ANTONIO GNOLI , la Repubblica 12/9/2011, 12 settembre 2011
ANTONIO SCURATI, "PERCHÉ HO SCELTO VENEZIA PER RACCONTARE L´APOCALISSE" - A
una prima impressione il nuovo romanzo di Antonio Scurati - La seconda mezzanotte (in uscita per Bompiani, pagg. 550, euro 19) - sembra poggiare su una spessa lastra di ghiaccio. È come camminare su una superficie fredda, in uno spazio inospitale. Ci si deve abituare alla sua luce feroce, ai suoi improvvisi venti gelidi se si vuole coglierne il rigore, la compattezza, la solidità. Se si vuole capire tutto quello che lì dentro viene sognato, distrutto, vissuto. Ciò che è morto o che è restato ancora vivo. La seconda mezzanotte è soprattutto il romanzo del dopo. Dopo che la civiltà è finita, dopo che l´Occidente è diventato uno spazio cavo riempito dalla crudele efficienza cinese, dopo che un´onda ha travolto ogni difesa, spazzato vite, sogni speranze. Che cosa resta dunque in questa prolungata sera occidentale?
Scurati, che è un eccellente decostruttore di generi, ambienta la storia in una Venezia futura, dove un gruppo di gladiatori, guidati da un vecchio maestro, combatte per il puro divertimento di coloro che amano il sangue. Dopotutto, cosa c´è di meglio di un ritorno agli antichi giochi, alla potenza dei corpi, all´abilità delle spade, alla violenza come disciplina o caos, quando un´intera civiltà è stata spazzata via? Èun libro che fruga tra le macerie della storia e lo fa inventandosi un nuovo mondo, altrettanto duro, avventuroso, spietato del precedente.
Perché un romanzo post-apocalittico?
«Nella scelta c´è una componente storica e una più personale, diciamo pure di convinzione culturale. Nell´Occidente agiato e ormai decadente, si ha la sensazione storica di vivere la fine dei tempi. È come se avessimo attraversato una soglia epocale e ci trovassimo in una nuova era che non suscita in noi nessuna aspettativa felice. Da qui sono partito».
Riflessioni sul tramonto e la fine dell´Occidente sono temi tutt´altro che nuovi.
«E´ senz´altro vero. Ma il Novecento - con il corteo dei suoi autori, a cominciare da Spengler - riflettono su una catastrofe culturale. Poi, si può essere più o meno d´accordo sulle conseguenze. Oggi invece la catastrofe è avvenuta senza che noi ce ne accorgessimo. Nel romanzo racconto che qualcosa di terribile è accaduto. E ne abbiamo preso coscienza troppo tardi. Solo a cose fatte abbiamo provato a guardarci indietro».
In questa scelta accennava a un lato più personale.
«Penso che l´apocalittica sia una delle grandi risorse simboliche per capire quello che ci sta succedendo. Invece - da Umberto Eco in giù - il termine "apocalittico" è stato usato in modo liquidatorio. Mentre sono convinto che ne vada rivalutato il senso: pensare sulle cose ultime ci spinge all´ardire di ripensare anche le cose prime».
Perché ha scelto Venezia come location del romanzo?
«E´ la città che conosco meglio, ci ho vissuto per vent´anni e poi sono andato via perché la trovavo soffocante».
Chi oserebbe oggi scrivere di Venezia?
«Mi sono posto anch´io la questione. Come poter raccontare una città artisticamente satura, su cui è stato detto tutto e perfino di più. Ho pensato ancora una volta che dovevo voltarmi indietro e guardare frontalmente questa città che è l´epitome del declino occidentale. In pochi anni la popolazione si è letteralmente dimezzata. Venezia si è trasformata in un parco del divertimento internazionale».
Non c´è niente di male, si sopravvive e si cresce come si può.
«Non formulo giudizi morali, racconto semplicemente una mutazione dolorosa, cupa, irreversibile».
E lo fa trapiantando un manipolo di gladiatori al posto dei gondolieri?
«La ricostruzione dei riti gladiatori è fedelmente basata sui giochi che si svolgevano in età imperiale. Ho voluto stabilire un´analogia tra la decadenza antica, con la sua violenza spettacolare, e quella odierna. Ancora non riusciamo a capacitarci come mai la civiltà romana, fondata sull´autorevolezza del suo diritto, potesse dilettarsi con la violenza più sfrenata. Qualcosa di analogo è successo per la mia generazione il cui tratto comune è stato di vivere la violenza come esperienza - o meglio inesperienza - filtrata dai media di massa. Siamo cresciuti a guerre televisive, siamo entrati nel mondo adulto stando in poltrona e guardando alla violenza come fosse un gioco impalpabile».
