Giorgio Dell’Arti, La Stampa 13/9/2011, 13 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 185 - I DUBBI DI NAPOLEONE
Eravamo rimasti alla battaglia di Solferino...
La battaglia di Solferino cominciò all’alba e si svolse sotto un sole cocente. Dopo dodici ore, poco prima delle cinque del pomeriggio, i francesi sfondarono e Napoleone potè dirigersi a Cavriana. Si sistemò nella casa dove ancora poche ore prima stava Francesco Giuseppe.
E i piemontesi?
I piemontesi cominciarono a dar l’assalto a San Martino verso le 9. Si tratta di un piccolo colle, non troppo difficile da prendere. Ma i piemontesi s’ostinarono ad attaccar di fronte, e da sopra gli austriaci li massacravano. Dopo sette ore erano ancora lì. Aggirare la posizione sarebbe stato disonorevole. La sera prese a piovere. Rapidamente la pioggia divenne un uragano, come ne capitano d’estate. Vennero ad annunciare a Napoleone che i piemontesi ce l’avevano fatta. L’imperatore non disse una parola. Cenò, studiò un po’ le carte, salì in camera sua e si buttò sul letto.
Morti?
Solferino e San Martino costarono 5 mila morti e 23 mila feriti. Il servizio di pronto soccorso non funzionò male, ma l’uragano limitò il tempo disponibile alle ambulanze. Poi venne la notte. Stando sdraiato sul suo letto Napoleone sentì che, passata la pioggia, i feriti rimasti sul campo s’erano svegliati e gridavano. Continuarono fino al mattino. Al mattino l’imperatore prese il generale Fleury e andò a vedere. C’erano file di barellieri che correvano e i gemiti non erano finiti.
So che quel giorno nacque la Croce Rossa.
Bonaparte si sentiva male già prima di arrivare, ma sul posto fu orrendo. Ce n’era mucchi, sventrati. Persino Fleury, pallido, mormorò: «È un macello, una vergogna immensa...». Il giorno dopo venne Kossuth, il patriota ungherese. C’erano stati contatti con Cavour anche prima della guerra, si trattava di organizzare una brigata magiara, di dare avvio alla rivolta anche dall’altra parte dell’impero. Ma Napoleone era fuori di sé: «Non abbiamo più uomini, questa campagna ci costa un mare di sangue. Come faremo a prender Verona? E che succederà se saremo sconfitti?». Fino a quel momento l’imperatore aveva resistito grazie alle vittorie. Ma dopo Solferino non aveva inseguito gli austriaci, e questi adesso s’erano rifugiati nel Quadrilatero. Calcolò che Peschiera non sarebbe caduta prima di sei settimane. Secondo altri ce ne volevano dieci. Il giorno 27 gli portarono un dispaccio da Berlino. I prussiani minacciavano fuoco e fiamme se avesse invaso il Veneto.
Che gliene importava ai prussiani del Veneto?
Lo consideravano terra tedesca. Soprattutto sfruttavano la situazione ai fini dell’egemonia sugli stati tedeschi, in concorrenza con l’Austria. Se l’Austria, messa alle strette dalla Francia, fosse stata salvata dalla Prussia, avrebbe perso la supremazia nella Confederazione. Si stava anche svegliando il patriottismo dei principi tedeschi, commossi dalla sorte di Vienna. Ma nulla era paragonabile all’astuzia di Berlino. Schleinitz aveva già mobilitato sei corpi d’armata e il 14 giugno aveva chiesto alla Dieta la formazione di un corpo federale d’osservazione degli Stati meridionali. In poche settimane avrebbe schierato sul Reno 400 mila uomini.
Mentre Napoleone stava facendo la guerra in Italia.
L’ultimo giorno del mese Napoleone fece una parte a Vittorio Emanuele. «Dove sono i centomila piemontesi? Dov’è questa guerra degli italiani?». Vittorio Emanuele si precipitò al telegrafo, mandò a Cavour un dispaccio di sei parole: « Répondez-moi de suite - Envoyez catégories, répondez ». « Catégories » era la 2 categoria, cioè il contingente di 15 mila uomini che doveva ancora essere utilizzato. Cavour fece finta di non capire.
Perché?
I piemontesi avevano messo a disposizione fino a quel momento 51 mila soldati. Dopo i 15 mila della 2 Categoria non sarebbe rimasto più niente. E se gli austriaci avessero sferrato una controffensiva, sarebbero arrivati dritti a Milano e a Torino perché dietro al primo fronte che avanzava c’era il vuoto.
Quindi Napoleone...
Quindi Napoleone fece due conti: in Francia l’opinione pubblica era massicciamente contraria alla guerra; l’eventuale discesa in campo dei prussiani avrebbe trasformato un conflitto locale in una guerra universale contro di lui; gli inglesi stavano pensando di organizzare un congresso per mettere tutti d’accordo e questo avrebbe probabilmente significato aver combattuto per niente, dato che forse la Lombardia sarebbe rimasta ai Savoia, ma certo alla Francia non sarebbero state date né Nizza né la Savoia; aveva ribrezzo per i campi di battaglia; nell’Italia centrale le cose non andavano affatto come previsto e gli italiani - a parte i volontari (che erano da prendere con le molle) - battevano la fiacca. Per non parlare dei piemontesi, molto al di sotto delle aspettative sia in uomini che in mezzi. Conclusione: la Francia stava facendo una guerra per conto terzi, col rischio concreto di non ricavarne alcun vantaggio. Il 6 luglio l’imperatore convocò a Valeggio Vittorio Emanuele II e in presenza del maresciallo Vaillant gli comunicò che avrebbe chiesto di sospendere le ostilità. Consegnò quindi una lettera a Fleury e lo incaricò di portarla a Francesco Giuseppe, nel suo quartier generale di Verona.