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 2011  settembre 13 Martedì calendario

Io e Nixon in ginocchio alla Casa Bianca - “Non partecipo a una gara di popolarità su Google, a questo punto della mia vita devo difendere ciò che ho fatto e ho scritto, anche con un certo fatalismo»

Io e Nixon in ginocchio alla Casa Bianca - “Non partecipo a una gara di popolarità su Google, a questo punto della mia vita devo difendere ciò che ho fatto e ho scritto, anche con un certo fatalismo». La voce è pacata ma la grinta resta quella che lo distingue. Henry Kissinger parla della sua vita come mai fatto prima in un’intervista a National Geographic Channel trasmessa ieri in America e che andrà in onda in Italia sul canale 403 di Sky alle 20,55 del 1˚ ottobre. Camicia aperta, senza cravatta, occhi vispi e modi bruschi, l’ex Segretario di Stato protagonista della Guerra fredda chiede all’intervistatore «si fermi un attimo per favore», per spiegargli in privato cosa pensa della scaletta delle domande. Quando riprende, si comincia da lontano, perché Kissinger così ha chiesto. Dal titolo della tesi di laurea, per l’esattezza, che era Il significato della storia . «Un po’ ambizioso per uno studente universitario? Forse, ma a Harvard ero ancora indeciso su cosa avrei fatto nella vita, alle elementari mi piaceva la chimica, anche se poi mi resi conto che il merito era della memoria, poi presi in considerazione di diventare uno scrittore e fu questo che mi suscitò l’interesse per la filosofia e la storia». Ciò si rivelò la genesi «del mio bestseller, intitolato Armi nucleari e politica estera » nel quale sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero potuto vincere una guerra nucleare limitata. Diventò «uno scrittore famoso», con tanto di congratulazioni di Richard Nixon che diventato presidente nel 1968 lo invitò nel quartier generale della transizione, all’Hotel Pierre di New York. «Nixon mi parlò per circa due ore della situazione internazionale, era chiaro che voleva qualcosa ma non sapevo cosa». Una settimana più tardi a chiamarlo fu John Mitchell, uno dei consiglieri più stretti del neopresidente, e «mi chiese se avevo accettato o meno l’incarico». Fu così che diventò consigliere per la sicurezza nazionale instaurando un rapporto unico con Nixon: «Spesso ho pensato che Nixon avrebbe avuto bisogno di Shakespeare per farsi comprendere, perché c’erano tanti differenti Nixon». Era un uomo che «non aveva amici stretti, e io non ero uno di questi, non gli piaceva incontrare nessuno in particolare», forse perché «segnato dai rigetti subiti in tenera età» che lo portavano a «sentirsi di continuo minacciato, era un timido». Se Kissinger riuscì a esercitare su Nixon una forte influenza «fu grazie al fatto che lo chiamavo dieci volte al giorno e lo vedevo ogni volta che potevo». Nel 1969 il pieno coinvolgimento in Vietnam era iniziato da tre anni e «per la prima volta il movimento di protesta era diventato violento, mentre le relazioni con la Cina erano inesistenti, quelle con l’Urss congelate e i sovietici stavano costruendo una base di sottomarini a Cuba». Kissinger rivive quei momenti: «C’era un problema comunista nel mondo, non era l’immaginazione paranoide di un presidente, eravamo impegnati in una lotta ideologica perché l’Urss era un sistema di valori incompatibile col nostro. Era una lotta di potere con l’Urss. Avevano le truppe in Egitto e rifornivano militarmente il Vietnam. Non potevamo consentire il dominio sovietico sul mondo». In più «c’era la corsa alle armi nucleari, si prevedeva che l’Urss avrebbe avuto più missili strategici di noi». Erano i giorni «in cui si poteva decidere un attacco che avrebbe ucciso 30 o 40 milioni di persone in poche ore: qualcosa che avrebbe significato non vincere una guerra ma creare un mondo nuovo». Descrivere lo stato d’animo che c’era alla Casa Bianca significa anche ricordare che «la guerra in Vietnam non andava bene perché Lyndon Johnson aveva impegnato 500 mila soldati, e 30 mila erano già morti, senza avere una definizione di vittoria». A non funzionare era «la strategia di infliggergli più dolore possibile per farli negoziare, perché la loro capacità di resistenza era stata sottovalutata». Nixon e Kissinger cambiarono rotta: «Decidemmo di ritirare le truppe garantendo al tempo stesso la sicurezza dell’alleato Vietnam del Sud», ma Hanoi «ci chiedeva di fatto la resa, e per noi era inaccettabile». «Nell’agosto 1969 iniziammo a incontrare i nordvietnamiti, in segreto, a Parigi». Kissinger ammette che «ero arrivato alla conclusione che con le armi non potevamo vincere, ero a favore dei negoziati e il mio interlocutore era Le Duc Tho, un rivoluzionario tenace e gentile senza esperienza internazionale: il suo compito era spezzare il nostro spirito sfruttando le divisioni in America». Alle prese con una guerra impossibile da vincere e con l’incubo della guerra