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 2011  settembre 12 Lunedì calendario

Il mio amico Sokurov è il vero erede del Rinascimento - Abbiamo visto il Faust . Prossi­mamente vedremo La Divina Commedia

Il mio amico Sokurov è il vero erede del Rinascimento - Abbiamo visto il Faust . Prossi­mamente vedremo La Divina Commedia . Dico: vedremo, non leggeremo. Perché Aleksandr So­kurov ha tentato con il cinema quello che scrittori e illustratori si applicarono prima di lui a tra­sferire in immagini. Si tratta di opere che sembrano chiederlo evocando volti, situazioni, azioni che, nel passato, trovarono la più ampia corrispondenza nell’ope­ra lirica. Ma tutte e tre le arti, lette­ratura, pittura e lirica hanno limi­ti: la letteratura l’astrazione, la pittura l’immobilità,il teatro mu­sicale la finzione, pur animata. Soltanto il cinema consente un pieno ritorno alla realtà, e anzi il trasferimento nella realtà di paro­le, immagini e suoni. Il cinema è suprema e compiuta sintesi delle arti, in particolare di letteratura e pittura. Ma molto spesso umilia le sue infinite risorse in patetici te­atrini ideologici o in storielle per il puro divertimento, per ciò che riguarda l’ambizione e gli obietti­vi, e anche per insufficienza este­tica e di mestiere di chi, non ispi­rato, affianca una diapositiva al­l’altra senza efficacia narrativa e capacità di incantamento. Sokurov, più di altri, ha capito che il cinema è, potenzialmente, la più alta, duttile, espressiva, emozionante forma d’arte.E non intende accettare compromessi. Così la visione del Faust è una im­mersione totale in un mondo di invenzione che non vuole essere descrittivo e non pretende di tra­durre l’opera di Goethe. Ma mol­to di più. Sokurov vuole essere Go­ethe, a partire dalla lingua e, favo­rito dal mezzo straordinario, fare più di quello che Goethe poté fa­re. Lo vedremo fra qualche anno nella Divina Commedi a, essere Dante. E non è ambizione e nep­pure presunzione. È, semplice­mente, senso di responsabilità. Devo fare i conti con le miserie, i pettegolezzi, le ideologie, i mes­saggi, o con l’essere dell’uomo? Sokurov non ha dubbi. Nulla più della letteratura ci rivela l’animo dell’uomo. Per questo Sokurov si confronta con Goethe, con Dan­te o con la grande arte all’Hermi­tage, come aveva fatto con L’arca russa . E se è possibile avvicinarsi al­l­’anima dell’uomo leggendo Goe­the o Dante, il cinema dovrà anda­re più avanti. L’impegno è per lui, Sokurov, ma anche per noi cui non sono concessi sconti. Non siamo al cinema per divertirci, per ridere, neppure per piangere, ma per capire qualcosa di noi co­me quando leggiamo Ariosto, Cervantes, Dostoevskij, Borges o come quando ascoltiamo Mo­zart e Beethoven. Il regista- come artista - non può stare al di sotto di questi livelli se non per insuffi­cienza poetica. E, se lo fa delibera­tamente, tradisce il cinema. Soku­rov è un grande artista con lo stru­mento più potente e più difficile. Noi entriamo nel buio e siamo guidati dalla sua luce, che è una luce diversa da quella di qualun­que altro regista. Sokurov parte dalla parola, dalla storia e crea persone, uomini, demoni. Apre dentro l’arte, e la traduce in vita. La prima immagine è tratta dal­la Battaglia di Alessandro di Al­brecht Altdorfer: cieli nuvolosi, montagne all’orizzonte viste in una prospettiva a cavaliere: una veduta vertiginosa senza prece­denti e perfino più evocativa di quella del pittore tedesco. Soku­rov annulla con il cinema quello che nell’arte è inevitabilmente virtuosistico. Preferisce essere vi­sto che ammirato. E poi si entra nei luoghi della vita dove, con Faust e davanti a lui, si muove una variegata umanità. Assistito da un artista come Yuri Kuper che ha disegnato le scenografie, Sokurov ci porta per strade lungo muri scrostati, entro case, betto­le, studi, laboratori, officine che ci costringono a trasferirci in quel­l­a dimensione come in una inevi­tabile macchina del tempo. Noi siamo violentati. Non possiamo più stare sulle nostre sedie nello spazio di quel cinema, nel nostro tempo, nella nostra mente. Sia­mo trascinati a essere lì, dobbia­mo essere nella Cracovia di Faust per l’occasione ricreata a Praga. Per questo l’opera inizia con la Battaglia di Alessandro del 1529. Faust è nato nel 1480 come Altdor­fer che ha la coscienza di essere un Cristo mancato. Scende a pat­ti con il demonio e sfida non per umana debolezza. Sa che nessu­no sarà in grado di fargli del male come a nessuno è concesso di fa­re del bene. Il mondo è sordido e dominato dal male. E neppure Mefistofele può peggiorarlo. Co­sì toccherà a Faust ucciderlo tra­sformandolo in vittima. Il limite di Faust è di essere un uomo. Nient’altro. A nessuno è conces­so salire più in alto, cercare una vi­ta oltre la vita. L’estasi è data dal piacere dei sensi in una festa con tante donne al bagno, dalla visio­ne di Margarethe dal volto trasfi­gurato in una luce che non è del­l’amore, ma della carne giovane e bella dalla natura trionfante in cieli nuvolosi attraversati dalla lu­ce del sole e in grandi voragini d’acqua. Veri e propri idilli di na­tura. Ma lo sguardo di Sokurov nel cuore dell’uomo e davanti al­la maestà della natura è sempre diritto, fermo, implacabile. Faust non è nel racconto, nella lotta tra il bene e il male, nella vita e nella morte, ma nel suo spirito di irriducibile creatore. Faust, con quest’opera è lo stesso Soku­rov.