V:S: Naipaul, la Repubblica 11/9/2011, 11 settembre 2011
In genere, si scrivono lettere di questo tipo quando si è lontani da casa. Ne ho avuto cura proprio per questo motivo, e ho fatto tutto ciò che mi è stato possibile per evitare che andassero smarrite o cadessero nelle mani di qualche persona disinteressata o buona a nulla
In genere, si scrivono lettere di questo tipo quando si è lontani da casa. Ne ho avuto cura proprio per questo motivo, e ho fatto tutto ciò che mi è stato possibile per evitare che andassero smarrite o cadessero nelle mani di qualche persona disinteressata o buona a nulla. In ogni caso, credo che sia davvero strabiliante che ne siano rimaste così tante. Non è stato facile custodirle e averne cura. All´inizio ero studente e in seguito uno che cercava di farsi strada e di affermarsi come scrittore. Vivevo in camere ammobiliate in affitto, mi spostavo di frequente dall´una all´altra, ed ero sempre con la valigia in mano. Conservavo le lettere e altri documenti importanti in una scatola bianca da scarpe, riposta a sua volta all´interno di una lucida valigia marrone di cartone comprata a Trinidad. Era una valigia da poco, ma io non lo sapevo. Se la si schiacciava con forza eccessiva, le parti laterali ricadevano all´indietro, ma io ero convinto che tutte le valigie facessero altrettanto. Mio padre, che a suo tempo era stato un grafico pubblicitario di grande talento, aveva dipinto a meraviglia le mie iniziali in un ovale bianco e blu che compariva sia sul fronte sia sul retro di essa, splendido ultimo pensiero per un figlio in partenza. Mi ripromisi di tenere quella valigia, per le iniziali e a ricordo di mio padre, quanto più a lungo possibile, ma nel 1968, durante un grosso trasloco a Londra, persi la testa. Mi dimenticai della valigia e quando cercai di recuperarla, alcuni giorni dopo, ormai era sparita. Non smarrii nulla di particolarmente importante al suo interno, ma la perdita di qualcosa di così prezioso (e di tali dimensioni) esemplifica chiaramente la precarietà generale delle cose che possediamo. Più che altro scambiavo lettere con mio padre. È a lui che era diretta buona parte di ciò che ho scritto. Aveva quarantaquattro anni quando iniziò la nostra corrispondenza e tre anni dopo morì. Dopo la sua morte per me divenne difficile scrivere a casa: mi pareva quasi che non vi fosse rimasto nessuno, e in buona misura era proprio così. Mio padre è stato un giornalista per quasi tutta la sua vita lavorativa. Oltre a ciò, con grande tenacia, era riuscito a diventare uno scrittore. Scriveva racconti di vita locale ambientati in India, e lo si potrebbe definire uno dei primi scrittori della diaspora indiana. Lavorava ai suoi racconti incessantemente, limandoli e perfezionandoli. È questo uno dei primi ricordi che ho di lui. All´inizio il fatto che scrivesse racconti era un vero enigma per me. Non ne vedevo lo scopo. In seguito, però, mi resi conto che ciò che scriveva era assolutamente inedito; e ciò spiegava le difficoltà che egli talvolta incontrava, il suo continuo scrivere e riscrivere. L´altra faccia della medaglia di questa sua spiccata originalità era il fatto che i suoi racconti non avevano mercato. Non avevano un pubblico di lettori. Fu soltanto nell´ultimo anno della sua vita, più o meno, che egli ebbe la fortuna di riuscire a piazzare alcuni dei suoi racconti nel programma della Bbc "Voci dei Caraibi", a quei tempi diretto dall´illustre Henry Swanzy. Il programma tv non rendeva granché, ma quei pochi soldi erano quanto di più simile a un vero guadagno avessero mai assicurato i suoi racconti. E nei commenti trimestrali di Henry Swanzy mio padre per la prima volta in vita sua scoprì qualcosa di assai vicino a un apprezzamento intelligente. Ancor prima di riuscire a capire che cosa stesse facendo mio padre con i suoi racconti, avevo sviluppato una profonda ammirazione per