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 2011  settembre 12 Lunedì calendario

Pienaar Francois

• Vereeniging (Sudafrica) 2 gennaio 1967. Ex giocatore di rugby. Capitano della nazionale sudafricana che vinse il mondiale 1995 (il personaggio interpretato da Matt Damon nel film di Clint Eastwood Invictus) • «Quelle mani hanno cambiato la storia. Anzi, la Storia, con la maiuscola. Hanno placcato avversari, recuperato palloni, segnato punti. Hanno ricevuto dalle mani di Nelson Mandela la coppa William Webb Ellis e l’hanno sollevata, mostrando al mondo che il miracolo del paese arcobaleno poteva realizzarsi. Hanno dato una mano (appunto) a chiudere il capitolo dell’apartheid e trasformato il Sudafrica in una nazione [...] capitano degli Springboks che nel 1995 vinsero la Coppa del mondo di rugby accompagnati dal tifo di un intero Paese, bianco e nero [...] ha scoperto una seconda celebrità. Perché c’è solo una cosa altrettanto eccitante che poter raccontare di aver fatto la Storia: poterla rivivere. [...] “Trovo tutto bellissimo e bizzarro, guardo i manifesti, vedo Matt Damon con la mia maglia addosso e penso: nemmeno nei miei sogni avrei mai immaginato qualcosa del genere. Anche se, dopo quella vittoria, ho pensato che se Hollywood avesse cercato uno script per raccontare il passaggio del Sudafrica dall’apartheid alla libertà, quella storia sarebbe stata perfetta”. E Hollywood lo ha accontentato. Del resto non è stato necessario inventare nulla. La storia, con la esse minuscola, esisteva già. “Ricordo quando Mandela mi fece chiamare la prima volta. Era il ’94. Mi chiedevo: che cosa vorrà da me il presidente? Salii le scale aggiustandomi continuamente la cravatta, poi mi fecero entrare nel suo studio e lui mi accolse dicendo ‘Ah, François...’. Si rivolse a me in afrikaans. Poi mi versò una tazza di tè. Parlammo di molte cose, mai di rugby. Ebbi l’impressione di avere di fronte una persona molto saggia”. Poi venne la visita di Pienaar nella cella 46664 di Robben Island, il giorno dopo la vittoria con l’Australia: “È il momento più importante del film, e uno dei più importanti della mia vita. Volli entrare e misurare la stanza con le braccia. Pensai a come Madiba avesse potuto sopravvivere lì dentro per 27 anni e come potesse non volersi vendicare di chi lo aveva rinchiuso lì. Quando ho visto il film, in quel punto sono scoppiato in lacrime. E poi, e questo nel film non c’è, uscimmo dal carcere per un corridoio. C’erano ancora prigionieri, all’epoca, tutti di colore. Eppure quando passammo, il tetto tremava per le loro urla di incitamento, anche se eravamo gli Springboks, la squadra che era stata il simbolo dei bianchi. Capimmo il potere di Mandela, non fosse stato per lui, non avremmo avuto l’appoggio di tutto il Sudafrica”. Poi la vittoria in finale, con la Nuova Zelanda: “Loro erano i favoriti, ma non si trattava più solo di rugby ma di qualcosa di molto più importante. L’avremmo scoperto quando l’intero Paese si riversò in strada, bianchi e neri insieme. ‘Grazie per quello che ha fatto per il Sudafrica’, mi disse Madiba consegnandomi la coppa. E io risposi: ‘Grazie per quello che ha fatto lei’. E a un giornalista che mi chiese se il tifo di Ellis Park ci avesse aiutato, dissi: ‘Non avevamo 63 mila tifosi dietro di noi oggi, ma 43 milioni di sudafricani’”» (Roberto De Ponti, “Corriere della Sera” 11/3/2010) • Vedi anche Paolo Ricci Bitti, “Il Messaggero” 31/1/2010.