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 2011  settembre 11 Domenica calendario

Ha inventato la macchina che smaschera i mentitori - Assassini che si pro­clamano innocen­ti. Reduci dall’Irak che si fingono afflit­ti da allucinazioni e paranoie, il cosid­dett­o disturbo post­traumatico da stress, e fanno causa al go­verno degli Stati Uniti

Ha inventato la macchina che smaschera i mentitori - Assassini che si pro­clamano innocen­ti. Reduci dall’Irak che si fingono afflit­ti da allucinazioni e paranoie, il cosid­dett­o disturbo post­traumatico da stress, e fanno causa al go­verno degli Stati Uniti. Depressi immagi­nari. Campioni dello sport che si dopano. Calciatori esordienti che mentono sulla loro età anagrafica per fregare le società che li ingaggiano a peso d’oro. Automobi­listi reduci da un tamponamento che si­mulano cefalee da colpo di frusta per ri­scuotere risarcimenti dalle compagnie d’assicurazione. Rapinatori e ladri. In prospettiva si potrebbero aggiungere co­niugi infedeli, politici corrotti, millantato­ri di professione, finti veggenti, guaritori imbroglioni, santi falsi, diavoli veri. Non ha davvero limiti d’impiego la macchina della verità messa a punto dal professor Giuseppe Sartori, ordinario di neuro­scienze cognitive e direttore della scuola di specializzazione in neuropsicologia dell’Università di Padova, e dai cinque ri­cercatori dell­a facoltà di psicologia che in­sieme con lui hanno lavorato a questo pro­getto fin dal 2003. Anche se il cattedratico puntualizza che è una « macchina della memoria» e spiega che si limita a misura­re i ricordi autobiografici, basandosi sul­lo Iat (Implicit association test) sviluppa­to dal­suo collega Anthony Greenwald del­l’Università di Washington, è un fatto che lo strumento funzionante davanti ai miei occhi è l’unicoal mondo in grado di sma­­scherare i bugiardi con un margine di dubbio non superiore all’8 per cento. Di sicuro si tratta di un’evoluzione della prima macchina della verità custodita proprio nell’ateneo patavino e inventata nel 1914 dal professor Vittorio Benussi, che nel 1919 era approdato nel Lombardo-Veneto austroungarico dall’Università di Graz. Pochi anni dopo alcuni ricercatori americani sarebbero diventati famosi per­fezionando la sua idea e nessuno ha mai chiarito se vi sia stata questa frustrazione dietro la penosa forma maniaco-depressi­va ch­e nel 1927 indusse Benussi a porre fi­ne ai suoi giorni bevendo un tè al cianuro. Il suicidio venne scoperto dal suo assisten­te, quel Cesare Musatti che sarebbe diven­tato il p­adre della psicoana­lisi italiana. Il professor Sar­tori, a scanso d’equivoci,la propria invenzione l’ha fat­t­a brevettare negli Stati Uni­ti dall’Università di Pado­va. Dimostrando, anche in questo,d’essere degno ere­de di sua madre, una mae­stra elementare di Treviso discendente dal medico ro­m­ano Giovanni Maria Lan­cisi ( 1654-1720),che fu l’ar­chiatra di tre pontefici e die­de il proprio nome a una parte del corpo calloso del cervello. La macchina della verità tradizionale, detta anche poligrafo, si basa sulla misu­razione dei parametri fisici che cambia­n­o in chi dice il falso e cioè sbalzi nella fre­quenza cardiaca, variazione respirato­ria, conduttanza cutanea (aumento della sudorazione),potenziali evocati (l’attivi­tà elettrica cerebrale che segue a uno sti­molo). Ma ha un punto debole che la ren­de­scarsamente affidabile: non riesce a in­dividuare la persona innocente che si fa prendere dall’ansia per la paura di non es­sere creduta. La macchina della memo­ria, al contrario, non è influenzabile dallo stress. Infatti misura soltanto i tempi di re­azione nelle risposte alle domande- cro­nometrati al millisecondo da un software e li confronta con quelli di altre risposte, sicuramente vere,date in precedenza dal­­l’interrogato a quesiti molto banali, del ti­po «Il tuo cognome è Sartori?». L’intero test richiede soltanto un computer e una tastiera, sulla quale il soggetto deve limi­tarsi a pigiare la lettera «A» per risponde­re «vero» e la lettera «L» per «falso». La macchina della memoria ha avuto il suo battesimo di fuoco lo scorso 29 agosto in tribunale a Como, quando Luisa Lo Gat­to, giudice dell’udienza preliminare, ha condannato a 20 anni, anziché all’ergasto­lo, Stefania Albertani, 28 anni, una donna che nel 2009, dopo aver causato il dissesto finanziario dell’azienda di famiglia, ucci­se la sorella Mariarosa, 40, e ne bruciò il ca­davere, dopodiché