Varie, 12 settembre 2011
APERTURA FOGLIO DEI FOGLI 12 SETTEMBRE 2011
«Alle 15,45 di ieri un aereo si è infilato nell’Eurotower di Francoforte, sede della Bce» (Carlo Bastasin sul Sole 24 Ore di sabato). L’aereo, tedesco, si chiama Jürgen Stark, capo economista che si è dimesso dall’esecutivo della Bce affondando i mercati e l’euro (ha toccato il livello più basso degli ultimi sei mesi). Andrea Tarquini: «Ha invocato ragioni personali, ma nessuno gli crede: fin dall’inizio, dicono fonti Bce alla Frankfurter Allgemeine online, aveva dichiarato guerra alla scelta della Cancelleria e dell’Eliseo di spingere la Bce a salvare i Paesi in crisi acquistando i loro titoli. L’annuncio, che con spirito istituzionale zero Stark ha dato a mercati ancora aperti, ha scatenato la tempesta: le Borse sono crollate con Milano maglia nera; l’euro è precipitato sul dollaro sotto quota 1,37; lo spread tra Bpt e Bund è schizzato a 355 dopo punte sui 370». [1]
Classe 1948, Stark era nell’esecutivo Bce dal 2006, negli otto anni precedenti era stato vicepresidente della Bundesbank. Beda Romano: «Fu lui a disegnare il patto di stabilità e di crescita, poi annacquato per mano fratricida dallo stesso Governo Schröder». [2] Danilo Taino: «Nel 1996, l’allora ministro del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi evitò di stringergli la mano perché — a quei tempi Stark era un funzionario del governo — si era opposto strenuamente al rientro della lira nel Sistema monetario europeo». [3] Da mesi il capoeconomista si opponeva all’acquisto di titoli sovrani di Paesi in difficoltà. Mario Deaglio: «Si era opposto alla ristrutturazione del debito greco e riteneva necessario che le banche che avevano aiutato la Grecia a indebitarsi l’aiutassero ora a sdebitarsi, prendendo su di sé una parte degli oneri del rimborso». [4]
Ad agosto, dopo il vertice Merkel-Sarkozy, l’ Eurotower aveva comprato bond italiani e spagnoli in massa. Tarquini: «In quattro, al vertice Bce, avevano votato contro “questi 130 miliardi buttati al vento”: Stark, l’attuale presidente Bundesbank Jens Weidmann, e altri due governatori del nord, sembra l’olandese e il finnico». [5] Per salvare l’euro, la Bce è stata costretta a intervenire dettando a Berlusconi i termini della manovra. Andrea Bonanni: «Un passo che, per gli ayatollah dell’ortodossia monetaria, suona come un doppio sacrilegio. Primo, perché nella logica luterana della Bundesbank, chi sbaglia deve pagare. Secondo, perché se è sacrosanto il precetto che la Banca centrale deve essere indipendente dai governi, appare addirittura inconcepibile l’inverso: che un governo venga messo sotto tutela dalla Banca centrale». [6]
L’Europa le ha tentate tutte per convincere il contribuente tedesco a pagare i conti dei Piigs. Roberto Perotti: «Prima con il fondo salva-Stati, lo strumento più trasparente perché identifica chiaramente i destinatari degli aiuti e limita precisamente le perdite massime per i creditori: con riluttanza, la Germania ha detto sì, ma fino a un massimo di 210 miliardi di garanzie. Poi l’Europa ha tentato con gli eurobond, lo strumento più arcano e inefficace perché non specifica chi riceve quanto e non pone limiti alle perdite possibili del contribuente tedesco. Comprensibilmente, elettori, media e politici tedeschi hanno detto no. Infine l’Europa ha tentato con gli interventi della Bce, lo strumento più flessibile e potenzialmente più indolore, perché meno visibile: poiché si stampa moneta per comprare titoli di Paesi in difficoltà, chi e quanto pagherà si vedrà in seguito, se dovesse aumentare l’inflazione e se si dovesse ricapitalizzare la Bce per le perdite subite». [7]
