Giuseppe Videtti, la Repubblica 11/9/2011, 11 settembre 2011
MILANO
Una giornata perfetta. Lou Reed ci scriverebbe su un´altra Perfect day. Leoncavallo un´altra Mattinata. Gli uccelli cinguettano tra le foglie degli alberi del viale, il cielo è limpido, le gemelline chiassose rientrano dalla passeggiata, la domestica è intenta a lustrare l´appartamento, i tacchi della signora Laura che si appresta ad uscire picchiano allegri sul parquet della stanza accanto, il persiano tosato come un pechinese fa le fusa tra i piedi del padrone di casa. «Sto vivendo una vita che non mi aspettavo più», mormora Salvatore Accardo, violinista sublime. «Non immaginavo di diventare padre a quasi settant´anni. Ma l´amore non ha età. Ho incontrato mia moglie, una mia allieva, a 56 anni. A 60 è scoppiata questa cosa straordinaria che mi ha dato una grande felicità e soprattutto una serenità che non ha prezzo. Infine la nascita delle gemelle, che hanno compiuto tre anni il 25 agosto, mi ha riempito di una gioia nuova. Per me, che vengo da una famiglia non bigotta ma credente, è stato un dono del cielo».
Settant´anni li compie il 26 settembre, e non ha solo il compleanno da festeggiare. Ha una giovane moglie che lo adora, due tesori di bambine, una carriera da numero uno che non ha conosciuto battute d´arresto da quando diciassettenne, a Genova, ricevette il premio Paganini e per la prima volta incontrò David Oistrakh. Uno pensa che nella vita di un artista, soprattutto quando ha raggiunto questi livelli, tutto sia ormai scritto, tutto debba andare in una certa direzione. «Invece ti accorgi di non sapere molte cose», interrompe Accardo. «Sui bambini, ad esempio. Conoscere i figli degli altri non è la stessa cosa, perché non ci vivi mai a contatto ventiquattr´ore al giorno. Hanno un orecchio musicale straordinario. L´ho notato anche invitando classi elementari alle prove che facciamo al Festival di Vicenza e prima ancora durante le Settimane musicali di Napoli. I bambini sono aperti a tutto, si emozionano con cose che secondo gli adulti non sono in grado di apprendere o capire, spesso siamo noi a rovinarli. Suonavamo Verklärte Nacht di Schönberg, sicuramente una composizione emozionante ma per ascoltatori che hanno una certa esperienza, e durante la prova aperta ai giovani ero un po´ titubante, credevo che le classi elementari non avrebbero resistito mezz´ora. Invece non volava una mosca e molti di loro avevano le lacrime agli occhi. Le orchestre giovanili del maestro Abreu, in Venezuela, hanno salvato centinaia di minori dalla strada, dalla prostituzione, dalla droga. Questo vuol dire che la musica non è solo delizia per le orecchie, ma aiuta a vivere, è nutrimento dell´anima. Insegno da quarant´anni, ho avuto nelle mie classi giovani violinisti di tutto il mondo, e le assicuro: non mi sono mai imbattuto in un caso di tossicodipendenza».
Nella casa milanese tutto parla di Napoli, Torre del Greco per l´esattezza. Non solo per i frequenti riferimenti del maestro alla cultura partenopea, ma anche per i cimeli conservati in una vetrinetta accanto all´ingresso. Il primo violino, il secondo, i cammei incisi dal padre Vincenzo. «Ebbi tra le mani il primo vero strumento a tre anni. Prima giocavo con delle chitarrine di cartone. Poi mi costruii un violino con dei pezzi di legno e degli elastici e cercavo di imitare quel che ascoltavo alla radio. Infine chiesi a mio padre di comprarmene uno, e lui mi portò questo piccolo strumento fatto da un liutaio», racconta estraendo dal mobile un perfetto esemplare in miniatura. «Una cosa rara, era il 1944, anni difficili. Abitavamo a Torre del Greco, mio padre era incisore di cammei, andò a Napoli e stette tutta la giornata fuori per trovarmi un violino di queste dimensioni. Lo portò a casa che stavo già dormendo. Mi svegliai e lo trovai sul letto, aprii l´astuccio e cominciai a suonare Lili Marlene. Mia mamma pensava che ci fosse la radio accesa, mia sorella e mio cugino mi guardavano sbigottiti. Io non capivo la ragione di tutto quello stupore, per me era la cosa più semplice del mondo».