lui. E non l´ho mai perduta. Era il mio maestro. I suoi entusiasmi diventarono, e sono tuttora, i miei. Buona parte di ciò che ho imparato dalle mie prime letture l´ho appreso grazie a lui, e ancora oggi sono colpito dall´istruzione letteraria che mi impartì, dalla sua ampiezza e varietà. Prima di compiere gli undici anni mi aveva già fatto leggere Giulio Cesare, Eroi di Kingsley, David Copperfield, Le avventure di Nicholas Nickleby, Il mulino sulla Floss, Somerset Maugham, Joseph Conrad, i racconti di O. Henry, Maupassant, e molti altri ancora. In parte ciò era possibile grazie al fatto che mio padre non leggeva mai un libro fino in fondo. Era un «assaggiatore». Mi chiamava e mi leggeva a voce alta soltanto qualche brano che lo aveva particolarmente entusiasmato. Tutto ciò differiva completamente da quello che capitava a scuola. Lì leggevamo - per meglio dire, il preside ci leggeva - Ventimila leghe sotto i mari. Il preside leggeva senza fare pause, un paragrafo dietro l´altro. Anche così, non riuscimmo mai ad arrivare alla fine del libro. Per me e per molti altri della classe (addirittura per il preside, forse) Jules Vernes divenne l´autore di lunghi e prolissi brani. Mio padre era nato da una famiglia povera. Alle elementari aveva ricevuto l´istruzione più a grandi linee che si possa immaginare, un´istruzione generica, da campagna, e la sua passione per la scrittura è sempre stata un vero rebus per me. Non capivo da dove fosse saltata fuori. In famiglia, infatti, non c´era una cultura letteraria e neppure c´era nella società nel suo complesso (sebbene, tutto sommato, quelli fossero soltanto gli inizi). Alla fine interpretai la passione di mio padre come una forma di dharma, di legge naturale: era un uomo che cercava di esprimere la propria essenza. Non si trattava di qualcosa di cui parlare, o che si doveva sforzare di definire. Era semplicemente lì. Egli mi trasmise quella sua passione, e quell´idea - l´idea che un uomo debba fare ciò che il suo dharma prevede che egli faccia - mi confortò molto negli oscuri giorni agli inizi della mia carriera. Ma il dharma, da solo, non sarebbe mai stato sufficiente: c´era bisogno di una sorta di struttura a supporto di questa idea. Mio padre la trovò nel giornale locale, il Trinidad Guardian, e più specificatamente nell´incoraggiamento del suo direttore, Gault MacGowan. MacGowan era arrivato dalla Gran Bretagna a Trinidad nel 1929 per dirigere il Guardian, e vi rimase fino al 1934. Gli piacevano le indiscrezioni e le frecciate. Era un personaggio decisamente "alla Evelyn Waugh" (quantunque io dubiti che avesse mai letto Waugh), forse ancora "più Waugh di Waugh", e a Trinidad se la passò meravigliosamente finché non divenne una presenza troppo ingombrante per i proprietari del giornale. Lo licenziarono. Lui li portò in tribunale. La causa che ne derivò riempì per molti giorni le pagine del Guardian, e il direttore scrisse di faccende che lo riguardavano. Fu questo l´uomo che assunse mio padre come corrispondente, specializzato in argomenti indiani. Lo incoraggiò a sguinzagliare la fantasia. Spesso, ho motivo di credere, arrivò a consigliare a mio padre qualche colpo di genio. Un giorno, per esempio, quando la motocicletta di mio padre uscì di strada, credo che fu MacGowan a suggerirgli che avrebbe avuto una splendida occasione per trascorre la notte su un albero e fare il corrispondente da lì. Oppure, quanto meno, di scrivere che lo aveva fatto sul serio. Il titolo del suo articolo fu «Un reporter del Guardian trascorre la notte in cima a un albero». La controversia tra MacGowan e la proprietà del giornale costituì un addio eccezionale per il direttore, ma sempre di addio si trattò. I proprietari vinsero la causa, MacGowan perse e per mio padre fu la catastrofe. Quando MacGowan se ne andò (negli Stati Uniti), mio padre perse il suo patrocinatore e la possibilità