Fabio Pavesi, Il Sole 24 Ore 8/9/2011, 8 settembre 2011
IL NODO IRRISOLTO È QUELLA LEVA MAI SCESA DOPO LEHMAN
La verità, assai scomoda, l’ha detta un insospettabile. Josef Ackermann, il capo di Deutsche Bank, ha rivelato nei giorni scorsi che vede sulle banche l’ombra cupa dell’autunno del 2008 (leggi Lehman) e che se gli istituti valutassero a prezzi di mercato i titoli di Stato in portafoglio, molti fallirebbero. C’è di che allarmarsi vista la fonte di tanta preoccupazione. E in realtà con quell’infernale ottovolante borsistico cui sono sottoposti da quest’estate i titoli bancari di tutta Europa, il mercato dice che i timori di Ackermann hanno qualche fondamento. Cosa spinge le banche a mettere in sicurezza i fondi, a scapito dei rendimenti, presso la Bce, se non una palese diffidenza reciproca sulla bontà dei propri bilanci? Cosa spinge le autorità a chiedere ancora sforzi ulteriori di rafforzamento del capitale se non la sensazione che non ce ne sia abbastanza? E così più che i nudi numeri dei bilanci bancari, che pur in gran parte sono tornati a fare profitti dopo Lehman, contano le suggestioni
e le cautele.
Ma qualche numero preso anch’esso dai bilanci dice che dopo la più grave crisi finanziaria dell’età moderna poco è stato fatto. Soprattutto non è stata diminuita a sufficienza la leva finanziaria, cioé il rapporto tra i soldi «veri» messi dagli azionisti nelle banche e il totale delle attività. Quando il capitale azionario tangibile di una banca vale il 2% se non poco più delle masse che compongono l’intero bilancio vuol dire che ci si espone a un rischio evidente. Basta un nonnulla, una svalutazione dei titoli o altri accidenti di percorso e quei 2-3 euro di patrimonio su 100 di attivo verrebbero completamente erosi. E a essere tuttora in quelle condizioni ci sono colossi come Deutsche Bank, Credit Agricole e Bnp Paribas solo per citarne alcuni. È questo, quello di attività immense fronteggiate da poco, pochissimo capitale, un nodo gordiano mai sciolto dalla crisi Lehman in poi. Se inoltre si aggiunge la necessità, sempre più stringente oggi, di raccogliere soldi a costi sempre più elevati per scongiurare eventuali crisi di liquidità, il cocktail minaccioso è servito. Manca un ingrediente finale. E anche quello è sopraggiunto di recente. Tutto (leva alta, funding a costi crescenti) può tenere finché l’economia tira. Se si rallenta il passo succedono tre cose: si smette di guadagnare sull’attività tipica di prestatore (perché si abbassano volumi di credito e tassi) aumentano le sofferenze e infine si fanno meno utili. Il cocktail esplosivo è in tavola.