tentò di strangolare an­che la madre. Dall’esame svolto in carce­re dal professor Sartori, col supporto del collega Pietro Pietrini, ordi­nar­io di biochimica e biolo­gia molecolare clinica nella facoltà di medicina del­l’Università di Pisa, è emer­so che l’imputata è vittima di un’amnesia dissociativa e presenta una doppia per­sonalità, un po’ come Nor­man Bates, l’assassino che in Psyco di Alfred Hi­tchcock assume l’identità della madre dopo averla uc­cisa e trasformata in una mummia da conservare in cantina. In pratica quando la Albertani af­ferma di non ricordare d’aver ammazzato la sorella, la sua testimonianza va conside­rata genuina e non frutto di menzogna. Per cui il giudice le ha riconosciuto il vizio parziale di mente. «Si tratta del primo ca­so in Italia, e uno dei primi al mondo, in cui le neuroscienze vengono utilizzate per vagliare l’imputabilità», ha spiegato l’avvocato Guglielmo Gulotta, legale del­la Albertani. Non a caso la sentenza basa­ta sulla macchina della memoria è stata su­bito riportata sul sito di Nature, la rivista più accreditata presso la comunità scienti­fica interna­zionale di cui il professor Sarto­ri fa parte a pieno titolo, visto che, oltre a di­rigere il master in neuropsicologia foren­se dell’Università di Padova, è anche stu­dioso di neuroetica e libero arbitrio. Sentenza storica. «In effetti non succede quasi mai che un giudice sposi la tesi dei consulenti della di­fesa e dia torto al proprio perito, il quale aveva dichiarato l’imputata sana di men­te. Il primo a intuire che nella Albertani qualcosa non funzionava è stato l’avvoca­to Gulotta, che è anche psicologo foren­se. La sua cliente diceva d’essere incinta, e non lo era; diceva d’essere fidanzata, e non lo era. Il legale ha quindi chiesto a me e al professor Pietrini di studiare la memo­ria e il cervello della Albertani». In pratica che cosa avete fatto? «Per prima cosa abbiamo verificato che il metodo funzionasse bene anche con l’im­putata, vagliando se scopriva corretta­mente ricordi a noi noti come la sua data di nascita o il numero di fratelli. Il tempo medio di reazione per i ricordi veri era di 987 millesimi di secondo, mentre diventa­va di 3.068 per i ricordi falsi. Ciò significa un ritardo del 210 per cento nelle risposte alle affermazioni non vere e questo ha di­m­ostrato che il metodo era applicabile an­che all’Albertani». Perché? «Perché si risponde più velocemente a ri­cordi veri che a ricordi falsi. Quando il cer­vello deve inventare una bugia, attiva due aree del lobo frontale: il giro cingolato, che blocca la risposta vera, quella che uscirebbe dalle labbra automaticamen­te, e la corteccia frontale dorso-laterale, che produce la menzogna e ne verifica la tenuta logica. Questa doppia operazione comporta un ritardo. Alla Albertani abbiamo sottoposto ­in ordine casuale afferma­zioni della difesa e affermazioni dell’accu­sa, obbligandola a esprimersi con un “ve­ro” o un “falso”. E i tempi di reazione ai ri­cordi veri sono stati rapidissimi, il che ci ha permesso di concludere con una dia­gnosi di amnesia dissociativa. L’Alberta­ni è quindi attendibile quando ci raccon­ta di non ricordare nulla del delitto». Ma siamo certi che un ritardo nella ri­sposta sia indizio di un ricordo? «Sì. Il fenomeno è chiamato effetto com­patibilità. Immagini di guidare un’auto con le gambe incrociate. Lei diventerà molto lento e inaccurato nei movimenti e questo perché nel nostro sistema nervo­so il piede destro è associato all’accelera­tore e il suo spostamento a sinistra, per co­mandare la frizione, determina una con­dizione di incompatibilità. Dalla mag­gior rapidità e accuratezza del movimen­to ricaviamo la condizione compatibile, cioè quella più naturale. In pratica, nello Iat si determina una condizione di conflit­to cognitivo che si riflette in un allunga­mento dei tempi di reazione e in un au­mento degli errori e da questo stato di co­se si effettua la diagnosi». È possibile alterare i risultati una vol­ta eseguito il test? «Quando in fase di taratura della macchi­na il soggetto risponde alla prima batteria di domande, quelle relative a fatti su cui esiste un’assoluta certezza, il program­ma produce automaticamente un file che viene criptato con un algo­ritmo di sicurezza, lo stes­so usato per le transazioni bancarie su Internet. Que­st­a impronta digitale rima­ne per sempre, non può es­sere manipolata e consen­te a chiunque di verificare la correttezza delle