Dopo le dimissioni di Stark, potrebbe diventare impraticabile anche l’ultima strada. A febbraio se ne era andato il presidente della Bundesbank, Axel Weber, membro del consiglio dei governatori della Bce e candidato alla successione di Trichet, in disaccordo sull’intervento per il salvataggio della Grecia. [6] Partendo dall’idea che scelte non rigorose portino inevitabilmente al disastro della moneta, in Germania si sta compattando un fronte contrario a scorciatoie di qualsiasi genere nei salvataggi dell’euro. Taino: «Ne fanno parte un buon numero dei politici conservatori dell’Unione Cdu-Csu e del Partito liberale, oggi assieme nel governo Merkel, molti alti funzionari dell’amministrazione pubblica, la Bundesbank a cominciare dal suo presidente Jens Weidmann, una parte del mondo economico e industriale, numerosi economisti influenti». [3]
I tedeschi non vogliono pagare il conto. Perotti: «Ognuno dà il giudizio che vuole, ma il fatto rimane, e sarà meglio rassegnarsi». [7] La posizione di Stark e Weber non è però la posizione della Germania. Bastasin: «In un notevole discorso al Bundestag solo pochi giorni fa, la cancelliera Merkel ha ribadito la linea del Governo condivisa dall’opposizione: “L’euro è molto più di una moneta. Se fallisce l’euro fallisce l’Europa”». [8] Bonanni: «Messa di fronte alla scelta drammatica tra salvare i principi e salvare l’euro, Angela Merkel, spinta e tirata da Sarkozy, ha scelto l’euro. E questo ha aperto un confitto in seno al monolite tedesco, tra il governo e la Bundesbank, e all’interno dello stesso establishment della maggioranza di governo». [6]
Già isolata politicamente da una opposizione in cui verdi e socialdemocratici hanno da tempo accettato l’idea degli eurobond e della solidarietà europea, Merkel ha cambiato rotta «anche sotto la spinta della lobby industriale tedesca che vede come una condanna a morte per l’export “made in Germany” un possibile fallimento dell’Unione monetaria» (Bonanni). [6] Lasciando affondare l’Italia e la Spagna, la Germania si troverebbe con un milione di disoccupati in più. Deaglio: «Un eventuale governo rosso-verde (ossia una coalizione tra il partito socialista, altre formazioni della sinistra tedesca e i “verdi” ecologisti) che succedesse all’attuale avrebbe certo molto più a cuore il numero dei disoccupati, che cercherebbe di ridurre al minimo, che il saldo del bilancio pubblico e l’ammontare del debito pubblico». [4]
Pari all’incirca a zero nel secondo trimestre 2011, secondo l’Ocse nel quarto trimestre la crescita tedesca potrebbe scendere a -1,4%. Deaglio: «Il che può far sembrare l’Italia maestra di crescita economica e fa sospettare una verità molto scomoda: il “modello tedesco” di ripresa, che pur presenta molti lodevoli aspetti, specie nella gestione delle imprese, non sta funzionando a livello di sistema». [4] La Germania è inoltre molto meno virtuosa di quel che sembra: contando nel suo debito pubblico le passività (428 miliardi di euro) del Kreditanstalt für Wiederaufbau (KfW) posseduto all’80% dallo Stato e al 20% dai Länder (fa mutui a enti locali e imprese, detiene partecipazioni in colossi come Deutsche Post e Deutsche Telekom, è vigilato dai ministeri delle Finanze e dell’Industria), il debito pubblico sale nel 2011 al 97,4% del pil (dall’80,7). [10]
