Giorgio Dell’Arti, La Stampa 8/9/2011, 8 settembre 2011
VITA DI CAVOUR - PUNTATA 180 - ARRIVA L’ULTIMATUM
Dunque, c’è Cavour che vuole spararsi un colpo alla testa.
Racconta Castelli: « Entrato nella camera lo trovai circondato da mucchi di carte che aveva lacerato e nel caminetto bruciavano molte altre. Mi guardò fisso e non parlava. Allora io con tutta calma dissi: “So che nessuno deve entrare qui; ma per ciò stesso io ci sono venuto” [...] e facendomi forza soggiunsi: “Devo credere che il conte di Cavour voglia disertare il campo prima della battaglia, voglia abbandonarci tutti” [...] Cavour si alzò, mi abbracciò convulsivamente e dopo aver girato quasi fuor di sé per la camera, fermandosi davanti a me, pronunziò lentamente queste parole: “Stia tranquillo, affronteremo tutto, e sempre tutti insieme” ». La sera scriveva a Giacinto Corio: « Salveremo le vacche ma perderemo la causa italiana [...] l’Imperatore è stato ingannato od è traditore [...] Credo che potrò fra breve abbandonare il ministero che aborro per andare a stabilirmi a Leri in modo definitivo ». Rome: «Passò poi tranquillamente la notte e l’indomani pareva tornato al suo ottimismo consueto, con progetti di un grande discorso al paese, propositi di rifiutarsi allo scioglimento dei volontari e rinnovate speranze nella guerra».
Come giudicare tutto questo?
Intolleranza per gli ostacoli di qualunque tipo. Un poco di bambineria. Il carattere solito: esplosioni improvvise fino a conseguenze incalcolabili, cadute abissali e risalite altrettanto vertiginose nell’umore e nella considerazione di sé. Gustavo del resto andava soggetto a depressioni ancora più lunghe e lugubri. I nervi dei Cavour... la generazione successiva, minata dalla follia dei Lascaris (la moglie di Gustavo), sarà anche più tetra.
Siccome a scuola studiamo la II Guerra d’indipendenza, le cose devono essere andate in un altro modo...
Il giorno dopo, 20 aprile, tutti parlavano delle sue dimissioni. Andarono a chiedergli: «Ma i volontari verranno disarmati? Anche loro?». «Ah, questo mai, il disarmo dei volontari piuttostoché cedere daremo fuoco all’Europa. Si ha un bel fare, si dovrà venire alla guerra». La mattina dopo, 21 aprile, chiamò Massari: «Mi scrivono i prussiani: disarmo e congresso, disarmo e congresso... Le buone parole non mancano. Gorcakov ha detto al marchese Sauli che al conte Buol sourit fort la perspective d’avoir à rencontrer le comte de Cavour dans un congrès ...». Massari, zitto, ascoltava. «Vada da West, gli dica di venire da me tra le due e le tre». Massari uscì. Alle tre Cavour lo richiamò. «Non ci sono notizie dell’Austria...». «Già». «Se rifiutasse, Napoleone III l’avrebbe indovinata. Almeno così direbbe il mondo. Il mondo vedrà in questo un profondo piano politico. Non sanno che la domanda di disarmo lui l’ha accolta sul serio». Risero. «Chi s’en fiche , si prenda lui tutta la gloria». Parlarono un po’ di Minghetti, se fosse il caso di mandarlo a Londra. Infine Massari se ne andò a casa. Cavour non s’era ancora seduto che arrivò Aymé d’Aquin. «L’Austria ha mandato l’ultimatum!» «Come...». «Sì, c’è un dispaccio di Balabin a Stackel’berg, sarebbe stato Gyulai...». Pareva impossibile, ma alle quattro gli arrivò un biglietto di West. Voleva parlargli con la massima urgenza. Massari corse. West gli diede il telegramma di Malmesbury: « Austria has rejected entirely our proposition. Tell Cavour... ». Cioè: «L’Austria ha respinto le nostre proposte. Dite a Cavour che arriverà un ultimatum, che gli saranno dati tre giorni di tempo».
Cioè nel momento in cui la linea di Cavour era stata sconfitta, gli austriaci fecero l’errore di dichiarargli la guerra. Proprio quello che il conte andava cercando.
Sì, esatto. Parecchi storici svalutano l’azione del conte argomentando che se a Vienna non avessero commesso questo errore... E tuttavia, le cose sono un pochino più complicate. Intanto: come avevano vissuto, gli austriaci, tutta quella fase preliminare della guerra che aveva condotto Cavour sull’orlo del suicidio?
Come?
L’avevano vissuta nella convinzione che Napoleone III fosse deciso alla guerra e a rifare la carta dell’Europa attraverso la risistemazione italiana e che ogni indugio gli avrebbe solo dato più tempo per armarsi. Il viaggio a Parigi di Cavour aveva sollevato i sospetti più gravi. Inoltre: per togliere argomenti agli avversari, gli stessi austriaci sollecitarono la Luisa Maria a denunciare la clausola del trattato che permetteva a Vienna di intervenire a Parma. Al re di Napoli fu chiesto di abrogare l’alleanza militare sottoscritta nel ‘15. E non vi furono obiezioni a Leopoldo quando la Toscana volle essere autorizzata a rimanere neutrale, in caso di conflitto. All’eventuale congresso di Ginevra, perciò, gli austriaci avrebbero sì conservato il LombardoVeneto, ma senza aver più influenza sul resto d’Italia. In quel modo, presto avrebbero perso anche Milano e Venezia. La guerra invece, se vinta, avrebbe permesso a Vienna di conservare i suoi territori e magari di riprendersi i distretti lombardi di Novara e Tortona e i territori a ovest del Ticino e del Lago Maggiore, che erano già stati suoi nel Settecento. Inoltre, avrebbero mantenuto il controllo sul resto della penisola. No, l’ultimatum del ‘59, se fu un errore, fu un errore inevitabile.