Giorgio Dell’Arti, La Stampa 12/9/2011, 12 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 184 - NAPOLEONE E GLI ITALIANI
Questi sommovimenti nell’Italia centrale erano spontanei? O Cavour ci aveva messo lo zampino?
C’era lo zampino di Cavour, attraverso la Società Nazionale e il suo uomo La Farina, quello che lo andava a trovare all’alba per discutere su come muovere i patrioti.
Sì, era quel siciliano a cui il conte aveva detto: se la vedono, io la rinnego come Pietro.
Il programma della Società Nazionale era: nessun interesse provinciale, municipale o ministeriale. Raccoglieva ex mazziniani e democratici convertiti al piemontesismo. Aveva i compiti tipici di una rete cospirativa: suscitare un moto, portare la gente in piazza. Il gruppo dei moderati - Minghetti o Ricasoli - doveva farsi carico della situazione dopo l’urto iniziale, tenere il movimento ben saldo nei binari.
E già, perché nel suscitare un moto Cavour poteva dare a Mazzini l’occasione...
Scrisse Cavour: « Non si deve respingere l’elemento insurrezionale o, se meglio le piace, rivoluzionario, ma non si può somministrare in dosi troppo forti, sia a ragione dell’Europa, sia del proprio paese, che non ha stomaco fatto per digerirlo, se non moderatamente ». Il conte era sempre convinto che la maggioranza degli italiani fosse su posizioni moderate. A Bon Compagni mandò questo messaggio: «Hai un compito ben difficile: evitare due scogli, la rivolta da un lato, l’“inerzia” ( in italiano ) dall’altro». A Firenze c’era anche Mazzini.
Tollerato?
Tollerato. Voleva fare con Garibaldi un colpo nelle Marche. Il conte non aveva grande considerazione di Bon Compagni e a Firenze puntò subito su Ricasoli. Ricasoli e Mazzini si incontrarono. L’uomo di Cavour nell’Italia centrale era però soprattutto Minghetti. Minghetti, da Bologna, era stato con lui anche al congresso di Parigi e adesso venne chiamato a Torino a fare il segretario al ministero degli Esteri, col compito di occuparsi dell’Italia centrale. L’idea era di estendere al più presto il sistema piemontese alle nuove province, sostituire gli impiegati dubbi, epurare la polizia. E c’era la questione dei volontari. S’erano arruolati fino a quel momento in 40mila, ma la struttura dell’esercito li aveva accolti malvolentieri e d’altra parte la formazione di corpi paralleli era invisa a Napoleone e si prestava effettivamente a facili infiltrazioni mazziniane. Mazzini non s’era placato neanche con la guerra, non gli piaceva Napoleone, voleva la guerra di popolo e l’Italia fatta dagli italiani e non dai francesi...
Idea giusta, no?
Idea soprattutto bella. Ma realizzabile? A parte i sentimenti austriacanti di cui erano pervase le campagne, gli stessi soldati piemontesi « non erano ancora ben persuasi che il Piemonte fosse in Italia » come racconta Giulio Adamoli, uno di quei 40mila volontari. Che si sentì chiedere, dai suoi compagni d’arme: « Vieni dall’Italia? » con quell’aria accusatoria che la truppa piemontese aveva per questi giovani entusiasti, a cui attribuiva « la provocazione della guerra e la colpa del loro richiamo sotto le Alpi ». Adamoli aveva allora 19 anni, e sarebbe poi stato senatore del Regno. Abbiamo un’idea di questa freddezza, di questa «inerzia» (per usare l’espressione di Cavour) anche dalle relazioni di Plon-Plon da Firenze. Napoleone III, allarmato per quello che stava succedendo in Toscana e che contrastava con tutti i suoi piani, aveva mandato a Firenze Plon-Plon con la V armata. Plon-Plon scriveva: «Guarda, ti accolgono benissimo, fiori, grida, applausi. Poi, è una delusione. Nel ‘48 hanno perso gridando: “L’Italia farà da sé”. Adesso, in tutti i posti dove son capitato, sembrano dire: “Faran tutto gli eserciti francese e piemontese, a noi non resta che incrociare le braccia...”. Nel ‘48 gridavano, facevano rumore e, oltre a questo, lottavano anche un po’. Adesso non c’è il minimo disordine, tutto è calmo. Però non c’è neanche uno che lotti! A Firenze si preparano alla guerra d’indipendenza come a Pechino, dopo quella specie di rivoluzione ( cioè la cacciata del granduca - ndr ) non hanno fatto più niente. I funzionari son sempre gli stessi, non hanno soppresso neanche un privilegio, è rimasto in vigore persino il gioco del lotto, sai, levandolo di mezzo, potevano almeno dare un esempio di moralità, un segnale. Niente armamenti, niente guardia nazionale. C’è un piccolo esercito, pessimo. Sulla carta hanno tentato delle riforme. I volontari... non sono seri, no, non è serio quel modo di fare. Li comandano ufficiali amici del granduca e degli austriaci. Non hanno armi né divise e nessun addestramento. Stanno sempre al caffè e al teatro. Poi si presentano e dicono: “Piacere, sono un volontario”. Ci sono 30mila fucili a disposizione e nessuno s’è preoccupato di distribuirli. Non è stata presa nessuna misura per difendersi, niente per esaltare i nobili sentimenti, la patria. Tutti i simboli granducali sono ancora in piedi, non gliene importa niente...».
Qual è la verità?
La verità è che Napoleone s’aspettava molto di più dagli italiani. E invece gli italiani... In Lombardia nessuna città s’era rivoltata, avevano tutti aspettato di essere liberati. E le truppe piemontesi, in quantità e qualità, erano risultate inferiori alle attese. Molto inferiori.