Gianni Mura, la Repubblica 11/9/2011, 11 settembre 2011
Del successo (grande, ininterrotto) dei libri di Simenon nessuno dovrebbe stupirsi. Non quelli che l´avevano etichettato come «autore commerciale», tantomeno quelli che, a Simenon ancora vivo (1989), l´avevano già incluso tra i classici del Novecento
Del successo (grande, ininterrotto) dei libri di Simenon nessuno dovrebbe stupirsi. Non quelli che l´avevano etichettato come «autore commerciale», tantomeno quelli che, a Simenon ancora vivo (1989), l´avevano già incluso tra i classici del Novecento. Tutto in Simenon pare eccessivo: la produzione, i 700 milioni di libri finora venduti, le tre mogli (una con gravi problemi psichici), gli amori ancillari o a pagamento (diecimila, secondo lui), gli amori famosi (Joséphine Baker, la lasciò solo perché sottraeva tempo alla scrittura), i cambi di residenza, le capacità lavorative (anche 80 cartelle giornaliere), il suicidio della figlia Marie-Jo morbosamente a lui legata, gli spietati libri autobiografici. È tutto romanzesco, già dall´infanzia, i genitori in perenne lite, lui che sta dalla parte del padre e mal sopporta la madre. non è un caso che, appena morto il padre, Simenon decida di buttarsi nel mare aperto. Addio Liegi, si va alla conquista di Parigi. Ha vent´anni, non bada ai sacrifici, ha anche una discreta faccia tosta e la fortuna di incontrare Colette, che in quel 1923 è responsabile delle pagine letterarie a Le Matin. Gli dice: «Troppa letteratura, la gente in metrò vuole storie, non letteratura. Asciugare, tagliare». Lui le dà retta e il 27 settembre del ´23 esce Le petit idole, primo racconto accettato. Da allora la vita sarà più facile. Andrà ad abitare in Place des Vosges (sia pure senza acqua corrente). Non erano dalla sua parte gli accademici, ma qualche grande penna sì. Céline: «Ci sono scrittori che ammiro moltissimo. Il Simenon dei Pitard, ad esempio, bisognerebbe parlarne tutti i giorni». Ancora di più André Gide. Li aveva messi in contatto l´editore Gallimard. Gide avvicina La vedova Couderc allo Straniero di Camus e scrive a Simenon: «Trovo che il suo libro si spinga molto oltre, pur senza averne l´aria e quasi inavvertitamente, il che coincide con il livello più alto dell´arte». In quel «quasi inavvertitamente» c´è forse una chiave di comprensione. Simenon si sdoppia, c´è quello della quantità e quello della qualità. Lo ribadisce lo stesso Simenon in un´intervista del 1955, quando The Paris Review lo raggiunge nella sua casa di Lakeville, Connecticut. «La mattina scrivevo per mangiare, la notte per me. Non pensavo ai lettori». È l´ossessione del grande romanzo, che crede di esorcizzare con Pedigree, autunno ´40. Dal castello di Fontenay-le-Comte scrive a Gide (chiamandolo come sempre «Mio caro maestro»): «Partirò dal 1903 per una chanson de geste di gente normale, quelli che fanno quello che gli si dice e si muovono senza sapere dove vanno». Gide legge la prima stesura e non è tenero: «Toccante ma confuso. È con le migliori intenzioni che si fa cattiva letteratura». Simenon ha l´umiltà di tornare a lavorare un anno intero su Pedigree, che uscirà nel dopoguerra. Era abituato a scrivere un romanzo in undici giorni in totale isolamento dopo il solito rito: gli elenchi telefonici per scegliere nomi e cognomi, le piantine delle città, le grandi buste gialle per gli appunti-base. Dopo la frustata del «toccante ma confuso» Gide non aveva smesso di spronarlo: «Sono amorevolmente desideroso di farla conoscere meglio. Lei vive su una falsa reputazione (esattamente come Baudelaire e Chopin). Lei è molto più importante di quanto comunemente si crede». Bulimico anche come lettore, Simenon in gioventù non s´era negato nulla: Gogol, Dostoevskij, Conrad, Stevenson, Kafka, Balzac, Flaubert, Dumas, Hugo. Da adulto s´era dichiarato «figlio di Gogol e, poi, di Dostoevskij». Già nel ´38 aveva detto: «Il romanzo è l´uomo nudo e l´uomo vestito, l´uomo di tutti i giorni ma soprattutto l´uomo alle prese con il suo destino». Questo rende atemporali le sue storie: funziona così, da Eschilo in qua. E le rende appetibili per il grande schermo. Una cinquantina di film è ispirata da scritti simenoniani, con registi del calibro di Renoir, Carné, Duvivier, Delannoy, Autant-Lara, Verneuil, Melville, Granier-Defferre, Tavernier, Chabrol. Si può non credere a Simenon quando afferma di scrivere il primo capitolo senza sapere cosa scriverà nel secondo e tantomeno nell´ultimo. Oppure credere alla pratica del déplacement, quella specie di trance che lo portava via da sé per calarlo nei suoi personaggi. Era e resta un classico, e consapevole: «Quel che nei miei romanzi i lettori chiamano atmosfera è impressionismo». E ancora: «Avete presente una mela dipinta da Cézanne? Tre tocchi e c´è tutto: il colore, il peso, la polpa. Vorrei che le parole che uso avessero il peso delle mele di Cézanne». Ha calcolato di non aver usato più di duemila parole. Quando rivedeva un testo a cui teneva era un gran lavoro di cancellatura: «Via gli avverbi, gli aggettivi superflui, le parole letterarie, come crepuscolo. Via le frasi che suonano troppo bene, e che chiamo versi bianchi». Una grande scrittura, come il piatto di un grande chef, raggiunta eliminando, non aggiungendo. L´alta letteratura ottenuta con la soppressione degli artifici letterari. Grazie, Colette. E la parola che Simenon s´inibiva (crepuscolo) è ben lontana, giustamente, dalle sue opere.