Giuseppina Manin, Corriere della Sera 12/09/2011, 12 settembre 2011
«I MIEI 11 GIORNI IN GIURIA. NESSUNA PRESSIONE, AVREI VOTATO CRONEMBERG» —
Beati gli ultimi. Messo in fondo al concorso, Faust è arrivato primo. Anche agli occhi dei giurati. «È consuetudine che, per non penalizzarlo, il film in coda al programma venga vagliato subito» svela Mario Martone, con Alba Rohrwacher i due italiani della squadra capitanata dall’americano Darren Aronofsky. A poche ore da un verdetto tra i più applauditi, Martone, regista di teatro, cinema e lirica, Premio della Giuria qui al Lido nel 1992 per l’esordio Morte di un matematico napoletano, sfoglia il diario di bordo di questa 68ma Mostra. «Primo giorno, ore 9 di mattina. Tutti in sala per Faust. Ci siamo conosciuti la sera prima, tra noi ancora qualche timidezza. A rompere il ghiaccio ci pensa Aronofsky, che regala a tutti un quadernetto rilegato in carta di Varese dove prendere i debiti appunti. Penne in mano, buio in sala. Quando si riaccendono le luci basta uno sguardo per capirci. Un capolavoro. L’impatto è così forte da lasciarci storditi. I film che seguiranno, uno più bello dell’altro, soffriranno un po’ del riverbero abbagliante di Faust».
Un film che per Martone scorre come una sinfonia. «Misterioso, magico, profondissimo. La risposta di Venezia a The Tree of Life premiato a Cannes. Gli stessi grandi temi, lo scontro tra il bene e il male. Sokurov è riuscito a raccontarlo dentro ogni sequenza, mentre Malick è rimasto all’esterno, tentando di farlo attraverso il montaggio».
Nei giorni successivi bisognerà però fare i conti con altri titoli e autori di speciale fascino. «Almeno quattro o cinque sarebbero stati da Leone d’oro. Non ci fosse stato Faust, avrei scelto A Dangerous Method di Cronenberg, tanto piaciuto anche a David Byrne, musicista geniale, uomo timidissimo. Parlava poco, pigliava sempre appunti». Molto amati anche l’inglese Shame e il cinese A Simple Life. «Il film di McQueen ha colpito per coraggio ed emozione. Alba Rohrwacher è rimasta impressionata dal personaggio della fragile sorella del protagonista. La sua analisi è stata convincente. Quanto al film di Ann Hui, l’anziana domestica che finisce i suoi giorni in un ospizio ha commosso alle lacrime Techiné. Le coppe Volpi assegnate ai due interpreti premiano anche quei due film».
E il nostro Terraferma? Quanto avete dovuto battagliare lei e Alba per sostenerlo? «Nessuna pressione, nessuna battaglia. Il film di Crialese ha colpito subito i giurati. Il nostro apporto si è limitato a inquadrarlo nel contesto del Paese, nell’attuale situazione di disagio, di paura. L’aspetto politico ha avuto il suo peso nel verdetto anche per il film sorpresa, People Mountain, People Sea, così coraggioso, così scomodo per l’establishment cinese». E nell’insieme, come è stato valutato il nostro cinema? «Con rispetto, curiosità, stupore. Alle prime sequenze di L’ultimo terrestre Todd Haynes è sobbalzato: "Ma questo film è italiano?". Gli abbiamo spiegato che si trattava di un autore anomalo, che Pacinotti viene dal fumetto». Ha sorpreso anche il personaggio femminile di Quando la notte di Cristina Comencini. «Fuori dai cliché del nostro cinema, dove le madri appaiono spesso "chiocce", le donne spesso volgari». Nessun patteggiamento sui tre titoli? «Impensabile con simili giurati, autorevoli e lontani anni luce dalle piccole rivalità nostrane. L’unico preso in considerazione per un premio, è stato Terraferma».
E Polanski? Avete trattato male Carnage... «E’ piaciuto molto. Ma Polanski non è da secondo premio. Per lui il Leone d’oro o niente». E un film anomalo come il greco Alpis? «Eja-Liisa Ahtila, videoartista finlandese, ce ne ha schiuso il senso come fosse una performance. Mentre Himizu, così impregnato dall’energia dei manga giapponesi, ha galvanizzato Todd Haynes».
Tra un film e l’altro, racconta ancora, c’è stato tempo per andare a cena, chiacchierare, tentare di andare a Palazzo Fortuny («Ma quel giorno era chiuso»). Come vi siete lasciati? «Come compagni di scuola all’ultimo giorno, scambiandoci bigliettini e telefoni. E con un quiz finale di David Byrne. Aprendo quel suo quadernetto dove annotava freneticamente tutto, ha iniziato a citare i nostri giudizi. Chi ha detto questo? Chi quest’altro? Nessuno ha indovinato. Ciascuna di quelle frasi suonava paradossale. Quasi fossero dei versi di una canzone. Forse David ne comporrà una sulla nostra giuria».
Giuseppina Manin