Mercoledì la Corte costituzionale tedesca ha respinto l’obiezione di illegittimità degli aiuti offerti alla Grecia dalla Germania nel contesto delle decisioni dei Consigli europei del 2010. La sentenza è stata accolta con sollievo in tutta Europa, tuttavia tra i motivi con cui legittima le decisioni del Governo c’è la dimensione dei prestiti e delle garanzie, tale da non pregiudicare l’esercizio autonomo delle politiche di bilancio tedesche. Bastasin: «La sentenza sembra dunque lasciare in dubbio che un Paese delle dimensioni del l’Italia possa essere salvato». [11] Le perplessità tedesche potrebbero essere attenuate dalla nomina, al posto di Stark, del sottosegretario Jörg Asmussen, fido vice dell’europeista Schaeuble già co-ideatore dei pacchetti di salvataggio per i Paesi a rischio (dato su posizioni vicine all’Spd). Paolo Lepri: «Si dice che la sua frase preferita sia: “Non preoccupatevi, è tutto sotto controllo”». [12]
Se da una parte le dimissioni di Stark dovrebbero «rendere più facile l’evoluzione del programma di acquisto dei bond» (Lucrezia Reichlin, ex direttore generale della ricerca della Bce, economista alla London Business School), la sua sostituzione con Asmussen, senza precedenti esperienze di Banca centrale, indebolirebbe il profilo tecnico del board. [13] Mario Draghi, dal prossimo novembre a capo della Bce, si ritroverà con un “think-tank” in continuo ricambio. Marika De Feo: «A parte la possibile uscita del membro italiano Lorenzo Bini Smaghi entro l’anno, a giugno 2012 lascerà lo spagnolo José Páramo. Mentre l’esperto monetarista belga Peter Praet è appena arrivato». Alla fine l’unico a vantare, insieme a Draghi, grande esperienza alla guida di una banca centrale, sarà il portoghese Vitor Constâncio, altro membro proveniente da un Piigs. [14]
Poiché Asmussen ha nel curriculum un master in Business Administration alla Bocconi (1991-92), il “Wall Street Journal” ha ironizzato che la Bce va verso un consiglio a forte impronta italiana. [15] Di certo con Asmussen al fianco sarebbe più facile per Draghi persuadere i tedeschi a sostenere i Paesi deboli, spiegando loro che non rischiano «un “Cabaret” di inflazione e disoccupazione come ai tempi della Repubblica di Weimar». Gianni Riotta: «Ma che, al contrario, stabilità del continente, riduzione del rischio debito e fine delle svalutazioni furbette per vendere una lavatrice in più aiuteranno gli orfani del marco. Draghi deve però convincere i greci, con spagnoli, irlandesi, portoghesi e noi italiani a ridurre sul serio il debito e cancellare il deficit, a impegnarsi in riforme di struttura, stimolando burocrazie statali e imprenditori cauti, scommettendo sull’innovazione». [16]
Note (gli articoli senza data provengono dai giornali del 10/9): [1] Carlo Bastasin, Il Sole 24 Ore; Andrea Tarquini, la Repubblica; Mario Deaglio, La Stampa; [2] Beda Romano, Il Sole 24 Ore; [3] Danilo Taino, Corriere della Sera; [4] Mario Deaglio, La Stampa; [5] Andrea Tarquini, la Repubblica; [6] Andrea Bonanni, la Repubblica; [7] Roberto Perotti, Il Sole 24 Ore; [8] Carlo Bastasin, Il Sole 24 Ore; [9] Andrea Tarquini, la Repubblica; Paolo Lepri, Corriere della Sera; [10] Massimo Mucchetti, Corriere della Sera 7/9; [11] Carlo Bastasin, Il Sole 24 Ore 8/9; [12] Paolo Lepri, Corriere della Sera; [13] Tonia Mastrobuoni, La Stampa; A. Me., Il Sole 24 Ore; [14] Marika De Feo, Corriere della Sera; [15] A. Me., Il Sole 24 Ore; [16] Gianni Riotta, La Stampa.