Paolo Di Stefano, Corriere della Sera 12/09/2011, 12 settembre 2011
DOPPIE VITE DA LEGATORI E SOPRANNOMI ESAGERATI. LO SHIBARI IN SALSA ITALIANA
Hanno un bel dire che lo shibari è una forma artistica della tradizione giapponese, come l’Ikebana. E che le corde con cui vengono stretti e appesi i corpi femminili simboleggiano il legame tra umano e divino. Come in ogni forma artistica, basta un niente per trasformare la nobiltà di uno stile dalle radici antiche in una fregnaccia, in una boiata, in una ridicola e mediocre parodia. In questo caso, poi, basta un niente per precipitare dal ridicolo nella tragedia. Del resto la grande letteratura moderna, da Dostoevskij a Kafka a Beckett, ci ha insegnato da tempo come il passaggio dal ridicolo al tragico sia spesso impercettibile. E certo, se questa storia non si fosse risolta in un dramma con una ragazza morta e un’altra ridotta in fin di vita, ne rimarrebbe solo lo squallore idiota e grottesco. Ci sono molti elementi grotteschi, nello shibari in salsa italiana: nickname improbabili, parole d’ordine fuori misura, personaggi che sembrano più attratti dal pecoreccio che dal pensiero orientale. Si prenda il Grande Artista Soter Mulè, «Salvatore» in greco: rispettabile ingegnere di giorno, diplomato all’Istituto delle Religiose dell’Assunzione prima di ottenere la laurea a Tor Vergata, ora iscritto in Psicologia alla Sapienza; esperto di sospensione sadomaso di notte, chiamato dai sodali con l’eponimo Kinbaku, che designa la «legatura stretta e il soffocamento che fa raggiungere il piacere». Il che sarebbe come chiamare un cuoco: la Gastronomia; un ciclista: il Ciclismo; un sacerdote: la Religione. Insomma, un maestro, anzi il Maestro.
Neanche però lo si può collocare nella tipologia canonica e usurata delle doppie personalità alla dottor Jekyll e Mr Hyde, per intenderci, perché pare che nel suo sito non facesse che esibire le fotografie che testimoniavano il suo hobby preferito di «mezzo fotografo, mezzo progettista», come si definisce online, in cerca di «qualcuno con la passione della creatività e della comunicazione visiva» (il tutto in inglese, ovvio: «with passion for creativity...»). Progettista di che? Di cablaggi e sistemi informatici, di serate fetish e festival di erotismo soft: l’ultimo pop porn romano, a cui l’ingegner Mulè ha dato il suo contributo come esperto di Bondage Management, era dedicato alla «Poppa del Mondo» e prevedeva, tra gli altri appuntamenti imperdibili, un «Torneo di tiro col fallo» in onore di Robin Hood: dalla filosofia orientale dal «tiro col fallo»... Eppure, non nascondeva niente, Soter, al punto da dichiarare su Internet: «Me ne frego del parere degli altri anche se vado avanti senza una precisa direzione».
Una precisa direzione l’ha presa, purtroppo, l’altra notte, guidando la sua macchina zeppa di falli di gomma, stimolatori erotici, mascherine e corde di iuta, in compagnia delle giovani amiche Paola e Federica. Per andare dove? Dove nessuno penserebbe mai di andare a quell’ora, tantomeno se è alterato dall’alcol e dal fumo. All’Agenzia delle entrate della Bufalotta. Lì si sapeva che c’era un garage aperto che avrebbe permesso di raggiungere il vano caldaia. Neanche la dignità di un luogo dotato di un minimo alone evocativo: non dico un castello, un palazzo nobiliare, un convento, un boudoir o un carcere, come se ne trovano nelle pagine del Marchese de Sade, ma almeno un appartamento, una villetta di periferia, almeno l’Alcova (anche se i nomi spesso non assomigliano alle cose che vorrebbero designare), il ritrovo romano. No, no, un vano caldaia in via di Settebagni, tra tubature, manopole, idrometri, idranti e cavi: pare che la «comunità» bondage della Capitale frequenti un «giro di garage». Il massimo per concedersi al Breath play ovvero al gioco del respiro, un meccanismo tra l’altalena e l’ascensore con strangolamento fino al piacere (ma non oltre, di solito) e che, attenzione!, non è proprio il bondage e non è neanche esattamente lo shibari, precisano i filologi bizantinisti della disciplina.
Il tutto, fondato su princìpi di raffinata filosofia esistenziale, tipo «l’esigenza diffusa di sublimare i sensi, di liberare la mente, di evadere dalle ansie della vita quotidiana» oppure «la necessità di stimolare la fantasia per provare sensazioni molto intriganti», è ciò che viene insegnato nei corsi di sesso estremo, pare sempre più numerosi negli ultimi tempi, dove si può accedere, ovviamente, dopo una rigorosissima selezione. Un che di ridicolo, diciamolo, se non fosse tragico: compresa la solidarietà che il Salvatore sta raccogliendo in queste ore su Facebook e comprese le dichiarazioni di rito degli amici, dei colleghi e dei conoscenti: «Un professionista esemplare», ovvio.
Resta una domanda da profani (ottusamente occidentali) di ogni estremismo, compreso quello erotico: come si possa associare all’idea di libertà e di evasione la pratica di legare e di farsi legare come salami con una corda di otto metri. Dal ridicolo rimane fuori Paola, lei sì scissa tra il giorno e la notte, lei che è andata a morire di notte dove di giorno lavorava. Paola, che cercando a suo modo di «evadere dalla vita quotidiana», ha finito per evadere dalla vita.
Paolo Di Stefano