conclu­sio­ni partendo dal dato ori­ginario ». Su quante persone è sta­ta sperimentata la mac­china della memoria? «Circa 2.000 casi in Italia, Usa, Regno Unito e Germania. Il percorso di validazione seguito va dal laboratorio alle ricerche sul campo,un po’ come suc­cede per i farmaci». Quindi potrebbe sottoporre al test an­che Annamaria Franzoni e dipanare finalmente il mistero di Cogne. «Già fatto». E che cosa è emerso? «Che la Franzoni non simula quando giu­ra la propria estraneità al delitto. Il che non significa che non possa aver ucciso il piccolo Samuele. Però certamente nella sua memoria non v’è traccia di questo tra­gico evento. Ha un ricordo di se stessa in­nocente ». Ma se la sua macchina è soggetta a un margine d’errore dell’8 per cento, co­me si può usarla in un processo? «Osservazione molto ragionevole. Ma se consideriamo questo livello di accuratez­za insufficiente, allora dobbiamo buttar via molti metodi scientifici. Le diagnosi dei disturbi di personalità sono attendibi­li al 55 per cento. Nel caso Albertani sei pe­riti hanno dato sei pareri diversi. Perfino nell’esame del Dna, da tutti giudicato in­fallibile e dirimente, in certe condizioni vi è un margine d’errore. Rispetto al vec­chio poligrafo, che sbaglia nel 35 per cen­to dei casi, direi che abbiamo fatto un bel salto in avanti». La macchina della memoria può ave­re un peso processuale? «Lo ha già avuto. Un mio collaboratore l’ha usata nel caso di don Giorgio Panini, il sacerdote che ha accoltellato a morte un anziano di Vignola e poi ha tentato di ucciderne la moglie e il figlio. Può essere utile nei processi che si basano sulla sola testimonianza, come quelli per pedofilia. Si è affidata a me una delle maestre del­l’asilo di Rignano Flaminio. Mi ha pure cercato, ma per ben altri motivi, Carlo An­celotti, allenatore del Chelsea». Che c’entra Ancelotti? «Sono volato a Londra per appurare la ve­ra et­à di alcuni calciatori provenienti dal­l’Africa che sostenevano d’avere 15 anni e invece andavano per i 22...». Vi sono accorgimenti per scoprire, an­che senza macchinari, se la persona che abbiamo davanti sta mentendo? «Le ricerche scientifiche sono chiarissi­me al riguardo: la possibilità di smasche­r­are un bugiardo dall’interazione è bassis­sima, persino se a provarci sono degli in­vestigatori di professione. Segnali che vengono spacciati come predittivi al ri­guardo, per esempio lo sfregarsi la punta del naso mentre si racconta una balla, non sono affatto sicuri. La specialista in materia è la professoressa Bella De Paulo, visiting professor di psicologia all’Univer­sità della California, secondo la quale su 10.000 persone solo quattro o cinque pos­siedono le competenze per individuare un bugiardo dalla sua gestualità». In percentuale, quanto conosce la scienza delle potenzialità del cervel­lo? Ho rivolto la domanda a molti me­di­ci e i più ottimisti non sono andati ol­tre il 20 per cento. «Sappiamo pochissimo. Io starei sul 5 per cento. Conosciamo discretamente il fun­zio­namento di ogni singola parte dell’en­cefalo, ma non il modo in cui le varie parti si raccordano fra loro. In altre parole non conosciamo come suona l’orchestra». Se ne sappiamo così poco, perché si prendono decisioni di fine vita su per­sone prive di consapevolezza? «Direi che questo dilemma si pone soprat­tu­tto nei casi di stato vegetativo persisten­te. Con la risonanza magnetica funziona­l­e è stato dimostrato che alcuni soggetti in queste condizioni sono in grado di capire e di rispondere. A Liegi, in Belgio, un gio­vane di 29 anni, in stato ve­getativo da cinque, ha mo­st­rato tracce di attività cere­brale in risposta a semplici domande che gli sono sta­te poste dai medici. Con le tecniche di brain imaging , a ogni quesito sono state fo­tografate le aree del “sì” o del “no” che si attivavano nell’encefalo, tutt’altro che spento». Sia sincero, professore: lei ha mai detto bugie? «A chi? A mia moglie?». Anche. «Solo white lies , bugie innocenti, che pe­raltro lo Iat riconosce. Lei m’invita a cena, mi chiede se è buona la pasta che mi ha preparato e io le rispondo “squisita” an­che se è una schifezza. Insomma, bugie non malevoli». Bella la sua macchina della verità, o della memoria che dir si voglia. Ma ora provi a rispondere alla domanda rima­sta in sospeso nel più celebre processo di tutti i tempi: «Quid est veritas?». «Io mi occupo di sincerità, una cosa ben diversa dalla verità. La verità è una roba complicata che...».