Tutto il romanzo è attraversato dalla tensione o bisogno di riflettere sull´estremo, sul trauma, sulla violenza appunto. Perché?
«Perché la mia è la prima generazione allevata in una bolla mediatica, in cui prevale un immaginario violento. Siamo stati invasi dalle guerre, dalla cronaca nera, dai racconti dell´orrore. Protetti, tuttavia, da un guscio che impediva di fare una vera esperienza di ciò che vedevamo. E´ nata così una sindrome post traumatica da stress, una sorta di nuova patologia mentale dell´Occidente che ha sostituito le paranoie degli anni Sessanta e Settanta».
Si tratta di un discorso sul "trauma senza trauma" svolto da Alain Badiou, Slavoj Zizek, e in Italia recentemente raccolto da Daniele Giglioli. Che interesse le provoca?
«Constatare che alla percezione della violenza quasi mai oggi corrisponde un evento traumatico effettivo, cioè qualcosa che abbiamo vissuto realmente. Ne deduco che non c´è più un´esperienza tragica: nessuno più realmente muore al posto nostro. E´ un po´ quello che accade nella forma del romanzo con i generi narrativi: c´è un allontanamento dal tragico».
Generi sui quali ha molto lavorato sia nell´utilizzo che nella decostruzione.
«Abbiamo assistito in Italia a un tardivo ma completo sdoganamento dei generi, troppo a lungo sottoposti a una condanna ideologica. Pensi al boom del noir o del fantasy. Ma ciò che a me sta a cuore non è tanto l´uso editoriale e commerciale del genere, quanto la classificazione aristotelica che distingue tra epica, tragedia e commedia. Quello che, nel mio piccolo, ho tentato di fare è di riportare in vita, in un paese dedito al comico, forme tragiche ed epiche dell´esistenza».
E pensa di esserci riuscito?
«Non spetta a me dirlo. Sono partito con la convinzione di scrivere un mio modestissimo Signore degli anelli per poi approdare a una sorta di 1984. Voglio dire che La seconda mezzanotte è più vicina alla distopia raccontata da Orwell che non al fantasy di Tolkien. Quindi i generi vanno impiegati per il loro potenziale e poi lasciati esplodere. Quando rileggo 1984 non solo ho la sensazione che parli ancora del nostro futuro, ma ne riporto un senso di inquietudine, di amarezza, di disturbo che cambia ogni volta la mia vita, le mie convinzioni. Ed è il compito che dovrebbe esercitare la letteratura quando è veramente tale».
Tra le influenze ci mette anche Cormac McCarthy?
«Senz´altro. Ma più l´autore di Meridiano di sangue che de La strada. La grandezza di McCarthy è nell´aver fatto i conti con l´ultima grande epopea occidentale, che è il mito della frontiera, diventandone l´esecutore testamentario. Egli ha rivitalizzato un genere che sembrava morto, il western, proiettandolo sul presente. E mentre raccontava come è stato costruito l´impero americano ne ha annunciato la fine. Comunque, sento anche il bisogno di dichiarare i miei debiti filosofici verso Hans Blumemberg e Peter Sloterdijk che hanno contribuito a farmi capire come l´Occidente, nella forma terminale che conosciamo, abbia creato una bolla autoimmune che ha escluso il resto del pianeta».
Non c´è il rischio che un romanzo troppo pensato perda le sue caratteristiche naturali?
«Capisco l´obiezione. E sono per un´arte del racconto che abbia una propria forza intrinseca. Mi auguro perciò di scrivere storie che siano anche avvincenti. Tuttavia, rivendico alla narrativa il compito di essere qualcosa di più del mero intrattenimento e sappia, con i suoi mezzi, aprirci gli occhi su ciò che ci attende. La futurologia è in ogni ambito del sapere una barzelletta. Tranne nel romanzo. Qui può farle acquistare credibilità. Lo scrittore si può servire dei saperi, ma non deve farsene schiacciare. Solo così riesce nel compito più alto: rendere il romanzo una forma di conoscenza del mondo».