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 2011  settembre 13 Martedì calendario

BARÇA IN VANTAGGIO (SUI CONTI)

Se il Barcellona è més que un club (più di un club), Barcellona-Milan è més que un partido. Più di una partita, la gara che inaugura la strada di blaugrana e rossoneri verso la finale di Champions League di Monaco di Baviera a maggio 2012. Più di una partita perché al Camp Nou questa sera saranno di fronte le società più titolate d’Europa, cioè del mondo, e due fra i club più ricchi del pianeta.

Il confronto. Secondo il rapporto Deloitte Football Money League, nel 2009 il Barcellona era, per fatturato, secondo solo al Real Madrid (anzi al Madrid, per dirla con i catalani il cui disprezzo è tale da privare gli eterni rivali anche di metà del loro nome), mentre il Milan occupava la settima posizione, in risalita di tre gradini grazie ai proventi dei diritti delle partecipazioni alla Champions. I due club hanno appena intascato un lauto assegno (51 milioni il Barcellona; 25,79 il Milan) dall’Uefa.

Di fronte a Leo Messi non ci sarà Ibrahimovic (infortunatosi ieri) e sarà quindi frustrata la sua voglia feroce di rivalsa contro Pep Guardiola, l’allenatore che non l’ha mai capito. Per il rapporto Deloitte, il migliore è il Barcellona, e non solo per ricavi monstre: 371,5 milioni a giugno 2010 (contro i 253,2 del Milan al 31 dicembre 2010). È la gestione del club del presidente Sandro Rosell a convincere, pur in una marea di debiti (442 milioni) e con un risultato d’esercizio negativo (-79 milioni). Il Barcellona, sulla falsa riga di quanto avviene in Inghilterra, dipende un po’ meno visceralmente dai diritti tv: rappresentano il 44% del giro d’affari (il 60% per il Milan). Il resto del fatturato dei blaugrana viene per il 25% dal botteghino (oltre 3 milioni di tifosi allo stadio lo scorso campionato) e per il 31% dal merchandising, con la cittadella attorno al Camp Nou che fa da attrazione (il museo del club è il terzo più visitato di Spagna) di emozioni e di spese da parte del tifoso. Per il club di via Turati le percentuali si abbassano: 13% dei ricavi da botteghino, il 27% dal merchandising.

La differenza. Massimilano Allegri, tricolore al primo anno in rossonero, e Pep Guardiola, undici trofei vinti da allenatore su 14, sono la gioventù del calcio, non altrettanto giovane e innovativa la gestione delle due società. Messi, Iniesta, Villa e compagnia giocante sono costati in salari 204 milioni (+18% sul 2009); poco meno i rossoneri (186 milioni, +7,9% sul 2009). Quel che differenzia le due società è il fatturato: solo aumentare i ricavi – Inghilterra docet – aiuta le società nella rincorsa verso il fair play finanziario, altrimenti addio Monsieur Platini. Questa è la strada del club catalano: nel 2010 il fatturato è aumentato dell’8,31%, non altrettanto è successo a Milano (-17,6%), dove si è perso anche il 5% in valore dei diritti tv (+16% a Barcellona). La città catalana ha visto arrivare giocatori di peso in campo e nei conti (Fabregas e Sanchez su tutti); il Milan, aspettando Godot mister x, ha sistemato i reparti e ha chiuso il mercato con 4 milioni di passivo. Passepartout per un bilancio migliore, anche grazie a una nuova politica sugli sponsor.

Barcellona-Milan è l’archetipo del duello fra calcio spagnolo e italiano: ci hanno rincorso e superato, e non solo per la bellezza del gioco. Ma oggi segna chi fa fatturato e taglia il costo del lavoro: nel preconsuntivo 2011 del Barcellona i ricavi sono in crescita e i salari sforbiciati a 141 milioni. Aspettando l’assemblea dei 173mila soci che approva i conti, il presidente Rosell può accomodarsi in tribuna e gustare il Real Barcellona.