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 2011  settembre 13 Martedì calendario

Vendemmia mai così scarsa - Una vendemmia tropicale»: così i vignaioli definiscono la raccolta delle uve, ormai giunta al giro di boa

Vendemmia mai così scarsa - Una vendemmia tropicale»: così i vignaioli definiscono la raccolta delle uve, ormai giunta al giro di boa. Rese inferiori e alte gradazioni caratterizzeranno il 2011, riservando anche un’altra sorpresa: «Il vino non ci uscirà più dalle orecchie». A dirlo è Angelo Gaja, uno dei produttori italiani più conosciuti e ascoltati al mondo, che ha costruito il suo impero tra Barbaresco, Bolgheri e Montalcino senza mai cedere alle tentazioni della quantità. «Più che una provocazione - sostiene - è un messaggio positivo e di speranza». Ma, se la crisi non è affatto superata e la concorrenza è sempre più agguerrita, cosa è successo per introdurre uno scenario così nuovo e promettente tra i confini italiani, dopo anni di sovrabbondanza? Vari fattori concomitanti. Innanzi tutto la vendemmia 2011, che probabilmente verrà ricordata come una delle più scarse che il nostro Paese abbia mai prodotto. «La previsione - dice Gaja era facile da fare già a fine agosto, dopo 20 giorni di caldo africano che aveva asciugato le uve, premonitore di un forte abbassamento delle rese sia nel vigneto, sia in cantina». I raccolti anticipati di questi giorni, con le temperature al di sopra della media, stanno confermando le stime al ribasso: meno 15-20% per le principali varietà a bacca bianca e cali fino al 30% per alcuni rossi, come i dolcetti piemontesi. Anche per le uve più tardive, dal Nebbiolo al Sangiovese, si attendono rese ridotte, visto che neppure un eventuale arrivo della pioggia potrà risollevare la situazione. Come dicono i contadini, «se dai acqua al fieno, non ridiventa erba». Ma il vino, il prossimo anno, potrebbe «non uscirci più dalle orecchie» anche grazie a Bruxelles, che ha abolito i sussidi alla distillazione di crisi e dirottato i fondi alla promozione. «Dopo appena due anni di applicazione, le misure Ocm vino hanno fortemente contribuito a equilibrare il mercato, congiuntamente ai crescenti volumi di vendita realizzati dal vino italiano sui mercati esteri - dice Gaja -. Come per miracolo, in molte cantine le scorte sono ritornate a livelli normali, se non anche di scarsità». Il risultato finale? «Per varie tipologie il vino comincia a mancare e di conseguenza saliranno (finalmente!) sia i prezzi delle uve, sia quelli del prodotto all’ingrosso». Così prevede il guru di Barbaresco, che però auspica anche un cambio di mentalità. «Ci sono produttori italiani che vendono all’estero il loro vino nella fascia più ghiotta, quella che va dai 3 agli 11 euro a bottiglia, partenza cantina. Occorre che il loro numero cresca rapidamente, che molte cantine italiane già operative sui mercati esteri imparino a vendere meglio, con valore aggiunto più elevato, costruendo una domanda più qualificata, dotandosi di strategie e strumenti più adeguati ad aggredire le fasce di prezzo più remunerative». Insomma: non è vero che oggi, per vendere il vino, si devono fare prezzi stracciati. Meglio smettere di voler essere a tutti i costi il primo Paese produttore, per poi trovarsi costretti a cedere le uve al di sotto del prezzo di costo e a svuotare mestamente le cantine per fare spazio alla nuova annata in arrivo. «Ciò che afferma Gaja è sacrosanto - dice il curatore della guida Slow Wine, Giancarlo Gariglio -. Per la prima volta dall’86, anno dello scandalo del metanolo, gli invenduti sono sensibilmente calati e i commercianti che abitualmente in questo periodo girano tra le cantine con le autobotti, hanno meno lavoro da fare». Ma per cogliere fino in fondo questa chance occorre ancora una volta prendere esempio dai francesi. «Negli ultimi tempi, loro hanno continuato a ridurre la quantità di produzione, cercando di preservare il valore. Noi, invece, abbiamo sbandierato come vittorie ogni milione di bottiglie in più, dimenticando di dire che la nostra media di vendita al litro è poco più di un terzo di quella francese». La provincia di Trapani, che è la più vitata d’Italia, può essere indicata come esempio virtuoso di questo nuovo corso: grazie a misure come la vendemmia verde e gli estirpi, ha ridotto la produzione del 20-30%. La stessa cosa sta succedendo in Puglia, altra regione fortemente produttiva. «In pochi anni la Sicilia è riuscita a invertire la tendenza, eliminando oltre 20 mila ettari di vigneti - spiega Antonio Rallo, titolare di Donnafugata e presidente di Assovini Sicilia -. D’altra parte, l’agricoltore non avrebbe mai potuto continuare a coltivare le uve con prezzi così bassi». Due le considerazioni di Rallo: «Bisogna produrre quello che si beve: è una legge che vale per tutti e che non può essere drogata con interventi distorti sul mercato. E poi bisogna avere il coraggio di farsi pagare i vini al giusto prezzo: senza speculazioni, ma anche senza svalutazioni». «Non è affatto un discorso d’élite - conclude Gariglio -. Anzi, l’andamento della remunerazione deve andare di pari passo con quello della qualità del vino in bottiglia, altrimenti il bluff diventa presto un boomerang».