I ricordi saltano fuori dalla vetrinetta aperta con due Stradivari in bella mostra. Salvatore era l´orgoglio della famiglia. La musica, con un padre melomane, era più di un hobby in casa Accardo. «Quando avevo quattro anni papà cominciò a preoccuparsi della mia educazione musicale», racconta. «Seppe che il miglior insegnante in città era il maestro Luigi D´Ambrosio. Non indugiò, si recò al Conservatorio per incontrarlo. Era un entusiasta mio padre, il Totò della situazione, appassionato di musica, violinista dilettante. Ma con estremo disappunto il maestro, che aveva già passato i sessanta, gli disse che non era interessato ai bambini. Mio padre insistette, e quello stremato: "Me lo porti martedì, a mezzogiorno". Arrivammo e il maestro non c´era. Si era scordato. La domestica c´invitò a tornare un´altra volta. Ma mio padre irremovibile: "Tornerà pure per pranzo, noi da qui non ci muoviamo". Quando arrivò, D´Ambrosio fece una smorfia come a farci capire che non era esattamente contento di vederci. Mio padre aveva portato una borsa piena di spartiti. Lui li ignorò, e mi intimò: "Fammi una scala"; io, mai fatta una scala in vita mia, suonai quattro note in successione. E lui: "Lo accetto!". Mio padre, invece di essere contento, obiettò: "Maestro, ma come, lui si è preparato tutte queste cose e lei non ascolta nulla?". "Ma non voleva che lo prendessi? Bene, lo prendo! Ora andate", ribatté lui. E non finirò mai di ringraziarlo per la sua inflessibile severità. In tanti anni non mi ha mai detto bravo. Mi ha fatto sempre fare delle cose meno difficili di quelle che avrei potuto fare, tant´è vero che a un certo punto papà, col consueto entusiasmo, pretendeva che mi facesse suonare i Capricci di Paganini - allora avevo nove anni - e D´Ambrosio: "Lo so che li può fare, ma non è il momento. Lei cosa vuole che suo figlio suoni fino a ottant´anni o fino a vent´anni?". "Sì, certo, fino a ottant´anni". "E allora stia tranquillo", furono le ultime parole del maestro. E aveva ragione. D´Ambrosio mi ha insegnato a essere severo con me stesso, prima che con i miei allievi, e l´umiltà nei confronti della partitura. Diceva: "Il compositore ha sempre ragione"». E scongiurò il pericolo che il piccolo Salvatore si bruciasse come tanti enfant prodige. «Non lo sono mai stato, neanche da bambino», precisa Accardo. «Ho fatto tutto in fretta, questo sì, mi sono diplomato a tredici anni anziché a venti. Sono solo uno che ha fatto le cose più in fretta degli altri».
Il risultato di tanto lavoro, della disciplina, degli incontri, delle collaborazioni con le più grandi orchestre del mondo, dei sacrifici e dei trionfi è ora raccolto in un cofanetto di otto cd ("L´arte di Salvatore Accardo - Una vita per il violino", Ed. Deutsche Grammophon) con musiche di Bach, Bruch, Dvorak, Mendelssohn, Paganini, Sibelius, Tchaikovsky, Vitali e Vivaldi. Lo gira tra le mani. «Leggendo i titoli, la prima cosa che salta agli occhi è che sto invecchiando», sospira. «Però è sempre bello essere celebrati. Ho rispolverato cose che non ascoltavo da anni e quel che più mi ha emozionato è il ricordo di alcuni incontri, che per la crescita di noi musicisti sono fondamentali. Non necessariamente con altri violinisti. Io ho appreso moltissimo da Michelangeli, Celibidache, Segovia, Casals, Cortot e Fournier. Poi naturalmente da Oistrakh e Stern. La musica è una. L´approccio alla partitura è uno. L´umiltà, la fedeltà e la serietà nell´affrontare una partitura, la stessa. Il fraseggio l´ho appreso da Michelangeli. Il modo in cui lui affrontava il rubato - che in musica è qualcosa che non è perfettamente in tempo - era unico e meraviglioso. Il cofanetto mi ha anche riportato alla mente le prime volte che suonai col grande direttore Kurt Mazur, o con Colin Davis... esperienze dal punto di vista musicale e umano... non solo le ore di lavoro con le orchestre ma tutte le serate che abbiamo passato insieme e quelle interminabili cene a parlare di musica... un arricchimento incredibile».
Lo ferisce che oggi tutto questo patrimonio sia considerato dalle istituzioni un accessorio costoso e superfluo. «Vede, nel dopoguerra era tutto difficile, ma almeno la meritocrazia pagava. Se sapevi suonare andavi avanti. Oggi ci sono musicisti che non hanno grandi qualità e fanno molto di più di talenti che per una ragione o per l´altra restano impantanati in mille difficoltà. L´educazione musicale in Italia è inesistente da decenni», lamenta. «E non solo quella musicale, diciamoci la verità. Non esiste più neanche l´educazione civica. Ho guardato l´ultimo Sanremo, non volevo perdermi Benigni, e lì qualcuno ha chiamato il Va, pensiero "una canzone di Verdi", e allora mi sono cadute le braccia». Se fosse un giovane violinista sarebbe un cervello in fuga? «Sicuramente, perché non c´è la possibilità di restare. In Italia sono state chiuse più di cento istituzioni concertistiche, comprese la Scarlatti e tre orchestre della Rai tra le più prestigiose, che hanno avuto tra i loro leggii maestri come Gazzelloni, Asciolla, Brengola, Selmi, Ceccarossi e Petracchi; e direttori come von Karajan, Furtwängler, Abbado e Muti. I giovani oggi fuggono in Spagna, in Germania, in Inghilterra. Lo dico sempre a mia moglie: in questa situazione forse sarebbe il caso di... Ma l´amore per l´Italia è troppo forte. Non so... vediamo... se si apriranno degli spiragli… Certo, mettere al mondo dei bambini oggi è una responsabilità enorme», conclude guardando le gemelline che si rincorrono da una stanza all´altra. «Ha ragione Muti quando dice che noi non siamo più il paese della musica ma della storia della musica».