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 2011  settembre 12 Lunedì calendario

«ASOR ROSA, QUANTI ERRORI NELLE TUE ACCUSE»

Dispiace, ma non sorprende l’anatema che Alberto Asor Rosa ha scagliato dal suo «Bollettino di italianistica» contro il primo volume del nostro Atlante della letteratura italiana, e di cui Paolo Di Stefano ha riferito in anteprima sul «Corriere» di giovedì scorso. È una stroncatura impregnata del livore che Asor Rosa abitualmente riserva a quanti sembrano non riconoscere la sua auctoritas, e minata dalla fretta di una lettura visibilmente approssimativa, irosa, caricaturale, dell’opera cui stiamo lavorando da anni con il contributo di quasi duecento specialisti italiani e stranieri. Ogni singola pagina della «recensione» trasuda — più che lo scrupolo di un’analisi accurata, o la volontà di aprirsi a un confronto culturale — la rabbia impotente dell’animale ferito. Dimmi come stronchi e ti dirò chi sei.
Sostiene Asor Rosa che l’Atlante è nato da un «raptus di titanismo intellettuale», e che i due curatori — pretendendo di innovare rispetto alla vecchia triade Croce-De Sanctis-Gramsci — non si sono neppure accorti di quanta acqua sia passata nel frattempo sotto i ponti della critica letteraria. In realtà, ce ne siamo accorti eccome: non foss’altro, leggendo le opere scritte o dirette da Asor Rosa. Il quale, nell’ultimo mezzo secolo, le tendenze (o le mode) della critica letteraria le ha cavalcate proprio tutte, dal marxismo degli anni sessanta alla neo-canonistica degli anni novanta passando attraverso le scienze umane spruzzate di strutturalismo e semiotica degli anni settanta e ottanta, o quant’altro. All’ingrosso, un «metodo» per decennio.
Come stupirsi che ad Asor Rosa l’Atlante non piaccia? La lingua batte dove il dente duole. Per gli intellettuali-funzionari orfani del Pci come lui il rapporto fra letteratura e storia si è sempre posto nei termini di un rispecchiamento immediato fra struttura economica e sovrastruttura intellettuale. Compito dello storico era individuare la direzione di marcia; una volta stabilito da quale parte stava il progresso e da quale la reazione, si procedeva con le promozioni e le bocciature. In tal modo la politica finiva per avere inevitabilmente la meglio sulla letteratura: a volte nella forma degradata della propaganda politica, come quando — negli anni settanta — Asor Rosa avanzò una fantasiosa rilettura del Barocco italiano fondata su una rivalutazione dei gesuiti (la Chiesa buona) quali antenati dei democristiani che appoggiavano il «compromesso storico» con i comunisti!
Anche quando — come tanti — Asor Rosa è stato folgorato sulla via di Damasco dalla coppia «storia & geografia» promossa da Carlo Dionisotti, il suo atteggiamento non è cambiato granché. I quattro tomi di impostazione geografica della Letteratura italiana Einaudi diretta da Asor Rosa (a più riprese vivacemente criticati dallo stesso Dionisotti) rimangono prigionieri dell’antico vizio che fa della letteratura un’ancella del potere. Pure qui sono infatti le formazioni politiche degli antichi Stati italiani a determinare la scansione dei capitoli, come se la produzione letteraria non potesse che riprodurre automaticamente i confini territoriali. Con il risultato che la geografia compare, di fatto, soltanto nel titolo.
Rispetto a questo riduzionismo, l’Atlante propone due vie d’uscita per rilanciare il dialogo tra storici, letterati e geografi dopo il «grande gelo» della stagione dello strutturalismo e della semiotica. Innanzitutto sostituisce la tradizionale scansione per autori, opere, movimenti, secoli o generi letterari, con una serie di saggi-evento centrati attorno ad alcune date-chiave della letteratura italiana: piccoli o grandi avvenimenti, ma in grado comunque di sollevare questioni decisive. All’inizio troviamo sempre un fatto storicamente concreto e geograficamente collocato — poniamo: l’autodenuncia di Torquato Tasso al tribunale dell’Inquisizione, o l’affiliazione di Giambattista Marino a un’accademia napoletana — ma poco a poco dal dettaglio biografico o situazionale il lettore viene portato a confrontarsi con problemi fondamentali, come il dominio delle coscienze durante la Controriforma o le forme della socialità di Antico Regime.
Soprattutto, abbiamo provato a realizzare un vecchio sogno di Dionisotti mettendo in piedi un vero e proprio atlante della letteratura, con centinaia di mappe, diagrammi, istogrammi, grafici e schemi grazie ai quali far emergere l’altra temporalità della storia: dopo lo scatto bruciante dell’evento decisivo, la maratona della lunga e della lunghissima durata. A opera finita, nei tre volumi Einaudi se ne conteranno quasi 2.000. Nulla di simile è stato mai tentato per nessuna altra civiltà letteraria, ed è anche per questo che l’opera ha riscosso da subito ampi consensi a livello internazionale. Un lavoro estremamente impegnativo, perché tali mappe — costruite nella stragrande maggioranza dei casi su dati di prima mano — hanno richiesto apposite ricerche specialistiche nei più diversi archivi italiani.
Per esempio, i lettori del secondo volume dell’Atlante (che sarà in libreria la settimana prossima) troveranno un censimento sui poemi in ottava rima tra Quattro e Settecento, un’analisi quantitativa del difficile decollo della forma-romanzo, una ricognizione sul diffondersi dell’edificio teatrale moderno a partire dall’Olimpico di Vicenza, un’altra sulla penetrazione delle logge massoniche tra illuminismo ed età napoleonica... Centinaia e centinaia di carte originali per ogni volume, dove a venir meno è proprio l’idea che la geografia delle istituzioni culturali o della circolazione dei libri sia vincolata ai confini politici. Ma Asor Rosa ha pensato bene di «recensire» così: «C’è una evidente sproporzione: dei ben centoundici saggi presentati soltanto pochi — necessariamente — sono traducibili, e di fatto tradotti, in carte o cartine». Peccato che le bugie abbiano le gambe corte: i saggi grafici del primo volume sono quarantatré. Il che (per noi amanti dell’esattezza) fa il 39 per cento.
Resta da sottolineare un carattere dell’Atlante che difficilmente avrebbe potuto incontrare le grazie del professor Asor Rosa: il fatto di muovere da una precisa scommessa generazionale. Ecco una «Grande Opera» Einaudi curata da un quasi cinquantenne e da un quasi quarantenne (due «giovani» soltanto secondo gli standard della gerontocrazia italiana), ma scritta — oltreché da alcuni venerati maestri — da una vera e propria leva di studiosi di età compresa fra i venticinque e i trentacinque anni. È questa la generazione più produttiva e più vitale della critica storico-letteraria in Italia. Ed è quella stessa generazione che le nostre Università, dominate per decenni da «baroni» alla Asor Rosa, stanno condannando all’emigrazione forzata, o a una bella carriera nei call center.
Sergio Luzzato
Gabriele Pedullà