nucleare, «io e Nixon lavorammo su una strategia per portare la pace nel mondo». Fu la genesi dell’apertura alla Cina: «Mosca e Pechino erano più nemiche che alleate, la nostra strategia fu di includere la Cina negli affari internazionali, farla uscire dall’isolamento, per dare a Mosca altre cose a cui pensare», oltre al fatto che «Pechino avrebbe potuto spingere il Vietnam a fare concessioni». «Aprimmo alla Cina sulla base dell’interesse nazionale», sottolinea l’ex Segretario di Stato, ricordando il viaggio a Pechino, «quando mi portarono nella Città Proibita, vuota e magica» e vi incontrò Mao «in una stanza disseminata di libri sul pavimento con lui seduto su una semplice sedia». «Da Mao emanava potere, aveva un certo senso dello humour, in qualche maniera minaccioso. Mi disse che negoziare con lui sarebbe stato facile per me perché ogni sua concessione sarebbe durata per mille anni». Se quel viaggio aprì la strada a Nixon e diventò un successo strategico fu «perché venne preparato in segreto, tenendo lontano non solo la stampa ma anche il Dipartimento di Stato di cui Nixon non si fidava». Il presidente nel 1972 viene rieletto e nel 1973 Kissinger diventa Segretario di Stato, ma a questo punto della ricostruzione l’intervistato fa un passo indietro e parla dell’infanzia a Fürth, in Baviera, del nonno vissuto in un villaggio poco distante e del giorno in cui «andando in bicicletta mi trovai davanti alla scritta “Gli ebrei qui non sono desiderati”». Quando i nazisti arrivano al potere Kissinger ha 9 anni: «Non potevo più andare a scuola e tutti i tedeschi che conoscevamo interruppero i rapporti con noi perché eravamo ebrei: fu uno shock che quasi paralizzò mio padre, mentre mia madre, più pratica, decise che avremmo dovuto lasciare la Germania». Fuggito in America, tornò in Germania con la divisa dell’Us Army, e «l’impatto con l’Olocausto lo ebbi nel Lager di Ahlem: non avevo mai visto nulla di simile, i prigionieri erano in uno stato non umano». «Molti membri della mia famiglia e il 70 per cento dei miei compagni di scuola sono morti nei campi di concentramento, è qualcosa che non si dimentica», ed è per questo che «non vado in giro per il mondo a predicare di essere buoni, ma credo che alcuni valori assoluti non devono essere violati». L’intervistatore gli chiede a questo punto del golpe militare in Cile, di cui molti gli attribuiscono la regìa. «Fermiamoci per un secondo», chiede Kissinger. E dopo la pausa riprende: «Nel settembre 1970 Salvador Allende faceva campagna presidenziale in Cile, era estremamente legato all’Urss e a Cuba, eravamo preoccupati. Era alla sinistra dei comunisti. Ci dissero che avrebbe vinto le elezioni, così Nixon ordinò alla Cia di fare qualcosa, il piano fallì e Allende fu eletto. Nixon era inferocito. Non facemmo nulla per rovesciarlo ma finanziammo partiti e giornali che aveva soppresso», e quando nel 1973 il golpe di Augusto Pinochet lo rovesciò «noi non c’entrammo nulla, come ogni indagine ha dimostrato». Ma il «problema fondamentale che rimaneva era l’Urss, con la necessità di ridurre la minaccia della distruzione nucleare: per questo credevo nel dialogo con i sovietici». La possibilità si materializzò «quando Breznev ci invitò nella tenuta di caccia di Sovietpol» e nacque la possibilità del primo summit sul disarmo «dovuta al fatto che Breznev sentiva di perdere il controllo sul massiccio riarmo ordinato». Ad accelerare il summit fu il viaggio di Kissinger a Pechino, e «ciò portò in seguito ad accordi sul disarmo che ricordo come uno dei rari momenti di sollievo». Restava da chiudere il conflitto in Vietnam, «perché i massicci bombardamenti sul Nord non funzionavano» ma in questa fase si sovrappose lo scandalo Watergate, sul quale Kissinger dice: «Fra il 1970 e il 1971 Nixon era divenuto un maniaco della segretezza, per questo voleva che tutte le conversazioni fossero registrate». La guerra del Kippur nell’ottobre del 1973 «lo colse di sorpresa perché era troppo preso da Watergate, Russia e Cina» e la decisione di correre in soccorso di Israele fu adottata per «impedire una vittoria militare dei sovietici». La spola fra Egitto e Israele riuscì a porre fine al conflitto mentre il Watergate travolgeva Nixon: «L’ultima notte prima delle sue dimissioni alla Casa Bianca eravamo in due, io e lui, sapeva di essersi distrutto da solo e mi domandava dove tutto ciò avrebbe portato. Mentre stavo per uscire mi chiese di inginocchiarmi con lui e di pregare assieme. Cos’altro potevo fare? Fu uno dei momenti più emozionanti della mia vita». È con Gerald Ford presidente che la parabola vietnamita si conclude con la fuga da Saigon: «Mi chiamarono dicendo che l’evacuazione finale era iniziata». Le ultime parole sono quasi un testamento: «Ho dedicato gran parte della vita a creare un mondo più pacifico, a evitare una guerra catastrofica e ad aiutare l’America a essere stabile».