Isabella Bufacchi, Il Sole 24 Ore 13/9/2011, 13 settembre 2011
MA LA SOGLIA DEL RISCHIO NON È STATA SUPERATA
Gli oneri a carico dello Stato per il servizio del debito inanellano un rincaro dietro l’altro, di asta in asta. I tassi d’interesse che il Tesoro è chiamato a corrispondere al mercato per finanziarsi aumentano tanto più si acuisce la crisi del debito sovrano nell’eurozona periferica e peggiorano le stime sull’andamento dell’economia europea. È accaduto nuovamente ieri, in occasione dell’asta dei BoT e prevedibilmente accadrà oggi con i BTp a cinque anni che potrebbero essere collocati - salvo sorprese dell’ultimora in positivo o in negativo - attorno al 5,25%, un tasso di valenza storica quando ancora l’anno scorso questo titolo veniva collocato tra il 2 e il 3 per cento. Ma il rischio-Italia sul mercato primario delle aste e sul secondario degli scambi di compravendita riesce a mantenersi comunque lontano dalla soglia del 6% simbolica sulla durata decennale, quella che è stata scavalcata all’inizio di agosto e che ha fatto scattare l’allarme rosso sull’insostenibilità dei conti pubblici.
Ieri il BTp decennale è risalito nell’orbita del 5,60%, dimezzando il recupero che dopo i primi acquisti della Bce dal 12 agosto aveva visto questo rendimento crollare dai picchi del 6,20% fino a poco sotto il 5 per cento. Il debito pubblico italiano, detto questo, resta per gli esperti della materia sostenibile, anche se non va abbassata la guardia: il costo della raccolta non è stratosferico, grazie agli interventi di Francoforte, mentre la maxi-manovra 2012-2013 traccia un percorso impegnativo di rigore per assicurare il risanamento delle finanze pubbliche. Ma, ammoniscono i mercati, in prospettiva il rapporto debito/Pil italiano non riuscirà a procedere velocemente verso il traguardo del 100% (il vero punto di svolta) se il costo del debito pubblico dovesse salire a fronte di una crescita quasi nulla o addirittura di una recessione.
«La mancanza di crescita rende problematico il consolidamento fiscale in 10-20 anni», ha ammonito ieri Riccardo Barbieri, chief economist per l’Europa di Mizuho international, secondo il quale l’allargamento della forbice tra costo del debito (sempre più alto) e crescita (sempre più contenuta) va compensato da un surplus primario sempre più elevato: ma è proprio l’avanzo primario un obiettivo difficile da raggiungersi quando manca la crescita.
«Un rapporto debito/Pil superiore al 100% accelera la dinamica avversa del rapporto stesso», ha sottolineato Barbieri, mettendo in chiaro che «il servizio del debito, se non viene tenuto sotto controllo, fa esplodere il debito/Pil in mancanza di un surplus primario adeguato». Ecco perchè, secondo Barbieri, è indispensabile che il governo italiano si concentri sulle misure e sulle riforme per la crescita e che lo faccia in fretta «senza improvvisazioni» e che invece di prenderne le distanze dimostri agli investitori italiani e internazionali di crederci fortemente. Ieri Société Génerale ha evidenziato il problema del lento calo del debito/Pil italiano, nonostante la manovra.
I rendimenti assoluti in corso di emissione pagati dal Tesoro italiano sono comunque ancora relativamente bassi (senza guardare al 50% che la Grecia dovrebbe pagare se si finanziasse oggi collocando titoli a due anni). I rialzi delle ultime aste di BoT, BTp e CcT - se dovessero rimanere a lungo inchiodati dove sono - impiegheranno tra i 5 e i 7 anni, prima di entrare in circolo e danneggiare seriamente i conti pubblici incrementando pesantemente la spesa per interessi. Uno dei punti di forza della composizione del debito pubblico negoziabile italiano sta proprio nella quota predominante dei BTp e CcT a medio-lungo termine (l’80% circa sull’intera torta da 1.582 miliardi allo scorso 30 giugno), rispetto al 10% circa dei BoT e il 5% dei CTz a breve termine: la vita media era lievemente al di sopra dei 7 anni, stando alle stime del Tesoro risalenti allo scorso 30 giugno. Secondo Morgan Stanley, il costo del debito pubblico italiano può salire fino a un tasso medio del 7% senza compromettere il piano di riduzione del debito/Pil: per altri analisti, questa soglia è invece al 6,5 per cento. Ma la Bce, tramite gli acquisti sul secondario (anche la scorsa settimana molto sostenuti, per 14 miliardi tra Italia e Spagna), per ora sembra mirare a un target di tutta tranquillità più vicino al 5-5,5 per cento. Purchè non continui l’erosione degli ultimi giorni, anche i mercati potrebbero alla fine tranquillizzarsi, almeno sul fronte del contenimento degli oneri sul debito anche a fronte di un rischio-recessione.
La sostenibilità del debito pubblico italiano, stando al Credit Suisse, si può misurare non solo con i tassi assoluti ma anche con un parallelo tra i rendimenti odierni e quelli risalenti al 1992, quando la lira fu costretta a uscire dallo Sme e le voci di default erano alimentate dalla rocambolesca liquidazione dell’Efim posseduto al 100% dallo Stato. Il costo del debito pubblico era più caro agli inizi degli anni ’90 in percentuale delle entrate totali e in relazione al Pil rispetto a quanto non lo sia attualmente: anche se l’Italia, per rilanciare la crescita, disponeva della leva del cambio della svalutazione e della politica monetaria sui tassi guida.