di guadagnarsi da vivere. Quelli che si potevano considerare cinque anni buoni di apprendistato sotto la guida di MacGowan (e del suo modo di fare così speciale) svanirono, e dovettero passare quattro anni prima che mio padre ritornasse al Guardian. I ricordi che ho di lui che risalgono più indietro nel tempo si riferiscono proprio a quel periodo disgraziato, infelice. MacGowan faceva ancora notizia per il Guardian, ma a quel punto parlavano di lui come di un successo americano. In ogni caso fu sempre possibile, pur nella disfatta, seguire le sue imprese altrove nel mondo. Ricordo che tra le carte di mio padre c´era anche un passaporto coloniale britannico nuovo di zecca. Può anche darsi (e così credo di aver sentito dire, anche se poi non se ne fece nulla) che si prospettò per mio padre la possibilità di raggiungere MacGowan. Arrivata la guerra, MacGowan divenne (come era ovvio) inviato di guerra. Fu presente ai raid di Dieppe del 1942, e per qualche tempo assaporò la vera fama: Time Magazine riferì in seguito (pare proprio un colpo di genio degno di MacGowan) che per scrivere il suo pezzo si era tenuto sveglio con pasticche di anfetamina. Più tardi ci fu l´invasione della Francia. Il Guardian riportò la notizia che MacGowan era stato catturato e fatto prigioniero dai tedeschi. Parve che quella dovesse essere la fine di quell´istrione. Ma non fu così. Dopo non molto, sempre il Guardian raccontò l´improbabile fuga di MacGowan, che affermò di essere saltato giù dal treno che lo stava deportando in un campo di concentramento in Germania. Nel 1963, a dieci anni di distanza dalla morte di mio padre, MacGowan mi scrisse una lettera molto cordiale. Aveva letto un mio libro nel quale avevo tentato di ricostruire in modo romanzato il periodo da lui passato al Guardian, e in particolar modo il suo rapporto con mio padre. Mi disse che nella mia ricostruzione avevo sbagliato un´unica cosa. Avevo scritto che lui (o, per meglio dire, il personaggio ispirato a lui) era basso e grasso, mentre in realtà lui era alto e magro. Era troppo tardi per modificare il mio libro, ma quella precisazione mi rimase impressa e arrivò ad alterare la mia ricostruzione dei fatti. Di mio padre disse che lo aveva incoraggiato perché aveva scoperto che gli indiani apprendono molto velocemente. Di sé disse che viveva in Germania, aggiungendo - con una battuta che lo fece riconoscere per quello che era - di avere quasi settant´anni e di «pubblicare ancora». Avrei voluto conservare la lettera di MacGowan. A suo tempo la misi in archivio, e lì è andata distrutta insieme a moltissime altre cose a me care, vecchi libri e primi manoscritti. Mio padre sarebbe stato uno scrittore migliore se non avesse lavorato in tale isolamento, se non fosse stato così ossessionato dalla lingua, e così spinto a scrivere e riscrivere. Avrebbe avuto bisogno di qualcuno che gli dicesse di lasciar perdere Pearl Buck e La buona terra, con le sue cantilene bibliche, e di rendere più realistiche le sue ambientazioni, di dare un nome alle città e ai villaggi, e così pure un mestiere ai suoi personaggi. Mio padre, invece, pareva intimorito dal realismo: il realismo gli avrebbe spalancato un mondo intero, gli avrebbe messo a disposizione molto più materiale, ma egli aveva paura che tutto ciò lo avrebbe reso banale. Parte del suo «nascondersi» a Trinidad dipese proprio dal suo desiderio - per quanto assurdo possa apparire oggi - di essere pubblicato all´estero. L´ultimo aspetto paradossale di ciò che egli scrisse è che le cose migliori furono quelle che riportò in queste lettere alla famiglia, in spizzichi di conversazione, buttati giù senza stress né ambizione negli ultimi tre anni della sua vita. Lì le sue qualità di uomo e di scrittore rifulgono. E avendo riscoperto che uomo fu, è un vero privilegio per me averne scritto la prefazione. (Traduzione di Anna Bissanti)