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 2011  settembre 13 Martedì calendario

Nel paese che vive d’atomo “Meglio qualche rischio che ritornare ai campi” - Un’altra Fukushima, sei mesi e un giorno dopo l’originale? E stavolta non dall’altra parte del mondo, ma a Marcoule, in Linguadoca, a pochi chilometri da due visitatissimi gioielli romani, il Pont du Gard di Nîmes e il teatro di Orange, a 30 da Avignone e a 257 da Torino? C’è da rabbrividire

Nel paese che vive d’atomo “Meglio qualche rischio che ritornare ai campi” - Un’altra Fukushima, sei mesi e un giorno dopo l’originale? E stavolta non dall’altra parte del mondo, ma a Marcoule, in Linguadoca, a pochi chilometri da due visitatissimi gioielli romani, il Pont du Gard di Nîmes e il teatro di Orange, a 30 da Avignone e a 257 da Torino? C’è da rabbrividire. E, nonostante l’incidente sia avvenuto alle 11,45 e alle 16 le autorità l’abbiano dichiarato chiuso, tutto il mondo ha trattenuto il fiato. Tutto, tranne gli interessati più diretti, cioè i 700 abitanti di Codolet, il paese più vicino al forno esploso, che in pratica ieri pomeriggio si sono divisi in due gruppi: la minoranza ha sentito la sirena d’allarme della centrale e si è preoccupata, la maggioranza non l’ha sentita e si è accorta di abitare nella Fukushima europea solo quando i parenti emigrati a Parigi hanno iniziato a telefonare e i giornalisti di tutto il mondo ad aggirarsi per le strade facendo domande idiote alla ricerca di una psicosi da nucleare che proprio non c’è. Il villaggio è talmente tipico da sembrare finto. C’è una bella chiesa antica, purtroppo deturpata dalla decisione di qualcuno che dovrebbe finire sotto processo, di installare un orologio al centro del rosone sulla facciata. C’è il solito municipio magniloquente. Ci sono un panificio, un market e una tabaccheria. Tutti si conoscono, tutti si salutano per la strada e tutti sono convinti che la centrale è forse un pericolo, ma certamente un’opportunità. In effetti qui le possibilità di lavoro sono due: o il nucleare o le vigne (Tavel, dove si produce un celebratissimo rosé, è appena qualche campo più in là). Così ieri mattina, da bravo amministratore, il sindaco, Serge Boissin («Partito? Ma quale partito, qui la politica non esiste», spiegano gli amministrati), si è affrettato a mettere le mani avanti, dicendo che non c’è pericolo e che qui nessuno è contrario al nucleare. Insomma, nessuno tocchi la centrale. Poi il sindaco è andato a ricevere la rampante ministra dell’Ecologia, Nathalie Kosciusko-Morizet (tanto rampante che ha già diritto alla sigla, massimo segno di considerazione francese: dunque per tutti è Nkm) che, pallidissima, elegantissima, pariginissima, ha reso omaggio alle vittime (un morto, un ferito gravissimo - ustioni sull’80 per cento del corpo - e tre più leggeri) e ripetuto per l’ennesima volta il mantra della giornata: «È un incidente industriale, non nucleare». Poi ha aggiunto che non c’erano fughe radioattive e non ci sarebbero nemmeno state, che era appena uscita dalla centrale di controllo dove tutto era, appunto, sotto controllo, che il piano d’emergenza interno era scattato come previsto e via rassicurando. Anche se poi, incalzata dai giornalisti, la gaffe le è scappata e dal suo labbro è uscita l’empia parola: «Incidente nucleare». Ma si è subito corretta. Il sindaco non ha nemmeno fatto suonare le sirene comunali, che pure ci sono. Chi a Codolet ha sentito quelle della centrale ha creduto che fosse l’allarme per il Rodano, che in effetti scorre a due passi, e si è molto stupito perché il grande fiume non è affatto in piena. L’unico panico clamoroso è stato quello di un avventore dell’albergoristorante «La petite hutte», che ha ricevuto una telefonata sul cellulare, si è alzato di scatto, ha lasciato lì il «flan patissier» che aveva davanti «ed è scappato a gambe levate», ride la padrona Sibylle Angeli. Qualcun altro è andato a fare incetta di bottiglie d’acqua nell’unica bottega di alimentari, quella di Chantal e Alain Benedicto: «E già, ci hanno avvisati: in caso di allarme, dobbiamo restare chiusi in casa e non bere l’acqua del rubinetto. Ah, e dobbiamo inghiottire le pastiglie di iodio, ma le nostre per la verità sono scadute da un pezzo e in paese non c’è la farmacia, quindi in realtà non le ha nessuno». Anche voi favorevoli alla centrale? «Se l’alternativa è la disoccupazione, sì. Certo, sarebbe meglio l’eolico. Infatti il nostro gatto l’abbiamo battezzato Eole». Ecco, Codolet è così. Mentre il resto del mondo si angoscia, qui la centrale è un mostro buono, magari pericoloso ma alla fine innocuo: «In trent’anni queste benedette sirene le abbiamo sentite poco, e quel poco per il Rodano». Quelli che ci lavorano hanno anche un soprannome, «les marcouliens». Che l’Asn, l’Autorità per la sicurezza nucleare (Asn), dal 2000 abbia recensito 18 incidenti alla Centraco, l’inceneritore-succursale dov’è capitato anche quello di ieri, non lo sa nessuno. «Non è il Giappone, via - conclude Jean-Yves Caporale (molta gente ha cognomi italiani, questa è terra di emigrazione) -. E poi, chiudiamo pure la centrale di Marcoule. Ma a pochi chilometri c’è quella di Pierrelatte, e siamo daccapo». Per trovare un antinuclearista convinto bisogna davvero fare il tour del paese. Si chiama Florian Jacrot, porta i capelli rasta, gira a torso e piedi nudi e, insomma, si capisce che è l’hippie locale: «Incidenti? Ci sono tutti i giorni. Poi ne capiterà uno più grave e bum!, salteremo tutti per aria. Ma è inutile dirlo: sulla centrale mangia troppa gente». Dunque tutti prendono per buone le rassicurazioni delle autorità. Magari con beneficio d’inventario. Il tassista che porta i giornalisti da Avignone a Codolet è lapidario: «Incidente chiuso? Lo dissero anche a Cernobil...».