PIERO BIANUCCI, La Stampa 13/9/2011, 13 settembre 2011
L NEMICO INVISIBILE
Tecnicamente l’incidente avvenuto a Marcoule, in Francia, non è nucleare ma industriale.
Il problema è durato quattro ore: da poco prima di mezzogiorno alle ore 16, quando l’autorità francese per la sicurezza nucleare ha annunciato la fine dell’emergenza. Bilancio, un morto e quattro feriti, di cui uno grave, ma nessuna fuga di radioattività. Queste, in sintesi, le informazioni ufficiali.
Il Giappone ci ha insegnato che, in casi come questi, dell’ufficialità è meglio diffidare. Ancora oggi neppure gli specialisti del settore sono in grado di quantificare le perdite radioattive di Fukushima. Ma la Francia, anche antropologicamente, non è il Giappone e, fino a prova contraria, non c’è motivo di dubitare di quanto ci viene detto. Inoltre gli organismi italiani preposti al controllo dell’ambiente forniscono dati del tutto rassicuranti. Eppure nella popolazione l’allarme è salito immediatamente ai massimi livelli. Il che è anche comprensibile, perché Marcoule è a 250 chilometri da Torino e dal Ponente ligure, e legioni di meteorologi ci hanno insegnato che le perturbazioni atmosferiche di solito viaggiano da Ovest a Est, cioè dalla Francia all’Italia, scavalcando le Alpi.
Nell’allarme dei cittadini, assecondato dai mezzi d’informazione se non altro per la forte copertura che è inevitabile dare a una notizia come questa, c’è però qualcosa di più profondo e oscuro. Poche ore dopo l’esplosione «convenzionale» di Marcoule, un’altra esplosione è avvenuta in una fabbrica di fuochi d’artificio vicino a Frosinone e ha fatto – dato non definitivo – sei morti, senza che l’evento impressionasse più che tanto. Che cosa fa la differenza?
La differenza sta nel potere evocativo del termine «nucleare» e nell’invisibilità delle radiazioni. Nucleare fu prima di tutto la Bomba, l’arma totale che chiuse la seconda guerra mondiale polverizzando le città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki. Tanto che il programma americano per l’uso civile dell’energia nucleare si chiamò «Atomi per la pace», operazione di marketing quanto mai necessaria dopo duecentomila vittime civili di quegli ordigni.
Venne così un tempo in cui nucleare fu parola prima addomesticata e poi positiva, e tale è ancora e deve essere quando si parla, per esempio, di «medicina nucleare» applicata alla diagnosi e alla cura di gravi malattie. Ma poi arrivarono l’americana Three Mile Island – incidente a una centrale con perdita radioattiva considerevole – e la sovietica Cernobil, con perdita devastante. Infine, pochi mesi fa, Fukushima, incidente conseguente allo tsunami, dove si vide che anche un Paese supertecnologico come il Giappone è fragile di fronte a eventi estremi. Nucleare, quindi, oggi nella percezione comune, è parola impresentabile, carica di inquietudini e paure.
Quanto alle radiazioni, ce ne sono tante di tanti tipi: anche la luce che vedono i nostri occhi è radiazione. Ma, appunto, si vede. Non è così per le onde radio dei cellulari né per i raggi X della Tac, ma queste, sia pure con residue diffidenze, ci sono ormai familiari. Le radiazioni nucleari invece rimangono nell’immaginario collettivo come una cosa a sé. Sono un nemico invisibile e subdolo, tanto più minaccioso in quanto i loro effetti possono accumularsi nel tempo senza che ce ne accorgiamo e avere conseguenze letteralmente imprevedibili, nel senso che, a parte altissimi dosaggi (che sono sempre e subito dannosi), in piccola quantità hanno effetti probabilistici: la stessa dose può essere pericolosa per me e non per il mio vicino di casa.
L’allarme per l’incidente nel sito nucleare di Marcoule trova inoltre motivazioni aggiuntive: il dramma di Fukushima è appena alle nostre spalle, sappiamo di dipendere in parte dal nucleare francese per la nostra energia elettrica, sappiamo che le centrali francesi sono a due passi da noi e che molte sono vecchie. E’ vero, a Marcoule l’ultimo reattore nucleare (il più «antico» in Francia) è stato spento nel 1984, l’incidente di ieri non è avvenuto nella centrale ma in un impianto di trattamento di rifiuti a bassa radioattività ed è stato di natura chimica. Ma i più anziani e informati ricordano che gli impianti di Marcoule risalgono a quando il generale Charles De Gaulle, Presidente della quarta repubblica francese e fondatore della quinta, teorizzava la «force de frappe», cioè la disponibilità per la Francia di un arsenale nucleare autonomo rispetto agli alleati occidentali e sufficiente a sferrare all’eventuale nemico un primo colpo abbastanza forte da impedirne la risposta. A Marcoule si è lavorato, ad esempio, per produrre trizio, l’isotopo dell’idrogeno utilizzato nelle bombe H.
Insomma, mettendo insieme vecchi e nuovi fantasmi, anche ammesso che l’incidente di ieri sia convenzionale, o meglio, solo indirettamente nucleare, nella percezione popolare ci sono motivi più che sufficienti per giustificare allarme e preoccupazione. Come venirne fuori? Certo non nascondendo, non minimizzando. Solo una informazione completa e trasparente da parte di tutte le autorità interessate – l’Agenzia francese, l’Enea e le varie Arpa italiane, l’Aiea, Agenzia internazionale energia atomica – può rimuovere le inquietudini della popolazione e aiutare una valutazione dell’accaduto che sia davvero razionale.