma in rapporto alla popolazione quel­lo sul piccolo centro di Pforzheim, nella Foresta Nera, fu ancora peg­giore: 17mila persone, e cioè un abitante su quattro, rimasero sot­to le bombe. Il bilancio dell’ulti­mo anno di guerra segna 500mila vittime civili. Eppure, nonostante la catastro­fe e la carneficina, la Germania fi­no all’ultimo non crollò, ciò che ri­maneva di una formidabile mac­china da guerra continuò a com­battere, e la vita proseguì tra ine­narrabili sofferenze, seguendo il copione di un’impossibile norma­lità. Fino all’aprile del 1945 gli sti­pendi dei dipendenti pubblici vennero regolarmente pagati. La Berliner Philharmoniker rispettò il programma dei suoi concerti fi­n­o a quattro giorni prima che i rus­si muovessero all’attacco della ca­pitale: a fare da sfondo all’ultima serata (in programma c’era,natu­ralmente, il Tramonto de­gli dei di Richard Wa­gner) fu una Berlino ormai spettrale. Per­sino il calcio non si fermò. Il 23 aprile, con le truppe tede­sche in rotta, si svolse l’ultimo derby di campio­nato: il Bayern battè 3 a 2 i rivali del Monaco 1860. Ma come tutto ciò è potuto acca­dere? Come è stato possibile che un Paese intero abbia resistito fi­no all’inverosimile, seguendo sen­za­deflettere il percorso di annien­tamento e di autodistruzione sta­bilito dal suo leader? Sono queste le domande con cui inizia The End , l’ultimo libro dello storico britannico Ian Kershaw, pubblica­to nei giorni scorsi in Inghilterra. Kershaw è probabilmente il mag­gior studioso del nazismo. La sua biografia di Hitler in due volumi, pubblicata tra il 1998 e il 2000 (in Italia da Bompiani),è ormai consi­derata un’opera di riferimento. In The End esamina il periodo che va dal fallito attentato del conte Claus von Stauffenberg, per molti versi una cesura nella gestione del­la guerra e del fronte interno, fino alla fine del conflitto nel maggio del 1945. L’obiettivo dichiarato è spiegare quella che Kershaw defi­nisce una peculiarità storica: l’esempio di un Paese e di un regi­me che, sottoposto a pressioni da giudizio finale, non implode. Un unicum , o quasi, che si contrappo­ne a quanto succede di solito alle strutture autoritarie di fronte alla catastrofe bellica: a quanto avven­ne in Russia nel 1917, nella stessa Germania alla fine della prima guerra mondiale o all’Italia nel 1943, in cui il sistema si spezzò ben prima del crollo finale. Ker­shaw passa in rassegna le spiega­zioni tradizionali di questa singo­­larità: gli effetti del terrore nazista, di anni di propaganda ispirati al culto del Superuomo ariano, una classe di ufficiali nutrita al culto delle «fedeltà nibelungica». Non c’è dubbio, per esempio, che il potente apparato repressi­vo del regime, e la crudeltà con cui fu usato, contribuirono in manie­r­a decisiva a soffocare ogni accen­no di ribellione. Basta un dato per rendersene conto: durante la pri­ma guerra mondiale i tribunali dell’esercito guglielmino pronun­ciarono 150 condanne a morte per diserzione (solo 48 vennero eseguite). I condannati alla pena capitale dalle corti naziste furono 30mila. E 20mila furono i soldati giustiziati. Nello stesso periodo i disertori condannati a morte tra le fila americane furono 140, 40 tra i britannici, 103 tra i francesi. Secondo Kershaw, comunque, tutte le principali spiegazioni tra­dizionalmente addotte per spiega­re la ferrea coesione tedesca rap­presentano, certo, «fattori da tene­re presente nell’equazione fina­le » ma non colgono la specificità del regime hitleriano. Quest’ulti­ma va c­ercata grazie alle due chia­vi interpretative fondamentali già utilizzate da Kershaw negli altri studi sul nazismo:i concetti di«go­verno carismatico» e di «lavoro verso il Führer». La struttura del potere nazista, secondo Kershaw, era basata su un grado di personalizzazione mai raggiunto in altre dittature,ce­men­tata com’era dal rapporto ca­rismatico di Hitler con il popolo te­desco e con l’ élite dirigente. Facen­do leva su questo carisma Hitler creò un sistema di governo fonda­to­su una frammentazione compe­titiva dei diversi organi (dai mini­steri alle autorità di polizia), ognu­no dei quali, in modo autonomo, «lavorava verso il Führer». Nella sua persona lo Stato trovava l’uni­ca sintesi unitaria: non esistevano organismi simili al Gran Consi­glio d­el Fascismo e anche le istitu­zioni formalmente previste erano state via via svuotate di ogni pote­re ( il governo, per esempio, venne convocato per l’ultima volta nel 1938).Da questo legame dei singo­li c­on il capo e dall’assenza di strut­ture in cui qualsiasi dissenso po­tesse coagularsi derivò l’apparen­te carattere monolitico del potere hitleriano. «Le élite dominanti ­scrive Kershaw - non avevano né la volontà collettiva né i meccani­smi di potere per impedire a Hit­l­er di portare la Germania alla tota­le distruzione ». Per la Germania il prezzo finale furono 7 milioni di morti.