Francesco Olivo, Gioia 8/9/2011, 8 settembre 2011
JAPAN SURF
Atsushi ha tutto l’occorrente per una giornata in spiaggia. Asciugamano, costume, crema, ombrellone e un rilevatore di radiazioni. In un Paese in costante allarme nucleare e sotto la minaccia dello tsunami, andare al mare non è più un modo come un altro per sfuggire alla massacrante umidità estiva. E molto di più. Una sfida, un’evasione, forse un rischio. Siamo a Shizinami, bella spiaggia a 200 chilometri da Tokyo, ma soprattutto a 20 da una centrale nucleare, Hamaoka, con cinque reattori, chiusa di corsa dopo la catastrofe dell’11 marzo. Prendere il sole qui, farsi un bagno in questo angolo di Pacifico ha le sue controindicazioni. Atsushi Sairah, 30 anni, lo sa benissimo, ma alla fine ha scelto di venire: «E un posto sicuro, ho controllato il mio apparecchio di misurazione. Ieri sera, su Internet, ho visto cosa è successo a questa centrale e sono abbastanza tranquillo».
Non si tratta di incoscienza, Atsushi è tra quelli che si sono spaventati di brutto dopo lo scoppio di Fukushima, tanto da prendere moglie e figli e scappare da Yokohama (metropoli alle porte di Tokyo) verso Kobe e Kyoto: «Ho una piccola azienda edile, l’ho chiusa per una settimana. Ho un amico nel governo che mi ha detto di andarmene subito. Sapevo del disastro prima che fosse comunicato ufficialmente, così ho avvertito i miei dipendenti. E sono fuggito». Ora il panico è passato, ma la paura proprio no: «Vengo al mare qui, ma non sono pazzo, anzi ho giù la valigia pronta. In Giappone nessuno ci dice la verità, dei media non mi fido, guardo Internet e la Cnn e, se mi accorgo che anche gli stranieri se ne vanno di nuovo, scappo a Singapore. Nei giorni dopo il disastro ci dicevano di stare tranquilli, ma intanto gli stranieri, compresi gli italiani, venivano evacuati di corsa, dormivano negli aeroporti. Evidentemente i pericoli esistevano ed esistono ancora».
Youmei Iwasawa, 26 anni, ha un altro atteggiamento: «Basta allarmarsi, dobbiamo vivere, vogliamo tornare a essere normali. Con l’ansia non si fermano le catastrofi. La spiaggia non è pericolosa, lo vede anche lei, no? La gente nuota, gioca, i bambini si rincorrono. È come prima. Tsunami e terremoti non ci possono cambiare». Arisa e Shingo, giovane coppia di Yaizu, concordano: «La centrale di Hamaoka è sotto controllo, è giusto continuare con il nucleare. Noi veniamo ogni weekend. Basta paranoie».
Cinque metri più in là un gruppo di ragazzi di Shizuoka prepara le sdraio e piazza l’ombrellone, look ribelle, tatuaggi trasgressivi (in Giappone sono stati a lungo utilizzati solo dai mafiosi) e tanta voglia di parlare: «Stamattina siamo venuti alla spiaggia, ma con il terrore addosso. Qui ci stanno fregando. Il governo non dice la verità e controlla i mezzi di informazione», dice Eito, carpentiere fricchettone di 28 anni, «sono sincero: prima del disastro non ce ne importava niente della politica o dell’ambiente, ma ora è diverso, siamo tutti a rischio. Per la prima volta abbiamo organizzato una manifestazione davanti alla centrale di Hamaoka. Non vogliamo più l’energia atomica». Gli amici annuiscono, per il Giappone è un fatto quasi rivoluzionario: l’autorità viene messa in discussione, criticata e, ancora peggio, delegittimata: «Hanno mentito fin dall’inizio. Come facciamo a fidarci?», si chiede Tatsuya, 28 anni, ingegnere meccanico. Nessuno però ha progettato una fuga: «Vogliamo restare, noi giapponesi siamo 140 milioni, non possiamo scappare», ragiona Hiroki, cuoco in un ristorante hawaaiano.
Nenche i giovanissimi sono spensierati come un tempo. Tra un bagno con le amiche e un manga letto distrattamente, il 19enne Genki si sfoga: «Ho paura, a Tokyo, dopo dieci giorni di terrore, tutto è tornato normale, la gente fa finta di niente. Ci sono stato ieri e sono sconvolto: il rischio nucleare è lo stesso di marzo, perché ignorarlo? Io sto cercando lavoro a Osaka». Ma non sono solo le radiazioni a sconvolgere la proverbiale imperturbabilità giapponese. Da marzo c’è anche un mostro da affrontare. Quell’oceano, avanzato per chilometri sulla costa, che ha ucciso almeno 20mila persone: «È la mia ossessione», dice Kieka, 26enne alla moda, «ogni volta che vengo alla spiaggia, il mio primo pensiero è trovare una via di fuga in caso di tsunami».
Come in ogni spiaggia, a vigilare sulla sicurezza in acqua, c’è un bagnino. Ma la catastrofe di marzo ha trasformato i baywatch nipponici in sentinelle di protezione civile contro un nemico spesso invincibile: «Facciamo corsi di sopravvivenza in caso di onde pericolose», racconta Yohe, senza mai trascurare il binocolo d’ordinanza, «ora sappiamo dove evacuare le persone in caso di allarme. Il mio lavoro è diventato importante, la gente deve poter venire al mare tranquilla». Poi gira la testa e guarda le onde e, più in là, i reattori di Hamaoka. Tranquilli mica tanto.